Economia 15 Dicembre Dic 2014 0858 15 dicembre 2014

Mercato del lavoro Usa, le sfide del 2015

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General Motors Dal mercato del lavoro americano continuano ad arrivare buone notizie, con il Paese che si avviano a chiudere i 12 mesi migliori in 15 anni. In novembre il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 5,8%, il minimo dal 2008, e sono stati creati 321.000 posti di lavoro, il massimo da gennaio 2012. Sebbene il quadro sia luminoso, non mancano preoccupanti zone d’ombra: innanzi tutto, nonostante il ribasso, ci sono ancora 9,1 milioni di persone alla ricerca di un lavoro e il tasso di disoccupazione resta al di sopra della media tra il 4 e il 5% di prima della recessione e oltre il range tra 5,2 e 5,5 che la Federal Reserve considera come il valore medio di lungo termine. Inoltre, la partecipazione alla forza lavoro continua ad attestarsi al 62,8%, ai minimi in trent’anni. Guardando avanti, di cosa bisogna tenere conto? BUONE NOTIZIE PER IL BREVE TERMINE, MA IL LUNGO? Intanto bisogna fare un distinguo temporale, perché se la situazione nel breve periodo appare incoraggiante, quella di lungo termine più problematica. Considerando un orizzonte ristretto si nota che i livelli di disoccupazione sono sostanzialmente tornati alla normalità: la percentuale di disoccupati per non più di 26 settimane è scivolata al 4%, valori simili a quelli della fine del 2005. E anche il numero di posti di lavoro vacanti è tornato a livelli considerati normali. Il problema è invece che il tasso di disoccupazione di lungo termine rimane alto, visto che quasi il 2% della forza lavoro totale è senza un posto da almeno sei mesi, più del doppio rispetto a valori normali. Sui motivi gli economisti sono divisi e l’estensione dei sussidi per i disoccupati sembra essere solo una delle cause. Piuttosto si parla di un cambiamento strutturale della forza lavoro, con cui la Casa Bianca dovrà fare i conti se vorrà trovare soluzioni reali. LA LEVA SONO LE PICCOLE IMPRESE. Ne è consapevole il presidente Barack Obama, che in un recente discorso alla Business Roundtable, associazione che riunisce gli amministratori delegati delle maggiori società americane, ha parlato di passi avanti, ma anche di “molte cose che dovremmo fare ma che non stiamo facendo per colpa della politica”. Il riferimento è a una “crescita a rilento dei salari, che stride con il balzo degli utili societari e dell’azionario americano”, ha detto. La leva su cui l’inquilino della Casa Bianca intende puntare è il settore privato e, in particolare la miriade di piccole e medie imprese che ci sono negli Stati Uniti: in novembre il privato ha creato 208.000 posti di lavoro, meno di quanto atteso dagli analisti e meno anche rispetto a settembre, ma comunque l’ottavo mese di fila con crescita al di sopra delle 200.000 unità. E questo proprio grazie alle piccole e medie imprese, che hanno aggiunto rispettivamente 101.000 e 65.000 posti. LA FED GUARDA E PREPARA IL RIALZO DEI TASSI. Per questo, andando avanti, la Federal Reserve, che proprio sull’andamento del mercato del lavoro regola l’azione monetaria, dovrà calibrare con cura le proprie scelte. Con le aziende americane che continuano ad assumere a passo più o meno sostenuto ormai da molti mesi e con il tasso di disoccupazione in progressivo ribasso, la Banca centrale americana, che durante la riunione di ottobre ha messo fine al programma di stimoli all’economia, deve ora decidere quando cominciare ad alzare il costo del denaro, probabilmente verso la metà del 2015. Nell’ultimo Beige Book sono stati segnalati generalizzati miglioramenti dell’occupazione, soprattutto nei settori di software e information technology, servizi finanziari, manifatturiero, costruzioni, trasporti, intrattenimento e ospitalità. “Il mercato del lavoro continua a rafforzarsi”, ma in alcune aree le aziende hanno “difficoltà crescenti nel trattenere lavoratori”, che cercano posizioni migliori o meglio retribuite. Infatti, nonostante l’aumento delle assunzioni, i salari sono rimasti fermi in ottobre e novembre, cosa che aumenta la pressione soprattutto nei campi che necessitano di competenze specializzate. VISTA DALL’ITALIA, LA SITUAZIONE USA È UN NON PROBLEMA Se per gli Stati Uniti i livelli attuali di disoccupazione sono considerati ancora al di sopra di livelli sostenibili e ottimali, vista dall’estero, e soprattutto dall’Italia, la situazione non appare così problematica. Nel nostro Paese, stando ai dati Istat, gli occupati sono calati dello 0,2% rispetto al mese precedente e il tasso di disoccupazione si attesta al 13,2%, in aumento di 0,3 punti percentuali da settembre e di un punto nei dodici mesi. Un record, fatti i debiti aggiustamenti, più alta persino di quanto non fosse durante la crisi del 1929. Un percentuale che diventa mostruosa tra i giovani, arrivando al 43,3% contro il 17,7% degli Stati Uniti. Viceversa, il tasso di occupazione è calato al 55,6%. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi cerca di gettare acqua sul fuoco e si dice pronto a “utilizzare strumenti non convenzionali” e a “fare qualunque cosa”, anche usando in modo migliore i fondi europei. Già, l’Europa. Anche lì il governatore Mario Draghi ha usato parole simili, - “whatever it takes” ha detto, - ma gli effetti tardano ancora a vedersi.

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