Economia 16 Dicembre Dic 2014 1043 16 dicembre 2014

Petrolio, le conseguenze del crollo dei prezzi

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Il 15 dicembre, dopo settimane di cali, il petrolio ha tentato di risollevare la testa, puntando verso l’altro sulla scia dello stop alle esportazioni in due porti libici. Ma è stato un fuoco di paglia: è bastato che dagli Emirati Arabi arrivasse la conferma che l’Opec non intende agire in modo aggressivo per riequilibrare il mercato del greggio per far sprofondare il barile a nuovi minimi, sotto i 56 dollari al barile e ai minimi da metà maggio 2009. La domanda è ora quanto potrà calare ancora e, soprattutto, quanto questo  potrà pesare sull’industria petrolifera. Ecco cosa bisogna sapere.

Rex Tillerson I GIGANTI TENGONO, LE PICCOLE SONO GIÀ IN AFFANNO. I giganti per ora non si trovano ancora a mal partito – di recente l’amministratore delegato di Exxon Rex Tillerson ha detto che la società può gestire fluttuazioni fino a 40 dollari al barile prima di trovarsi in difficoltà seria – mentre i gruppi più piccoli sono già in affanno e prevedono riduzioni degli investimenti e del personale. Eog Resources ha per esempio annunciato che abbandonerà i giacimenti canadesi, licenziando personale e concentrandosi sugli Stati Uniti. Matador sta considerando di congelare la produzione in Texas, mentre gruppi attivi nel settore dello shale oil, come Continental Resources a Chesapeake Energy, hanno visto quasi dimezzarsi il loro valore di mercato rispetto ai massimi dell’estate. Anche alcuni colossi soffrono: ConocoPhillips ha ridotto del 20% a 13,5 miliardi i piani di investimento in nuovi pozzi per il 2015.

Abdalla Salem el-Badri PESANO LE PAROLE DELL’OPEC. A fare accelerare i ribassi è stato il ministro dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail bin Mohammed al-Mazrou, che ha ribadito quanto già detto da Abdalla Salem el-Badri, il numero uno dell’Opec. «Non c’è un target di prezzo» e «l’Opec non può sistemare l’attuale condizione nel mercato del petrolio, che avrà bisogno di tempo per stabilizzarsi», ha detto il ministro. Tradotto significa che l’Opec non fa marcia indietro rispetto alla decisione di non tagliare la produzione e non si riunirà prima del previsto meeting del 5 giugno, a meno di eventi drammatici. RISCHIO PERDITE PER 1.600 MILIARDI. La corsa al ribasso, dicono gli analisti, è destinata a durare, anche se non è possibile escludere un rally di fine anno, che al momento appare poco probabile. Gli effetti sul settore petrolifero già si fanno sentire: l’Spdr, il maggiore fondo energetico quotato, è in calo del 14% nell’ultimo mese e ha perso un quarto del proprio valore da metà giugno. Ma il peggio deve ancora venire: secondo Eric Lascelles, capo economista di Rbc Global Asset Management, le perdite per il settore petrolifero e dei servizi potranno arrivare a 1.600 miliardi di dollari all’anno. Per i big del comparto però non è ancora tempo di alzare bandiera bianca e gridare alla disfatta: «Per noi è un ritorno ai fondamentali. Dobbiamo monitorare la nostra liquidità, le nostre decisioni di investimento, dobbiamo essere disciplinati su tutto e andare alla ricerca di opportunità che potrebbero emergere in un contesto come questo», ha detto il numero uno di Exxon.

Goldaman Sachs: a rischio 1.000 miliardi di investimenti. PROGETTI FUTURI IN BILICO. Inoltre, secondo Goldman Sachs, il ribasso del barile mette a rischio investimenti da quasi 1.000 miliardi di dollari in progetti futuri nel settore petrolifero. Eventuali   cancellazioni potrebbero cancellare 7,5 milioni di barili al giorno di nuova produzione nel prossimo decennio, una cifra pari all’8% della domanda globale attuale. La banca ha analizzato 400 giacimenti nel mondo, molti dei quali ancora in attesa del via libera definitivo: ipotizzando prezzi del greggio a 70 dollari al barile, giacimenti con una   produzione da 2,3 milioni di barili al giorno al 2020 sono antieconomici. Se i prezzi resteranno ai livelli attuali, appunto attorno ai 60 dollari al barile, se non più in basso, le   aziende del comparto dovranno tagliare i costi fino al 30% per rendere redditizi i progetti.

In calo i junk bond CRESCE AVVERSIONE A RISCHIO, IN CALO I JUNK BOND. Le ricadute dei cali del greggio si fanno sentire anche su altri mercato, creando avversione al rischio, come successo con le obbligazioni ad alto rendimento. Come i titoli spazzatura, una piazza da 1.300 miliardi di dollari che potrebbe trasformarsi in un imprevisto freno per l’economia: le aziende americane, approfittando di tassi di interesse ai minimi storici, hanno finora rastrellato ingenti finanziamenti ricorrendo all’emissione di questi bond. Ma da fine giugno, quando è iniziato il calo del greggio, i “junk bond”, stando all’indice di Barclays, hanno perso l’8%. Anche 21 indicatori settoriali di questi titoli elaborati da JP Morgan hanno evidenziato flessioni nelle cinque sedute al 9 dicembre. Secondo alcuni analisti la fuga dal rischio potrebbe finire per contagiare anche altri asset, compreso lo stesso mercato azionario.

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