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INCHIESTA 22 Dicembre Dic 2014 1632 22 dicembre 2014

Gucci-Report, è scontro sui lavoratori a basso costo

Nel mirino i contratti dei subfornitori. Ma l'azienda si difende: «È diffamazione».

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Il marchio Gucci.

La maison italiana del gruppo francese Kering si è subito dissociata, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi è andato su tutte le furie su Twitter, mentre la Fiom ha fatto sapere che il servizio non è un fulmine a ciel sereno e il popolo della Rete si è diviso tra forcaioli e garantisti: ha suscitato reazioni forti l'inchiesta 'Va di lusso' sui fornitori del marchio Gucci firmata da Sabina Giannini per Report e andata in onda il 21 dicembre su Rai 3.
24 EURO PER UNA BORSA. Punto di partenza dell'inchiesta, durata cinque mesi, la testimonianza dell'artigiano pelletterie Aroldo Guidotti, subfornitore per Gucci, che ha spiegato di ricevere 24 euro per una borsa che nei negozi viene venduta a 830 euro e ha spiegato che esiste un sistema per cui si mandano «a casa i dipendenti italiani sostituendoli con quelli di nazionalità cinese, che sono assunti part time, ma lavorano il doppio, a volte il triplo delle ore. Un'evasione che alleggerisce il costo della manodopera che grava sulle imprese del manifatturiero».
Secondo Report, Gucci non ha voluto rilasciare commenti, ma ha inviato una mail spiegando di aver fatto 13 mila verifiche l'anno. Per Giannini, però, «sorprendente è come vengono fatte». Secondo l'inchiesta, infatti, i cinesi lavorano anche 16 ore al giorno, ma al massimo - come detto da Guidotti - ne vengono segnate quattro.
GUCCI SI DISSOCIA. Gucci si è subito dissociata «nel modo più assoluto» da quanto emerso da Report, spiegando in una nota che «telecamere nascoste o utilizzate in maniera inappropriata, solo in aziende selezionate ad arte da Report (tre laboratori su 576) non sono testimonianza della realtà Gucci». «Il servizio ha accusato Gucci di consigliare l'utilizzo di 'forza lavoro cinese a basso costo'. Tutto ciò è falso e destituito di ogni fondamento e fortemente diffamatorio», ha contestato l'azienda in una nota, «così come lo è la frase del servizio : '..... all'interno dell'azienda ...ci deve essere un prestanome italiano...». «Gucci ribadisce fortemente la correttezza del proprio operato impegnandosi a rendere sempre più efficaci le azioni conseguenti alle ispezioni, che saranno sempre più numerose», ha concluso in una nota in cui è precisato che «la signora Gabanelli non ha mai posto a Gucci alcuna domanda pertinente su quanto da cinque mesi stava girando».
GABANELLI: «DOVREBBERO RINGRAZIARCI». Dal canto suo Milena Gabanelli è intervenuta per dire che «più che dissociarsi Gucci dovrebbe ringraziarci, per aver documentato e denunciato quello che avrebbero dovuto fare i loro ispettori». Per la Gabanelli, «Report non ha affatto 'sabotato' ma 'osservato' il metodo delle ispezioni 'farsa'. Noi abbiamo fatto solo il nostro mestiere. La truffa semmai è ai danni degli artigiani, del Made in Italy, della legalità e dei clienti». L'inchiesta di Report ha scatenato la reazione immediata del presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi: «È uno scandalo che si dica 'Toscana zona franca'», ha scritto in una serie di tweet. È uno slogan «falso per alzare l'audience», ha affermato Rossi, che «non rende giustizia al lavoro di imprese, sindacati e istituzioni per la legalità». «Report non sa di cosa parla» - ha scritto ancora - «La Regione Toscana controlla a Prato 10 aziende cinesi al giorno e Gucci è un'azienda seria».

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