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AUT AUT 23 Dicembre Dic 2014 1938 23 dicembre 2014

Jobs act, Sacconi: «D-Day il 24 dicembre»

Il capogruppo di Area popolare: «Via l'Articolo 18 o via il governo per scarsa credibilità». Le novità al vaglio del Cdm.

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Maurizio Sacconi e Giuliano Poletti.

Il 24 dicembre potrebbe essere un giorno decisivo per il futuro della maggioranza che sostiene l'esecutivo targato Matteo Renzi. Ne è convinto Maurizio Sacconi, capogruppo al Senato di Area popolare, che ha posto il suo aut aut: «Domani d-day della politica italiana. O via articolo 18 o via governo per crollo credibilità». Un chiaro monito in vista del Consiglio dei ministri sui decreti attuativi del Jobs act.
In arrivo importanti novità sui licenziamenti e gli indennizzi economici, destinati a sostituire nella gran parte dei casi di risoluzione illegittima del rapporto di lavoro il reintegro, e sugli ammortizzatori sociali.
RENZI: «PIÙ FACILE ASSUMERE». «Con il Jobs act sarà più facile assumere, non licenziare», è tornato a evidenziare il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in vista del Consiglio dei ministri della vigilia di Natale, ribadendo anche che le nuove regole si applicano soltanto ai nuovi assunti («quelli che hanno già un contratto mantengono lo Statuto del passato»), per loro, per i quali oggi «avere un contratto a tempo indeterminato sembra una chimera, il sistema sarà più semplice e flessibile».
Renzi ha incontrato al Quirinale il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al quale ha illustrato anche le misure su lavoro.
DECRETO SALVA-ILVA. Ma sul tavolo del Consiglio dei ministri non c'è solo il Jobs Act. All'ordine del giorno anche il decreto salva-Ilva (che arriva subito dopo l'accordo su Termini Imerese e mentre si cerca un'intesa su Meridiana). Ci sono poi le norme che attuano un pezzo importante della riforma del fisco sul fronte delle imprese, alcune nomine di rilievo e anche il decreto milleproroghe.
Sul Jobs act, e in particolare sull'entità degli indennizzi, compresa la possibilità che per il datore di lavoro ci sia l'opzione di superare il reintegro nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento disciplinare ingiustificato e di scegliere comunque di pagare l'indennizzo ma più alto (il cosiddetto opting out), si lavora fino all'ultimo. «Non voglio entrare nei dettagli tecnici. Stanno ancora discutendo nei tavoli di lavoro al ministero e a palazzo Chigi», aveva infatti affermato anche il premier in mattinata.
INDENNIZZO MINIMO: QUATTRO MESI. Stando alle ipotesi prese in esame, si andrebbe verso un indennizzo economico che va da un minimo di quattro a un massimo di 24 mesi di retribuzione, nelle aziende sopra i 15 dipendenti (oggi è 12-24 mesi). Resta infatti la distinzione con le piccole imprese sotto i 15 dipendenti (escluse dall'articolo 18) per le quali continuerebbe a valere l'indennizzo attuale variabile tra i 2,5 e i 6 mesi di retribuzione. Possibile un'ulteriore differenziazione con le aziende sopra i 200 dipendenti. Mentre in caso di opting out, ci sarebbe un super-indennizzo. E nei casi di conciliazione, invece, l'indennizzo sarebbe più basso ma esentasse.
«Bisogna evitare errori che rischiano di danneggiare milioni di lavoratori», ha affermato il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, sostenendo che «con le nuove regole, più che un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti rischiamo di essere in presenza di un contratto a tempo determinato fortemente incentivato». Sul tavolo del Cdm in arrivo anche il decreto attuativo di riforma dell'Aspi, con l'estensione della platea ai collaboratori e della durata del sussidio di disoccupazione, con l'ipotesi di allungarla fino a 24 mesi.

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