Economia 23 Dicembre Dic 2014 1031 23 dicembre 2014

Calo del petrolio, ecco chi ci guadagna

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Sembra incredibile ma la più eccitante notizia degli ultimi anni sta passando nell’immaginario collettivo come una mezza tragedia, l’ennesimo segnale dell’incombente catastrofe mondiale. Sepolta all’interno di cervellotiche dissertazioni macroeconomiche o geopolitiche. Il ritornello in arrivo dai mercati e dai loro cantori racconta il calo del petrolio come un fatto negativo, un danno per l’economia. Sarebbe la conseguenza di una nefasta spirale della domanda, che si autoalimenterebbe cibandosi della caduta delle economie “emergenti”, travolte come birilli dalla crisi russa. Incluse quelle che sono grandi utilizzatrici di materie prime importate. Scenari da incubo, alimentati dal tam tam delle borse che “bruciano” miliardi. IL CALO DEL PETROLIO FA CRESCERE L'ECONOMIA. La realtà è ben diversa: se i prezzi del petrolio, per fortunato accidente, dovessero a lungo rimanere sui livelli correnti o, perfino inferiori, la conseguenze sarebbero indiscutibilmente positive e di portata ben maggiore di quanto non si immagini oggi. Unica postilla da aggiungere: per i consumatori, non per i mercati. Più crescita globale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale un calo del venti per cento del prezzo del greggio vale uno 0,5 per cento in più di crescita globale, non poco rispetto alle modeste prospettive attuali.  Se la riduzione della rendita petrolifera fosse permanente calerebbero i costi di produzione di innumerevoli   filiere industriali con un rilevante vantaggio per i paesi trasformatori. Si tratterebbe di uno shock   dell’offerta con effetti non dissimili da quelli che potrebbero arrivare dalle tanto strombazzate riforme strutturali. A tutto vantaggio dei settori più produttivi dell’economia. I VANTAGGI PER I CONSUMATORI: RISPARMI PER 14 MILIARDI. Ma i vantaggi maggiori sarebbero per le famiglie: il taglio  dei prezzi dell’energia rappresenta un minore costo fisso equivalente a una riduzione fiscale o a un aumento del reddito reale di dimensioni  rilevanti. Soprattutto per il ceto medio. Secondo il Centro Studi Confindustria la riduzione della bolletta energetica  italiana sarebbe stimabile in 14 miliardi di euro, con un petrolio a livelli   perfino superiori a quello attuale. I famosi 80 euro in busta paga valgono 11 miliardi di euro.  Si tratta di un trasferimento di risorse che, una volta tanto, non sarebbe a carico delle casse statali o della quota di profitti   delle imprese. Denaro che finirebbe tutto nell’economia reale con un impatto sulla crescita del prodotto in Italia stimabile tra lo 0,6 e l’1%. MENO RENDITA PETROLIFERA SIGNIFICA MENO RENDITA FINANZIARIA. Meno rendita petrolifera uguale: meno rendita finanziaria. Secondo Martin Wolf, (Two cheers for the sharp   falls in oil prices - FT.com) un calo di 40 dollari per barile del prezzo del petrolio comporterebbe un trasferimento di risorse finanziarie dai produttori ai consumatori stimabile in circa 1,3 trilioni di dollari all’anno. Sono parte dei petrodollari che da anni inondano i mercati immobiliari più alla moda, alimentano i patrimoni delle banche private più esclusive, ingrassano i conti degli Hedge Fund più riservati, in definitiva sostengono la domanda di attività finanziarie, a partire dai treasury americani e i bund tedeschi, con rivoli   che irrorano comunque tutti gli angoli del sistema. Le stime delle dimensioni del fenomeno possono differire ma il concetto è ovvio: con la rendita petrolifera si riduce anche quella finanziaria a tutto vantaggio dei consumatori. Si vedrebbe il primo vero segnale di discontinuità in una tendenza di   stagnazione dei salari reali e dei redditi del ceto medio che coinvolge tutto l’occidente da almeno un   trentennio. I PREZZI NON DEVONO VARIARE. Ovviamente tutto ciò potrebbe avverarsi se i prezzi rimanessero stabilmente vicino ai livelli attuali. Possibile, visto che la prima origine di quanto sta avvenendo è un eccesso di capacità produttiva causato anche da fattori strutturali, come l’evoluzione delle tecnologie di ricerca e utilizzo dell’energia. Ma poco   probabile. Essendo il controllo delle fonti energetiche la stella polare delle strategie delle superpotenze globali, è forte il sospetto che, regolati i conti con la Russia, le convenienze del complesso “petrolifero-   finanziario” e dei paesi che lo sostengono tornerebbero a premere nella direzione del rialzo.

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