Economia 19 Dicembre Dic 2014 1850 19 dicembre 2014

Società tra professionisti, che fallimento

  • ...

Dovevano traghettare i professionisti nel mondo dell'impresa, farne degli industriali dei servizi. Ma nonostante un lancio lungo, sofferto e altamente metabolizzato dal sistema - se ne parlò già nel 2006 con la riforma Mastella, furono istituzionalizzate dalla Fornero soltanto nel 2011 - si sono rivelate un flop le cosiddette società tra professionisti. All'inizio dell'anno erano cinquantaquattro quelle iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese. E poco importa che abbiano segnato un boom negli ultimi dodici mesi, visto che nel 2013 ancora si contavano sulle dita delle mani. CONTRADDIZIONI IN CAMPO FISCALE E PREVIDENZIALE. Il sistema organistico - come dimostra un monitoraggio realizzato dall'Ordine dei commercialisti di Milano e dal Consiglio nazionale del Notariato reso e noto ultimamente - non fa fatica a parlare di fallimento. E non perde occasione di mettere in risalto tutti i limiti organizzativi ed economici legati alla normativa vigente. Soprattutto sono le contraddizioni in campo fiscale e previdenziale a spaventare i professionisti, che si tengono lontani da questo strumento, al quale un tempo guardava con interesse anche Confindustria. Emblematico, allora, quanto emerso durante un congresso organizzato dall'Associazione nazionale dei commercialisti e dall'Associazione dei commercialisti di Ferrara, dove le casse delle professioni economiche giuridiche hanno dichiarato apertamente guerra al governo. LEGISLAZIONE FUMOSA E POCO PUNTUALE. Avvocati, dottori commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro non nascondono che anche i decreti attuativi e le circolari finora prodotte dai ministeri competenti relazioni non hanno dissipato le incertezze esistenti. E in alcuni casi ne hanno create anche di nuove. Soprattutto si fa ancora confusione se gli introiti vadano catalogati come proventi da lavoro autonomo o da impresa. Per esempio Vito Jacono, consigliere nazionale dell'Ordine dei ragionieri, ha sottolineato che «l'Agenzia delle Entrate si sia in precedenza espressa, stabilendo che il reddito prodotto dalle Stp è reddito d'impresa, non da lavoro autonomo. Con le relative conseguenze fiscali, collegate alla questione previdenziale: se, infatti, si tratta di reddito d'impresa, le Casse previdenziali possono chiedere i contributi soggettivi ai professionisti. Mentre il contributo integrativo va a colpire il volume d'affari dei soggetti iscritti ai relativi ordini, sul soggettivo bisogna ancora valutare».  Il che rende più onerosa l'attività della società tra professionisti, rispetto al semplice studio. IL RISCHIO DELLA SOVRAPPOSIZIONE. Si rischia una pericolosa sovrapposizione, con ì i professionisti non sanno che regime seguire. Al riguardo spiega Luigi Pagliuca, alla guida dell'ente pensionistico dei ragionieri: «Sarà opportuno discutere, da gennaio, con gli altri vertici della Cassa dei dottori commercialisti e dei consulenti del lavoro per affrontare la criticità che ci hanno segnalato i colleghi: la duplicazione del contributo integrativo, ossia le fatture che i professionisti soci delle Stp fanno alla Stp». TROPPA RIGIDITA' SUL FRONTE GOVERNANCE. La società tra professionisti, poi, mostrano non poche rigidità sul versante della governance. La legge istitutiva prevede che «il numero dei soci professionisti e la partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci; il venir meno di tale condizione costituisce causa di scioglimento della società e il consiglio dell'Ordine o collegio professionale presso il quale è iscritta la società procede alla cancellazione della stessa dall'Albo, salvo che la società non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine perentorio di sei mesi». Di conseguenza, queste strutture rischiano di restare bloccate se, al voto favorevole, non concorrono almeno due terzi dei soci professionisti.

Correlati

Potresti esserti perso