Unione Europea 140221111448
DIS-ACCORDO 6 Dicembre Dic 2014 1230 06 dicembre 2014

Ttip, l'altra faccia del libero scambio Europa-America

Redditi giù di 5 mila euro. Meno 600 mila posti di lavoro. Rebus servizi pubblici. Aumentano le perplessità sull'effetto del trattato commerciale tra Ue e Usa.

  • ...

da Bruxelles

La Commissione europea è l'organo esecutivo dell'Unione europea: è presieduta dal portoghese José Manuel Barroso.

Ancora non c'è nemmeno un testo definitivo, ma l'accordo di libero scambio su commercio e investimenti tra Unione europea e Stati Uniti d'America (Ttip, Transatlantic trade and investment partnership) è già il tema più controverso all'interno delle istituzioni di Bruxelles.
Il Consiglio dei 28 capi di Stato e di governo ha dato il mandato alla Commissione per avviare i negoziati con gli Usa, ma il via libera finale dell'accordo spetta al parlamento.
Per questo dopo mesi di critiche e proteste sulla mancanza di informazioni sul negoziato, gli eurodeputati sono stati coinvolti maggiormente.
TRASPARENZA, MA SOLO A METÀ. Un'operazione di trasparenza che è comunque destinata a restare a metà, non solo perché per ora non tutti gli europarlamentari hanno accesso alla cosiddetta 'sala di lettura', che contiene i documenti riservati al vaglio dei due Paesi, ma perché per ora gli obiettivi che il Ttip si prefigge non sono surrogati da analisi che possano garantire la bontà dell'accordo. Soprattutto quando si parla di occupazione.
POSTI DI LAVORO NON PERVENUTI. Il Ttip dovrebbe assicurare un aumento delle esportazioni del 6% e un guadagno medio di 545 euro annui per le famiglie europee. Ma quanti posti di lavoro possa garantire effettivamente è impossibile saperlo.
Ad ammetterlo è stato lo stesso negoziatore capo per il Ttip della Commissione Ue, Ignacio Garcia Bercero: «Al momento 5 milioni di posti di lavoro nell'Ue dipendono dal commercio con gli Stati Uniti, ma quanti altri se ne creerebbero grazie al Ttip nessuno può dirlo».
ACCORDO CONSIDERATO IMPRESCINDIBILE. Ciononostante, c'è chi continua a considerare l'accordo imprescindibile per la ripresa economica dell'Ue.
Uno di questi è il vice ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda: «Occorre chiudere il Ttip il prima possibile», ha spiegato durante un resoconto sul semestre Ue di presidenza italiana, «cambiare ora il mandato negoziale vuol dire fermare il negoziato e non possiamo permettercelo. Siamo in un momento in cui le minacce politiche e commerciali sono tante».
LA PROTESTA 'STOP TTIP': 1 MILIONI DI FIRME. Nessuna parola però sulle minacce sociali che ne deriverebbero.
La situazione sembra infatti ben più controversa di quella che qualcuno vorrebbe far sembrare.
I dubbi sono tanti, e a porli non sono solo i sindacati e le Organizzazioni non governative (320 Ong di 24 Paesi hanno raccolto 1 milione di firme in due mesi e presentato un ricorso alla Corte di giustizia europea per bloccare il negoziato o riavviarlo su nuove basi).

Lavoro, sulle convenzioni fondamentali ratificate Ue batte Usa 8-2

Il simbolo dell'euro davanti all'Eurotower di Francoforte.

Anche l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) non si è mostrata entuasista sul'imminente accordo di parternariato.
E d'altronde non potrebbe fare altrimenti, visto che al momento anche l'Ilo non ha nessuno studio che possa far pensare a uno scenario migliorativo post accordo.
Tema sul quale si è interrogata la Commissione del parlamento europeo per l'occupazione e quella per il Commercio internazionale, che hanno organizzato una tavola rotonda per fare il punto della situazione.
POSTI DI LAVORO A RISCHIO. Le paure maggiori degli eurodeputati riguardano infatti non solo la privatizzazione dei servizi pubblici, ma il deterioramento degli standard di lavoro e la perdita di posti di lavoro.
Questioni sottoposte all'attenzione sia di Bercero, che di Marva Corley-Coulibaly, economista del dipartimento di ricerca dell'Ilo; Tom Jenkins, dirigente della confederazone europea dei sindacati (Ces) e Luisa Santos, direttrice degli affari internazionali presso BusinessEurope.
SOLO 8 PAGINE SUI DIRITTI LAVORATORI. L'esecutivo europeo punta al migliore accordo possibile, ma per ora si muove nel buoio: «Ci sono tanti studi sull'impatto potenziale del Ttip, che non sarà immediato, ma tra 10 anni porterà a un aumento dello 0,5% del Pil».
Intanto «abbiamo concluso l'accordo con il Canada, che può essere preso come modello», è l'esempio di Bercero.
Ma per quanto il Ceta (trattato commerciale Ue-Canada chiuso nel settembre 2014 e ancora da ratificare), possa servire da esempio e rassicurare su alcuni aspetti, quando si guarda la sezione dedicata al lavoro, si scopre che occupa appena 8 pagine su 1.634.
AUMENTANO ACCORDI CON NORME SUL LAVORO. Sebbene quindi l'Ilo abbia registrato che negli ultimi due decenni «negli accordi commerciali, le clausole con disposizioni sul lavoro sono aumentate da zero nel 1990 fino a 78 nel 2014», ha detto Corley-Coulibaly, tanta strada c'è ancora da fare. E non solo negli accordi con i Paesi meno sviluppati.
Nel 60% dei casi le disposizioni dell'Ilo sono inoltre ancora di natura 'promozionale': forniscono cioè un quadro per il dialogo, la cooperazione e il monitoraggio.
Solo il 40% ha invece una dimensione 'condizionale', per cui il non rispetto delle norme del lavoro comporta conseguenze economiche, ovvero sanzioni.
LEGISLAZIONE COME PRE-CONDIZIONE. Un certo livello di legislazione e prassi può anche essere imposto come pre-condizione per la ratifica di un accordo: è successo per esempio negli accordi degli Stati Uniti con l'Oman e il Perù. Ma quando si parla di Ue e Usa molte cose si danno per scontate.
Eppure nonostante «la condivisione di valori» che unisce gli Stati Uniti e l'Unione europea, come ha sottolineato il vice presidente della Commissione Frans Timmermans, per quanto riguarda le questioni legate al lavoro tra Usa e Ue le affinità non sono così elettive.
Basta considerare che tutti gli Stati membri dell'Ue hanno ratificato le otto convenzioni fondamentali dell'Ilo e l'Unione europea fa riferimento a queste nei suoi accordi commerciali.
Gli Stati Uniti, invece, finora hanno ratificato soltanto due delle otto più importanti (sull'abolizione del lavoro forzato, sulle forme peggiori di lavoro minorile). Una terza convenzione sulla discriminazione è stata presentata al Senato per l'approvazione nel 1998, ma non è ancora stata ratificata.
Diverse sono quindi le norme che disciplinano l'iter produttivo, l'uso del capitale umano, determinante per una competizione commerciale alla pari. Ma per ora quello che si guarda è solo il capitale.

L'altra faccia del Ttip: calo del reddito sino a 5 mila euro

Accordo di libero scambio Ue-Usa: non ci sono stime ufficiali su quanti posti di lavoro potrebbe creare.

Sulla base di uno studio effettuato dal Cepr (Centre for economic policy research), il Ttip porterebbe a una crescita dello 0,5% del Pil (120 miliardi di euro) per l'Ue e di 95 miliardi di euro per gli Usa (pari allo 0,4% del Pil).
Il settore che ne beneficerebbe di più è per ora quello automobilistico (+40%), seguono i prodotti in metallo (+12% esportazioni), alimentari trasformati (+9%), prodotti chimici (+9%), altri beni di produzione (+6%), altri mezzi di trasporto (+6%).
Effetti sull'agricoltura, silvicoltura e pesca dovrebbero essere prossima allo zero (0,06%). Lo studio prevede inoltre che i salari possono aumentare dello 0,5% sia per i lavoratori qualificati sia per quelli meno qualificati.
POSTI DI LAVORO RIALLOCATI. Ma nonostante le previsioni, nessuna ricerca che si avvale dei modelli economici standard è riuscita a quantificare il numero di posti di lavoro che potrebbero essere creati in più.
Come sottolinea uno studio fatto dal'Economic and scientific policy department del parlamento europeo, «secondo i calcoli approssimativi fatti dalla Commissione, migliaia o addirittura milioni di nuovi posti di lavoro dipendono dalle esportazioni», ma questo avverrebbe a patto che l'accordo riuscisse ad abbattere «le tariffe sino a zero, ridurre del 25% le barriere non tariffarie di beni e servizi e del 50% quelle sugli appalti pubblici».
E anche in questo caso, sottolineano gli analisti del parlamento, si parla di un numero di posti di lavoro semplicemente «riallocati» da un settore a un altro.
CON IL METODO ONU SI CAMBIA. Nessuna certezza quindi di riuscire a risolvere il problema più grande dell'Ue, la disoccupazione.
Anzi, c'è chi prospetta un netto peggioramento del fenomeno. Usando il modello econometrico (global policy model) delle Nazioni unite per simulare l'impatto del Ttip sull'economia globale i numeri cambiano notevolemente rispetto a quelli citati dalla Commissione europea.
A dimostrarlo è stato un ricercatore del Global development and environment Institute, Jeronim Capaldo: «Il Ttip potrebbe causare perdite nette in termini di Pil, redditi personali e occupazione».
VERSO UN CROLLO DEL REDDITO. Lo studio, fatto considerando il contesto di austerità prolungata e di bassa crescita soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, parla di una diminuzione del reddito che varia tra 165 e 5 mila euro per lavoratore, a seconda del Paese.
E una perdita complessiva di circa 600 mila posti di lavoro, dove gli Stati del Nord Europa sarebbero i più colpiti con 223 mila perdite, seguiti da Germania (134 mila), Francia (130 mila posti di lavoro) e Paesi del Sud (90 mila).
L'INCOGNITA SUI SERVIZI PUBBLICI. Senza considerare poi quello che potrebbe succedere se il settore dei servizi pubblici, «quello che in Europa dà maggiori posti di lavoro», ha spiegato Bercero, non sarà tenuto fuori dal Ttip come finora fatto intendere.
«Sui servizi pubblici non prendiamo impegni», ha ribadito Bercero, «vogliamo conservare la competenza dei governi a decidere tutti i servizi che il settore pubblico deve seguire. Non facciamo compromessi sulla tutela dei servizi sociali».

Un accordo con perdenti e vincitori

José Manuel Barroso.

Per ora si continua a ripetere che tutto deve andare di pari passo con il rispetto dei diritti, «dopo il trattato commerciale con la Corea, abbiamo visto che tutti gli altri hanno un capitolo sullo sviluppo sostenibile e la tutela lavoratori», ha ricordato Bercero.
Un accordo che lo stesso Josè Manuel Barroso aveva definito «ottimo, da prendere a esempio».
Ma c'è chi ricorda che l'ex presidente dell'esecutivo europeo allora si dimenticò di dire che «in quell'accordo non c'era l'Isds», ha denunciato Jenkins del Ces, ovvero la clausola più temuta del Ttip, che darebbe la possibilità alle aziende di rivolgersi ad arbitrati internazionali per sottrarsi alle norme del Paese in cui si va a operare. «Per questo bisogna stare molto attenti a quello che si dice e ai numeri che si danno».
«Vogliamo un capitolo ampio e approfondito sul lavoro», non si stanca di insistere Jenkins. C'è molta incertezza sui risultati del Ttip, alcuni studi fanno pensare a dei vantaggi, come quelli fatti dalla World bank, ma non dimentichiamoci che quando si fanno questi accordi, ci sono sempre dei perdenti e dei vincitori».
USO DEL FONDO DI GLOBALIZZAZIONE. Da valutare è quindi, secondo il dirigente dei sindacati europei, anche la possibilità di usare il «Fondo di aggiustamento della globalizzazione che potrebbe aiutare i perdenti di questo accordo, come ha suggerito la Commissione». Peccato che ancora non si sa «se questo fondo sarà rifinanziato o destinato a compensare le perdite nel settore dell'agricoltura».
Tante sono le domande senza risposta. Questa volta con il Ttip, «non vogliamo ghetti, ma un accordo dettagliato che consideri anche le parti sociali», è la richiesta dei sindacati. Ci deve essere poi «il capitolo degli investimenti con le norme Ocse, una legislazione minima e i contratti collettivi, non come note a piè di pagina ma riprese nel corpo dell'accordo».
E ancora, sugli appalti pubblici: «Ci sono le convenzioni dell'Ilo, in particolare la 94», ha auspicato Jenkins, «deve essere ripresa nel corpo del testo, così come anche clausola di non recessione».
TTIP RICONOSCIUTO A LIVELLO FEDERALE. Mirano alto i sindacati europei: «Tutte le disposizioni su lavoro e la democrazia presenti nella legislazione europea devono essere presenti nel Ttip. Vogliamo inoltre che il trattato sia condiviso a livello federale: non va bene che ci sia accordo solo tra Bruxelles e Washington, deve essere applicato anche nel Tennessee».
A frenare le ambizioni delle rappresentanze sindacali sono gli imprenditori. «Non tutti gli accordi commerciali hanno norme su lavoro e ambiente», ha ricordato Santos delle Confindustrie europee, «è un aspetto nuovo. In una fase iniziale sono stati gli Usa e Ue a inserirle negli accordi commerciali, ora vediamo sempre più che anche di altri Paesi seguono l'esempio ed è positivo».
NO AL PROTEZIONISMO OCCULTO. Sì alle norme, quindi, «ma no a un protezionismo occulto», ha spiegato Santos, «lo vediamo anche in Europa: non tutti gli Stati membri hanno le stesse politiche sociali, quindi saremmo ingenui a credere che con il Ttip potremo avere una armonizzazione totale Usa-Ue. Possiamo provarci. Come europei vorremmo esportare il nostro modello sociale, ma dobbiamo considerare anche il livello degli altri Paesi con cui negoziamo».
Insomma «non si tratta solo di mettere regole sulla carta, ma che siano applicate davvero», ha ricordato Santos. Per ora però basterebbe iniziare a metterle almeno sulla carta.

Correlati

Potresti esserti perso