Marco Giannini Gucci 141214183646
LA MODA CHE CAMBIA 14 Dicembre Dic 2014 1708 14 dicembre 2014

Giannini e Di Marco via da Gucci? La prova che l'amore in azienda è da evitare

I due manager, coppia anche nella vita, erano troppo protagonisti. E avevano creato una sorta di società nella società. Un doppio addio scritto.

  • ...

Patrizio Di Marco e Frida Giannini.

Venerdì 12 dicembre alle 8.11 del mattino ora italiana - notte fonda negli Stati Uniti che infatti hanno reagito sei ore dopo - i giornalisti della stampa economica e modaiola mondiale sono stati svegliati dal dlin di una mail del gruppo Kering che annunciava «l'uscita dal gruppo del direttore creativo di Gucci, Frida Giannini, e del ceo Patrizio Di Marco».
La coppia più potente della moda nel mondo aveva deciso (o per meglio dire accettato) di lasciare, a far data dalle prime settimane del 2015, le proprie cariche nel gruppo della famiglia Pinault.
E le Borse hanno reagito bene. Per tutta la giornata di venerdì, chi ha avuto modo di seguire l'andamento del titolo Gucci (nelle prime ore del pomeriggio si era persino e lievemente apprezzato, per poi chiudere in ribasso sull'onda delle difficoltà delle principali piazze mondiali) ha potuto dare una prima possibile contro lettura alla notizia, e cioè che gli operatori della finanza se lo aspettavano.
Esattamente come i media. Tutti erano pronti con l'articolo solo da rifinire nel pc e la speculazione al caldo da mesi.
UN'USCITA DI SCENA GIÀ SCRITTA. Per certi versi, l'uscita della coppia dal gruppo Kering era stata scritta addirittura nello stesso giorno dell'ufficializzazione del loro rapporto d'amore, nel 2011, mentre François Henri Pinault, erede del colosso del lusso e suo maggiore azionista, si premurava di rassicurare il mondo che, per lui, nulla sarebbe cambiato in quanto «abituato da sempre a lavorare in famiglia».
Con la differenza, però, che la famiglia Di Marco-Giannini non era la sua.
Se l'andamento delle vendite di Gucci nell'ultimo anno non fosse stato segnato dai contraccolpi di questo momento di crisi mondiale e di disaffezione progressiva nei suoi confronti di brand che, come tanti altri, ha subito un graduale e forse inevitabile processo di massificazione, forse i Di Marco-Giannini avrebbero retto ancora per un anno. Ma non oltre.
Perché sono belli, brillanti in molte scelte strategiche e di comunicazione (l'impegno di Gucci a favore dell'empowerment femminile nel mondo, ma anche a difesa della trasparenza produttiva, hanno aperto una strada che tanti altri sono stati costretti a seguire) e pure molto, molto protagonisti. Inevitabilmente tali.
O PADRONI DELL'AZIENDA O ADDIO. Per proseguire nella loro marcia, avrebbero dovuto essere i padroni dell'azienda. Non i suoi primi dipendenti, e soprattutto non coppia.
Ad di là dei risultati, che di certo hanno avuto un peso sostanziale nella loro separazione dai destini della famiglia Pinault, la parabola di Patrizio Di Marco e Frida Giannini in Gucci è la dimostrazione più sfacciata di quanto sostengono i sociologi e gli psicologi del lavoro, e cioè che l'amore in azienda è materia da maneggiare con grande cura e, se possibile, evitare.
Nel migliore dei casi, si finisce per trasferire rivalità ed eventuali tensioni familiari in ufficio.
Nei peggiori, cioè nei rapporti più stretti e felici, com'è in questo caso, si forma una sorta di azienda-nell'azienda, una contro-società i cui azionisti, pur con le migliori intenzioni, danno vita a un gioco di relazioni, obiettivi, persino a un lessico assolutamente personale e speciale.
Rapporti come questi vengono di regola e comprensibilmente osteggiati fra figure di basso profilo professionale, a maggior ragione fra i vertici, fra le due personalità piu rappresentative di un'azienda.
PINAULT VOLEVA UN CAMBIO DI ROTTA. Il primo segnale della rottura imminente era stata, ad aprile, la nomina a direttore della divisione 'luxe-couture et maroquinerie' del gruppo Kering di Marco Bizzarri, manager vicinissimo a Di Marco e suo successore a capo di Bottega Veneta quando quest'ultimo era passato a Gucci.
La creazione di una carica di questa rilevanza e con questi scopi in seno a un gruppo che dovrebbe essere centralizzato sul lusso, visto che tale si dichiara continuamente, era l'evidenza della volontà dei Pinault, che pure grazie alla serialità del prodotto si sono arricchiti e hanno tenuto a bada gli azionisti, di operare un cambio di rotta: i marchi del gruppo, e Gucci in testa, avevano (hanno) infatti bisogno di un leggero riposizionamento verso l'alto, di tornare a essere desiderabili per quel pubblico che aborrisce il solo concetto della borsa in serie, e che pur contando poco in termini assoluti di spesa, gioca un ruolo fondamentale di influencer.
Gucci è ancora cool? Basta una cattiva cavallerizza dall'infanzia tormentata come Charlotte Casiraghi, testimonial privilegiata del marchio, a renderlo interessante per milioni di donne?
Ma soprattutto, bastano le stesse collezioni?
A Milano le signore che vogliono e possono comprare ancora Tom Ford. Esattamente come facevano quando era a capo di Gucci, nove anni fa.
L'hanno semplicemente seguito nella sua nuova destinazione, che incidentalmente era la sua linea, dai tagli perfetti, sottilmente sexy.
DOPO GIANNINI SI PARLA DI TISCI. Adesso, per la successione di Frida Giannini alla direzione artistica di Gucci, il nome più accreditato è quello di Riccardo Tisci.
Per molti versi, la scelta ideale: disegna moda interessante, innovativa, forse con uno sguardo dark che Gucci non possiede, ma d'altronde nemmeno Givenchy la possedeva (affatto) prima che vi arrivasse lui.
È sulle copertine di tutti i giornali, e le blogger lo idolatrano; forse, ecco, non vende milioni di capi, ma per innovazione, stile, gusto, non c'è nessuno di più adatto di Tisci per Gucci.
Forse anche per questo non verrà scelto. O forse sì: dalla decisione di Bizzarri si capirà dove vuole posizionarsi il marchio Gucci nei prossimi 10 anni. Top di gamma e di pensiero nell'abbigliamento, con le borse e le cinture a garantire i fatturati, oppure easy, facile in tutto, sul genere di Michael Kors.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso