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ECONOMIA 16 Dicembre Dic 2014 1235 16 dicembre 2014

Crisi mercati: somiglianze e differenze col 1998

In calo il prezzo del petrolio. Crollo delle valute. Taglio dei tassi di interesse. Il déjà vu dei Paesi in via di sviluppo. Che oggi sono più ricchi. E pronti a reagire.

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Borse in altalena a causa del continuo ribasso del petrolio e del rublo.

Monete locali in caduta libera, obbligazioni in ribasso e debito in risalita. Sembra un déjà vu quanto sta accadendo alle economie dei Paesi emergenti che rimanda direttamente al 1998. Anche se con qualche differenza.
Come sul finire degli Anni 90, infatti, dalla Russia al Venezuela, passando per Thailandia e Brasile, le economie degli Stati in via di sviluppo anche oggi devono affrontare una profonda crisi influenzata soprattutto dal crollo del prezzo del petrolio.
RUBLO IN CADUTA LIBERA. Si prenda il caso di Mosca, con il rublo che non riesce ad arrestare il crollo: ogni giorno si deve aggiornare il record negativo della moneta russa su euro e dollaro (martedì 16 dicembre con la Borsa a -2%, la valuta europea è scambiata a 83 rubli, mentre il biglietto verde ha toccato quota 66,7 rubli).
Per arginare le perdite, la Bank of Russia è intervenuta, a sorpresa, aumentando il tasso di interesse di riferimento dal 10,5% al 17%.
ORO NERO IN RIBASSO. Anche la Cina non se la passa meglio. La produzione manifatturiera di Pechino in dicembre, secondo i dati provvisori diffusi dalla Hong Kong and Shanghai banking corporation (Hsbc), ha rallentato. E anche i tassi di crescita dell'economia sono più contenuti rispetto al passato.
AI LIVELLI DEGLI ANNI 90. La lira della Turchia è, invece, scesa ai minimi storici. Così come la rupia dell'Indonesia è tornata ai livelli più bassi dal 1998.
A soffrire è anche il Venezuela. E lo stesso destino è condiviso dal Brasile: qui le obbligazioni Petrobras, la compagnia carioca che si occupa dell'estrazione e della vendita del petrolio, sono crollate al minimo storico.
Ecco quali sono somiglianze e differenze con la crisi del 1998.

Somiglianze: giù il greggio e valute in difficoltà

Il petrolio è arrivato a circa 55 dollari al barile penalizzando soprattutto i Paesi esportatori di oro nero (©GettyImages).

Petrolio: il calo del prezzo penalizza i Paesi esportatori

Da giugno il prezzo del petrolio è sceso del 48% arrivando a circa 55 dollari al barile. A soffrire, ovviamente, sono i principali esportatori di oro nero, come Venezuela, Russia e Nigeria.
Secondo le stime di Bloomberg, Caracas rischia il default delle sue obbligazioni entro cinque anni.
MALE IL PIL DI MOSCA. Anche Mosca non se la passa meglio, anche perché il Cremlino deve fare i conti pure con le sanzioni occidentali per la crisi in Ucraina.
Secondo i conti della banca centrale della Russia farà danni nel 2015: con il greggio intorno ai 60 dollari al barile, infatti, il Prodotto interno lordo del Paese subirà una contrazione del 4,5-4,7%.

Valute: raggiunto il livello più basso delle monete locali

L'indice Bloomberg sulle 20 valute dei mercati emergenti indica che a dicembre si è raggiunto il livello più basso dal 2013.
Come visto, infatti, il rublo è in caduta libera, così come la lira della Turchia e la rupia dell'Indonesia.
Durante la crisi finanziaria della fine degli Anni 90, Paesi come Thailandia e Malesia si ritrovarono a perdere metà del valore delle rispettive monete in appena sei mesi.

Tassi di interesse: il taglio della Fed sottrae soldi alle economie emergenti

La Federal reserve Usa sta pianificando il suo primo aumento dei tassi di interesse dal 2006: si tratta di una strategia che minaccia di sottrarre capitali ai Paesi in via di sviluppo.
La serie di aumenti dei tassi della Fed a meta del 1990, infatti, contribuì a innescare la corsa sulle valute asiatiche che portò poi al default della Russia.
MENO AIUTI STRANIERI. Secondo le stime elaborate nel 2013 dalla Banca mondiale, l'afflusso di denaro privato verso questi Stati è destinato a ridursi del 50%: un dramma per Paesi vulnerabili come Turchia, Sudafrica e Brasile che vantano ampi disavanzi correnti come precisato da Credit Agricole Cib.
In Malesia, per esempio, gli investitori stranieri detengono circa il 30% del debito delle amministrazioni locali.

Differenze: più soldi in cassa e tassi d'interesse contenuti

Continua la discesa del rublo in Russia che perde terreno su euro e dollaro (©GettyImages).

Cambi: le valute deboli stimolano la crescita e favoriscono le esportazioni

I Paesi in via di sviluppo non sono in regime di cambio fisso, che era prevalente alla fine degli Anni 90. Così se l'inflazione del prezzo del petrolio rende certe valute più deboli, queste possono stimolare la crescita economica rendendo le esportazioni meno costose.

Riserve estere: con 8.100 miliardi di dollari si può resistere alla volatilità

I Paesi in via di sviluppo, secondo quanto riferito dal Fondo monetario internazionale (Fmi), detengono circa 8.100 miliardi di dollari: nel 1999 erano poco più di 650 miliardi. Ecco perché le riserve valutarie di questi Stati possono aiutare a resistere alla volatilità attuale dei mercati finanziari.

Debito: ridotto il ricorso alle valute straniere (calo del 40% in 10 anni)

Se un tempo i governi dei Paesi emergenti erano soliti prendere in prestito dollari per finanziarsi, oggi per lo più ricorrono alla valuta locale e questo permette ai governi di ripagare il debito senza dover attingere alle riserve di moneta estera.
Nel 2013, infatti, il Fmi ha precisato che il debito estero ammontava al 26% in calo di circa il 40% rispetto al 1999.

Tassi di interesse: l'aumento è meno della metà di quelli degli Anni 90

Attualmente i Paesi in via di sviluppo hanno aumentato i tassi di interesse. Ma Bloomberg ha evidenziato come rimangano ben lontani dai livelli del 1998.
Si prenda il caso della Russia che è arrivata al 17%, quando negli Anni 90 era andata oltre il 100% (il Cremlino dovette dichiarare il default sul debito).
In Brasile, invece, i tassi di riferimento sono stati alzati all'11,75%, meno della metà del livello del 1998.

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