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MUM AT WORK 6 Dicembre Dic 2014 1400 06 dicembre 2014

Aziende, sveglia: offrite alle mamme il telelavoro

Conciliare figli e ufficio? Basta sbrigare pratiche da casa. Ma l'Italia è poco smart.

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Trovare una soluzione efficace tra casa e lavoro? Le donne sono in bilico da 30 anni.
Parola di Elisabetta Addis, economista, professoressa di Economia politica all’Università di Sassari e di Politica ed economia del welfare alla Luiss.
«Vuol dire che oggi sono bloccate nella vita delle loro madri. La testa e la cultura sono quelle dell’Europa e del mondo occidentale, ma la situazione economica è quella da Paese sottosviluppato».
Addis è una delle fondatrici del movimento 'Se Non Ora Quando', lei che ha studiato alla Normale di Pisa ed è stata borsista Fulbright e Fellow all’Università di Harvard.
CAPITALE UMANO NON USATO. «Non è un problema delle donne, è un problema dell’Italia, che non utilizza in maniera produttiva questo capitale umano», continua Addis, «e non è un problema culturale: dipende da quello che le imprese chiedono».
Come ha spiegato Michele Pellizzari dell’Università di Genova nella sua ricerca The competences of italian adults: evidence from PIAAC la bassa istruzione degli italiani è comunque superiore a quella richiesta dalle imprese.
«Esportiamo prodotti a bassa tecnologia e non abbiamo bisogno di lavoratori qualificati».
TELELAVORO, QUESTO SCONOSCIUTO. E così anche una soluzione come il telelavoro - che aiuterebbe tante mamme a conciliare famiglia e professione - si può applicare a poche realtà produttive.
«Il telelavoro non è per i manovali, ma per i laureati, per persone che hanno studiato e che conoscono le lingue e che possono svolgere le proprie mansioni davanti a un computer, da casa» conclude Addis.
ITALIA POCO 'SMART': 25ESIMA SU 27. In Italia le piccole e medie imprese sono poco “smartworker”.
Secondo la ricerca dell'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano nel 2013 la percentuale dei telelavoratori italiani per più di un quarto del loro tempo lavorativo è solo il 6,1%.
Con queste cifre l’Italia si posiziona al 25esimo posto su 27 Paesi europei. Qualcosa comunque sembra stia lentamente cambiando: nel 2013 la percentuale di telelavoratori, almeno occasionali, è aumentata dell'8%, passando dal 17% del 2012 al 25% nel 2013.
LA FLESSIBILITÀ PORTA BENEFICI. Bibiana Ferrari, amministratore delegato di Relight, spiega che «offrire la possibilità del telelavoro alle mie dipendenti si traduce in un beneficio per l’azienda. Per me la flessibilità è la soluzione per le neomamme e per le donne sulle quali ricade la cura degli anziani».
Con 40 dipendenti e 30 collaboratori Ferrari ricicla rifiuti hi-tech. La sua azienda è l’unica in Europa che ha sviluppato una tecnologia in grado di estrarre da elettrodomestici e televisori elementi chimici preziosissimi, chiamati “terre rare”.
«NON DEVONO TIMBRARE IL CARTELLINO». «Cerco di venire incontro alle tante donne con le quali collaboro. Non pretendo che vengano a lavoro per timbrare il cartellino e facciano le otto ore. Se hanno passato la notte in bianco perché il figlio sta mettendo i dentini, non pretendo di vederle alla scrivania alle 9. Per me va benissimo che lavorino da casa».
E Ferrari ci ha visto bene. Lei e la sua impresa continuano a collezionare titoli e onoreficienze che Bibiana per un «pudore atavico» non ama sbandierare e che tiene in un cassetto.
L’ultimo riconoscimento è arrivato a novembre: è stata premiata dall'associazione Women & Technologies tra le 'Tecnovisionarie 2014' per la categoria 'sostenibilità ambientale'.
«NEGLI ANNI 90 ERA MOLTO PEGGIO». Bibiana ne sa qualcosa delle difficoltà che si incontrano nel provare a tenere insieme il ruolo di madre e gli impegni lavorativi. «All’inizio degli Anni 90, quando ho iniziato con la mia attività in proprio, riuscire a incastrare il pediatra con la festa all’asilo, la riunione con la maestra con la mia attività lavorativa senza dover chiedere a qualcuno è stato liberatorio. All’epoca passavo le notti in bianco a scervellarmi per capire se il lavoro stava in piedi o no: non avevo uno stipendio fisso e dovevo pagare gli stipendi, l’affittto e le bollette dell’attività. Tutto molto stimolante e condito da una forte dose di preoccupazione per l’impresa che stava partendo, ma mi ha permesso di essere presente per le mie figlie in modo autonomo e libero».

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