Economia 24 Dicembre Dic 2014 1305 24 dicembre 2014

Junk bond, la spazzatura conviene

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Banche Hanno resistito alla crisi di liquidità, faranno lo stesso anche adesso che la Fed ha chiuso i rubinetti e concluso gli acquisti di titoli di Stato. Negli Stati Uniti la corporation finanziaria rilancia sui junk bond. Incurante che questo comparto sconti la fine delle iniezioni di denaro e abbia scatenato la peggiore congiuntura negativa della storia contemporanea. Oggi, dopo la fine del tappering e con una bolla sempre più vicina a scoppiare, gli investimenti sui bond “spazzatura” rappresentano l’1,9 del totale. Fino all’anno scorso sfioravano il 20 per cento. Ma questi numeri possono trarre in inganno rispetto alle intenzione della city americana. Soprattutto in una fase nella quale bisogna scappare dal petrolio. LE BANCHE USA IN MOVIMENTO Proprio le tensioni sui mercati degli ultimi giorni, racconta il settimanale Newsweek, ha spinto banche d’affari e le società di trading speculativo a un surplus di lavoro. Gli algoritmi matematici – quelli che permettono di fare centinaia di migliaia di operazioni in mezzo minuto – fanno fatica a tenere il passo con una realtà sempre più vorticosa. Tanto da aver dovuto trasferire su questo settore decine di trader, che sembravano destinati alla rottamazione. Non a caso, in quest’ottica, Deutsche Bank AG ha rinnovato il suo desk con un banchiere esperto come Mark Doria, arrivato da Citigroup Inc. PERCHÉ LA SPAZZATURA CONVIENE Sono due le ragioni che spingono la finanza a guardare ai junk bond. Innanzitutto le nuove regole contabili impongono agli istituti una maggiore capitalizzazione.  Che chiaramente è più facile raggiungere su fronti dove è forte la volatilità e i profitti sono maggiori. Ma questi strumenti – anche se potrà sembrare una contraddizione in termini – riescono ad ammortizzare il rischio legato alla crisi dell’Europa e al calo delle attività tra gli emergenti, permettono una maggiore libertà di azione in un momento nel quale oltre il 60 per cento di debito americano viene scambiato attraverso piattaforme elettroniche. Il che vuol dire che si possono fare soldi sulla spazzatura mobilitando – con scarsa trasparenza – milioni e milioni di dollari attraverso semplici telefonate e contatti personali. LA BOLLA DEGLI ENERGETICI Tutto bene, allora? Non proprio. Il mercato dei junk bond vale a livello globale circa 1,3 miliardi e più di un terzo è legato a titoli energetici. Inutile dire che con la crisi petrolifera i timori che scoppi una bolla crescono a dismisura. Anche perché si finanziano attraverso questa strada le società piccole e grande impegnate nelle attività di fracking per recuperare lo shale gas. Bloomberg ha raccontato che queste strutture, «costruite contraendo debiti a volte cospicui, cominciano a fare fatica. Pagare gli interessi era già difficile quando il prezzo si aggirava intorno ai 100 dollari al barile, ma adesso la situazione sembra diventata impossibile da sostenere». Guardando i bilanci di 60 quotate a Wall Street, «alla fine del secondo trimestre i loro debiti ammontavano a oltre 190 miliardi di dollari, 50 miliardi in più rispetto al 2011». Anche perché gli interessi ormai superano stabilmente il 10 per del fatturato. Non a caso, conclude Bloomberg, «le agenzie di rating classificano allo “Junk level” 2/3 delle società americane attive nel settore del petrolio».

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