Economia 26 Dicembre Dic 2014 1000 26 dicembre 2014

Usa, il 2014 è stato l'anno della svolta

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La borsa di Wall Street. Da un punto di vista economico, il 2014 che si avvia a conclusione è stato un anno “di svolta” per l’economia americana, come ha fatto notare anche la Casa Bianca commentando i dati sul Pil del terzo trimestre, cresciuto a passo di carica con uno scintillante +5%. Anche l’occupazione è in netto miglioramento, tornata nel corso dell’anno al di sotto del 6% e ai minimi dal 2008, ovvero da prima che scoppiasse la crisi che ha messo in ginocchio il mondo economico e finanziario globale. La crescita «è in linea con una serie più ampia di indicatori, che segnalano passi avanti del mercato del lavoro, una maggiore sicurezza energetica e il continuo rallentamento della crescita dei costi della sanità», ha detto Jason Furman, numero uno del Council of Economic Advisers della Casa Bianca. Restano però dei dubbi, in particolare sulla strategia della Federal Reserve, che ha messo fine agli stimoli all’economia e dovrà ora decidere quando cominciare ad alzare il costo del denaro. Ecco cinque cose da sapere per fare il punto sull’economia americana nel 2014. 1. ECONOMIA A PASSO VELOCE Nel terzo trimestre il Pil è salito del 5%, più del 3,9% della stima precedente e nettamente al di sopra delle previsioni, mettendo a segno la crescita più sostenuta dallo stesso periodo del 2003. Questo sembra confermare le previsioni degli analisti secondo cui l’economia manterrà lo slancio necessario per chiudere il 2014 in rialzo superiore al 2%, dato su cui peserà la contrazione del 2,1% del primo trimestre. Per l’anno in corso la Fed prevede un rialzo tra il 2,3 e il 2,4% (rivisto al rialzo dal 2-2,2% precedente durante la riunione del Fomc di dicembre). La congiuntura aumenta ora a passo veloce grazie a una crescita più rapida del previsto dei consumi (+3,2%, con le spese per beni e servizi che hanno contribuito per 2,21 punti percentuali alla crescita del Pil) e degli investimenti aziendali. 2. OCCUPAZIONE A LIVELLI PRE-CRISI La crescita dell’occupazione, arrivata al 57 mese di fila, e il calo della disoccupazione sotto il 6% per la prima volta dal 2008 (5,8% a novembre, ai minimi in sei anni) sono di buon auspicio sulla ripresa del mercato del lavoro e sull'andamento dell’economia nel suo complesso, tanto più che sono stati creati più di 200.000 posti di lavoro al mese per dieci mesi di fila, cosa che non succedeva dall’inizio degli anni Novanta. Mike Jakeman, analista per Economist Intelligence Unit, ha spiegato che la “creazione di posti di lavoro sta procedendo al passo più veloce in 15 anni. Più persone al lavoro significano più redditi, che comportano più spese, che implicano più investimenti da parte delle aziende, cosa che a sua volta porta con sé più assunzioni”. Restano tuttavia dei dubbi. Preoccupa in particolare il fatto che 9,1 milioni di persone sono ancora alla ricerca di un’occupazione e che la partecipazione alla forza lavoro è rimasta invariata al 62,8%, resta vicina al minimo in 35 anni ed è molto al di sotto del 66% di prima della recessione. 3. USA MOTORE GLOBALE, EUROZONA AL TRAINO Il buono stato di salute dell’economia americana convince gli analisti: secondo Capital Economics gli Stati Uniti, insieme al Regno Unito, l’anno prossimo faranno strada mentre Giappone ed Eurozona continueranno a soffrire. Questo alimenta il dibattito sulle politiche future della Federal Reserve. Sempre secondo Capital Economics “sia la Fed sia il mercato stanno sottovalutando la rapidità con cui i tassi avranno bisogno di salire nel corso dei prossimi anni”. E se la Bank of England con ogni probabilità opterà per una stretta graduale, per questi economisti Banca centrale europea e Bank of Japan daranno il via a ulteriori stimoli. 4. RIFLETTORI SULLA FED, PER ORA CAUTA Ma c’è chi è più cauto rispetto a una stretta monetaria della Fed, che l’agenzia di rating Standard & Poor’s prevede per esempio per il prossimo giugno. La maggior parte degli analisti attende un giro di vite prima della metà dell’anno prossimo. D’altra parte, il calo degli ordini di beni durevoli (-0,7% a novembre contro un atteso +3%), preannuncia spese più deboli da parte delle aziende americane sul finire dell’anno. Questo suggerisce che il passo veloce con cui l’economia americana è cresciuta nel secondo e terzo trimestre potrà rallentare negli ultimi tre mesi dell'anno, come d’altra parte atteso. Per la stima preliminare del Pil del quarto trimestre, in arrivo il prossimo 30 gennaio, l’attesa è per un +2,6%. E poiché le decisioni della Banca centrale americana, quelli arrivati sul finire del 2014 non sembrano destinati a cambiare l’attuale posizione dell’istituto, che parla di tassi ai minimi storici per un periodo prolungato. 5. DAL PETROLIO POTRÀ ARRIVARE ULTERIORE SPINTA Gli Stati Uniti, che grazie allo shale sono diventati leader nella produzione di petrolio e gas naturale, hanno contribuito al calo di circa il 40% dei prezzi del greggio nella seconda metà del 2014. Secondo Jason Furman, consigliere economico di Barack Obama, il ribasso del petrolio può avere effetti benefici sull’economia americana: “Prezzi più bassi della benzina possono sostenere i consumi e avere ricadute positive sulle aziende”, ha detto. La Casa Bianca da tempo scommette anche sulle energie pulite, con la produzione di quella solare ed eolica aumentate rispettivamente di dieci e tre volte rispetto ai livelli del 2008. “Gli Stati Uniti hanno fatto grandi passi avanti anche nell'efficienza energetica”, ha spiegato Furman, “contribuendo alla riduzione del 10% delle emissioni di diossido di carbonio dal 2007 al 2013, la più grande riduzione al mondo compiuta da un Paese”.

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