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EDITORIALE 12 Dicembre Dic 2014 1218 12 dicembre 2014

Serve lo sciopero generale? No, però forse Renzi...

Dai cortei nessuna novità. Ma il premier ora dovrebbe focalizzarsi sui conti pubblici.

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Matteo Renzi.

La domanda che ci si fa ogni volta è se lo sciopero generale (l'ultimo unitario - stavolta la Cisl non c'è - fu proprio il 12 dicembre 2011) serva o no, se l'imponente mobilitazione di lavoratori che invadono strade e piazze possa influenzare la politica economica dei governi.
Oppure se questo tipo di manifestazioni servano soprattutto a chi le organizza, ovvero ai sindacati in crisi di rappresentanza, che per un giorno si sentono vivi e vegeti, finalmente liberi dallo spettro della fine dei corpi intermedi che li interroga su ruolo e identità.
RENZI È SEMPRE PIÙ IN DIFFICOLTÀ. Questo sciopero poi, a differenza di altri, si tiene in un contesto in cui la guerra con l'esecutivo non avviene su una singola battaglia, ma pur sempre nell'ambito di un metodo concertativo che non viene messo in discussione.
Stavolta no, Renzi ha avuto sin dall'inizio come obiettivo quello di derubricare il sindacato a mera parte sociale, privandolo del potere politico che i precedenti governi gli avevano sempre implicitamente riconosciuto.
Un braccio di ferro iniziato fin dal primo giorno in cui il premier si è insediato a Palazzo Chigi, e del quale inizialmente sembrava sicuro vincitore, fino a che la fragilità della sua maggioranza e le continue spinte esogene da parte della minoranza del partito, lo hanno costretto a più miti consigli.
Che Renzi abbia clamorosamente costretto il ministro dei Trasporti a fare marcia indietro sulla precettazione dei ferrovieri, ribadendo al contempo che lo sciopero è un diritto, la dice lunga sul momento di difficoltà che sta attraversando.
Naturalmente, ma questo lo sanno anche i sindacati, lo sciopero generale non segnerà un'inversione della deriva occupazionale, e non indurrà il governo a fare marcia indietro sulla riforma del mercato del lavoro, sulla quale pure ha fatto ampie concessioni.
LA RECESSIONE HA CAMBIATO L'AGENDA DEL PREMIER. No, se la manifestazione del 12 dicembre può servire a qualcosa è incidere sulla sua priorità d'azione. L'impressione, condivisa anche da coloro che hanno sin qui sostenuto Renzi senza remore, è che l'aggravarsi della recessione costringa a un cambiamento di agenda.
Il premier nei suoi primi 10 mesi ha messo come prioritarie le riforme istituzionali, a cominciare dall'abolizione del bicameralismo, per arrivare poi a una versione molto edulcorata del Job Acts.
Ma l'aggravarsi dei dati congiunturali pone altre urgenze, in primis quella del debito pubblico che è qualcosa che investe la stabilità dei conti pubblici ben al di là dei rigorosi parametri europei cui essi devono obbedire.
Convivere con un debito pubblico che il Fondo monetario quest'anno colloca al 136,7% del Pil, ovvero alla soglia di quel 140% che è considerato il punto di non ritorno della sostenibilità finanziaria di un Paese e che comporterebbe l'immediato commissariamento della Troika, è tema che rende oziosa la discussione sull'Italicum e persino la dilaniante corsa alla successione di Giorgio Napolitano.
È come se, con la casa che brucia, ci si mettesse a discutere sul colore delle tende o il rivestimento dei divani.
E siccome Renzi ha sempre sostenuto che il mettere ordine nei conti pubblici è un obiettivo che l'Italia deve perseguire indipendentemente dal fatto che sia anche l'Europa a chiedercelo, forse non sarebbe male passare dal pensiero all'azione.
Tenendo anche conto di due fattori. Il primo è che con lui a Palazzo Chigi il debito pubblico è salito pro capite di 141 euro al mese, un incremento che non si registrava dal 1994. Il secondo è che, a questi livelli, anche solo pensare di mettere in campo uno straccio di politica keynesiana di investimenti pubblici è una pura e pericolosa velleità.

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