Economia 22 Dicembre Dic 2014 1234 22 dicembre 2014

Gucci respinge le accuse di <em>Report</em>

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report-gabanelli La trasmissione Report andata in onda su RaiTre non testimonia della realtà Gucci. E' la posizione ufficiale della casa di moda controllata dalla francese Kering fondata dall'imprenditore François Pinault, contenuta in un comunicato, in cui viene ribadita la correttezza dell'operato e si preannuncia un impegno «a rendere sempre più efficaci le azioni conseguenti alle ispezioni, che saranno sempre più numerose». L'ACCUSA DI GUCCI: MAI RICEVUTO LE DOMANDE. Secondo Gucci, la trasmissione condotta da Milena Gabanelli «non ha mai posto a Gucci alcuna domanda pertinente su quanto da cinque mesi stava girando. Telecamere nascoste o utilizzate in maniera inappropriata, solo in aziende selezionate ad arte da Report (tre laboratori su 576), non sono testimonianza della realtà Gucci». IL TITOLO NON PERDE QUOTA IN BORSA A PARIGI. L'azienda contesta le accuse di utilizzo di manodopera a basso costo e di prestanome, ribattendo di produrre «il 100% della pelletteria in Italia, dando lavoro a oltre 7.000 addetti tra fornitori di primo livello (1.981) e fornitori di secondo livello". Gucci, inoltre, sottolinea che la filiera è interamente tracciata e condivisa da sindacati e organizzazioni imprenditoriali.  E ancora, il gruppo si dichiara estraneo agli accordi tra fornitori di primo e secondo livello non coerenti con le regole del protocollo sulla filiera. Infine, Gucci giudica parziale la comparazione sui prezzi effettuata dalla trasmissione.  Praticamente nulla la reazione alla borsa di Parigi del titolo Kering: attorno alle 10,15, infatti, sale dello 0,67%, a 156,7 euro, dopo aver segnato un massimo di 156,8 euro. LA REPLICA DELLA GABANELLI: DOVREBBERO RINGRAZIARCI. «Più che dissociarsi Gucci dovrebbe ringraziarci, per aver documentato e denunciato quello che avrebbero dovuto fare i loro ispettori. E’ gravissima e lesiva della libertà di espressione e di denuncia la dichiarazione di Gucci. Accordarsi a insaputa di Gucci con laboratori che utilizzano manodopera cinese a basso costo e non in regola – sabotando i sistemi di controllo in essere». E’ quanto dichiara Milena Gabanelli di Report in replica a Gucci. Per la Gabanelli, «Report non ha affatto ‘sabotato’ ma ‘osservato’ il metodo delle ispezioni ‘farsa’. Noi abbiamo fatto solo il nostro mestiere. La truffa semmai è ai danni degli artigiani, del Made in Italy, della legalità e dei clienti”. La conduttrice di report osserva inoltre, sempre riferendosi alle precisazioni della Maison che «Forse non hanno compreso che la SA8000 (la certificazione di responsabilità sociale di cui si fregiano) deve decidere se continuare a certificarli. Che sia un marchio del lusso a mettere in seria discussione la validità della SA8000 è paradossale (ricordiamo che la Nike fu scoperta a far cucire palloni da bambini, ma costavano un dollaro)”. E ancora Gabanelli sottolinea: “Cosa poi intenda per laboratori ‘selezionati’ dovrebbe spiegarcelo, visto che li abbiamo filmati (appunto) con le telecamere nascoste e monitorati per mesi. Uno di questi in particolare è subforniture di una società (Garpe) di proprietà della stessa Gucci, quindi non può neppur dire che la colpa è dei fornitori di primo livello (anche perché la certificazione gli impone verifiche). Inoltre se per Gucci è davvero tutto normale», spieghi chiede la giornalista «perché non vuole che le aziende subfornitrici siano intestate a persone di nazionalità cinese. LA REDAZIONE METTE A DISPOSIZIONE I FILMATI. Comunque abbiamo ore di registrato e molti più esempi di quanti mostrati (noi abbiamo anche limiti di tempo per la messa in onda) che mettiamo a disposizione della magistratura qualora si attivasse per accertare le responsabilità di un sistema illegale che origina dalla manodopera sottopagata e che, ricordiamo, una sentenza storica a Forlì estese ai committenti dei cinesi. Sul tema dei controlli a Gucci è stata fatta richiesta scritta di intervista, ma hanno preferito declinare. La sottoscritta» sottolinea ancora – ha anche posto una domanda pertinente, sempre per iscritto: «a quanto ammonta il Made in Italy che viene fatturato in Italia e quanto esportato alla Luxury Goods (Svizzera) o comunque all’estero». La loro risposta è stata: «il dato non è pubblico, certo – precisa ancora Gabanelli – è meglio che non si sappia fino a che punto convenga all’Italia essere una ‘colonia’ francese che non deve andare in Cina per produrre a basso costo il prestigioso ‘Made in Italy’ grazie ai mancati controlli e ai prezzi sotto il limite che stanno riducendo alla fame i ‘maestri artigiani’, come li pubblicizza Gucci».

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