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INVESTIMENTI 29 Dicembre Dic 2014 1141 29 dicembre 2014

Cuba, gli affari delle aziende italiane crescono

Export +8,4%. Paradiso per trasporti, edilizia, ristorazione. E occhi sul petrolio. Da Mapei a Eni: il business dei marchi made in Italy dopo il disgelo con gli Usa.

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Uno dei complessi di lusso a cui ha lavorato la Mapei nella penisola del Varadero.

Gli alberghi a cinque stelle assiepati lungo le spiagge del Varadero, una lingua di 22 chilometri protesa nel Mar dei Caraibi dove ogni anno si pigiano un milione di villeggianti stranieri sbarcati a Cuba, hanno ben poco di socialista.
Il folto popolo di turisti in cappello di paglia e bermuda che occupano la penisola - «Qui è Stati Uniti, non Cuba», dicono i pochi autoctoni - ha fatto la fortuna di imprese locali e straniere, compresa la Mapei del presidente della Confindustria italiana, Giorgio Squinzi.
MAPEI A CUBA DA 15 ANNI. Qui, dal 1999 al 2012, il gruppo italiano produttore di sigillanti chimici e ceramiche di alta gamma ha partecipato alla costruzione di 17 hotel di lusso, piastrellando piscine e rifinendo hall prese d'assalto di stagione in stagione da canadesi, spagnoli e yankee dimentichi della Baia dei porci.
La Mapei, alla quale si deve anche la ristrutturazione dell'hotel Capri, 219 stanze Anni 50 incorniciate da intonaci gialli e inerpicate sulla collina affacciata sull'Avana, fa affari nell'isola da 15 anni.
Ma è in buona compagnia. E sono molti i 'capitani di industria' pronti alla rivoluzione degli affari. Che all'annuncio del disgelo con gli Stati Uniti si saranno sfregati le mani.

La fetta più grande degli affari andrà agli Usa, ma l'Italia è pronta

La bandiera cuba sventola in una strada di Santiago de Cuba.

Il mercato cubano con i suoi abitati fatiscenti e le spiagge da cartolina, con il suo appeal turistico e il suo vuoto manifatturiero, ancora di più di manifattura altamente specializzata, fa gola a molti. Ma il sistema Italia si è mosso per tempo.
All'ultima fiera Fihav, appuntamento immancabile per chi vuole fare affari a Cuba, erano presenti il presidente dell'Istituto italiano per il commercio estero Riccardo Monti, l'ambasciatore a Cuba Carmine Robustelli e soprattutto l'attivissimo vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda - un recente passato da dirigente del settore internazionalizzazione di Confindustria - e i rappresentanti di circa 100 imprese nostrane.
BERTO'S E ALTRI GIOIELLINI. C'era il gruppo Berto's del presidente dei giovani industriali veneti Enrico Berto, la Sistem Costruzioni di Emanuele Orsini, gioiellino dell'edilizia modenese nelle file della Compagnia delle opere, il gruppo Pavan specializzato in impianti per l'industria alimentare e la Ivg Colbachini, leader mondiale delle tubature industriali impiegate nei settori energetici e petroliferi.
Marchi del made in Italy che dal 2015 potranno andare a bussare al nuovo ufficio dell'Ice, destinato ad aprire a L'Avana. Non proprio al servizio del socialismo. Del resto l'affare per le aziende italiane è ghiotto.
EXPORT IN CRESCITA DELL'8,4%. Nell'Unione europea il nostro Paese è secondo solo alla Spagna nei rapporti commerciali con l'isola dei Castro e dal 2009 le nostre esportazioni sono in costante crescita.
Secondo la Sace - il gruppo assicurativo-finanziario che sostiene la competitività delle imprese italiane nel mondo - nel 2013 il nostro export verso Cuba ha raggiunto i 268 milioni di euro, con una crescita dell’8,4% rispetto al 2012.
E le «prospettive», spiegano, sono «altrettanto positive per il prossimo futuro».
Infatti alla Fihav il governo de L'Avana ha presentato 246 progetti di 'opportunità' rivolte alle imprese straniere, per un valore totale di 8,7 milioni di dollari.
BUONE CHANCE DA COGLIERE. «Se va come preannunciato da Obama, una grande fetta la prenderanno gli Stati Uniti, ma anche noi abbiamo buone chance da cogliere», spiega Franco Conzato, direttore generale del Promex, l'azienda per l'internazionalizzazione della Camera di commercio di Padova da tre anni ufficio operativo di coordinamento per tutte le imprese italiane attive a Cuba.

Paradiso per la meccanica strumentale e occhi sul petrolio

Il megaporto di Mariel, nato da una partnership tra Cuba e il Brasile con l'idea di farne l'hub regionale dei trasporti marittimi, è stato inaugurato a gennaio 2014.

Anche gli americani del resto dovranno fare i conti con il sistema rigido dell'economia cubana.
Dove devi avere i rapporti giusti con gli enti giusti: 100 agenzie sotto il controllo di governo gestiscono gli acquisti per tutte le amministrazioni pubbliche e per il settore privato in tutti gli snodi dell'isola, da Artemisa a Santiago.
TRIPLA GESTIONE. La Trd gestisce la distribuzione per 2.700 punti di vendita, la Cimex per altri 2.400, la Caracol 2.300.
Se va male con uno, si perde buona parte della partita. Il ministero del Turismo ha un suo importatore ufficiale. Le Forze armate, anche: un'agenzia che rifornisce gli alberghi in mano all'esercito e che è considerata anche uno dei migliori pagatori sulla piazza.
La valuta estera per gli scambi commerciali viene assegnata direttamente dalla banca centrale e dal ministero dell'Economia che supervisionano il flusso di acquisti.
CASTRO PROVA A DIVERSIFICARE. Ma intanto da qualche anno Raul Castro, con l'acqua alla gola per un debito pubblico fuori controllo, sta tentando di aprire e diversificare l'economia.
Oggi le cuentapropistas, le aziende private, sono 470 mila. E nel 2013 sono state create 198 cooperative in settori non agricoli: soprattutto trasporti, edilizia e ristorazione.
E il governo ha aperto una linea di credito da 2,06 miliardi per la costruzione di case: una manna per il settore edile.
GLI ITALIANI FIUTANO L'AFFARE. E una manna anche per le imprese italiane. Che hanno fiutato le opportunità della Ley de Inversión Extranjera, la legge per gli investimenti esteri varata dal governo di Raul Castro nel 2011.
E guardano già alle possibilità di business della zona di sviluppo speciale di Mariel: 465 chilometri quadrati al centro dei Caraibi e di tutte le rotte commerciali della regione, pensata dal governo per attrarre i capitali esteri e dare impulso ai settori più redditizi e a quelli in cui lo Stato è più arretrato.
SPAZIO PER I 'PESCI PIÙ GROSSI'. «Ci sono settori dalle tecnologie per il risparmio energetico alla meccanica strumentale che oggi rappresenta un terzo delle nostre esportazioni, in cui possiamo essere molto competitivi, soprattutto se i futuri investitori stranieri richiederanno prodotti di qualità», dice Alessandro Terzulli, capo economista Sace.
Ma in futuro Cuba potrebbe diventare una meta anche per pesci più grossi. «Si potrebbero aprire spazi anche per l'industria mineraria e estrattiva nei giacimenti offshore», spiega ancora Terzulli.
MILIARDI DI BARILI DI PETROLIO. Nelle acque cubane infatti giaciono dai 4,6 ai 20 miliardi di barili di petrolio. E dal 2012 la compagnia spagnola Repsol ha iniziato le trivellazioni (utilizzando una piattaforma dell'italiana Saipem).
Alle esplorazioni partecipano diverse società straniere. «Sono molto attivi i big petroliferi della Malesia e del Venezuela, ma oggi Caracas è in grande difficoltà e il settore potrebbe aprirsi», conclude il chief economist di Sace, dando chance allo sbarco di Eni e non solo nel Golfo del Messico.

I detentori del debito ora vogliono chiudere la partita

Un ragazzino cubano parla al cellulare sotto un poster di Fidel Castro, il padre della rivoluzione.

Nelle tavole rotonde degli industriali, il disgelo con Washington è considerato la grande occasione per far fruttare rapporti coltivati negli anni.
Ovviamente molto dipende da come si muoverà il fratello di Fidel e dalla reazione delle forze armate. E non ultimo dalla capacità di Cuba di ripagare i suoi debiti.
PARTNER IN CRISI. A luglio la Russia ha cancellato il 90% dei pagamenti che L'Avana doveva a Mosca, ma nel frattempo il Venezuela, il maggiore partner commerciale di Cuba, è entrato in crisi.
E restano 30 milioni di dollari da pagare al club di Parigi, il ristretto e riservato gruppo di 19 Paesi, di cui fa parte anche l'Italia e a cui il Fondo monetario internazionale indirizza i Paesi finanziariamente dissestati.
Tra le riservate mura del ministero delle Finanze francese, ogni membro del club di Parigi negozia intese bilaterali con i Paesi debitori. E con l'Avana finora l'accordo non si è trovato.
ATTESO LO SBLOCCO DELLA PARTITA. «I contatti proseguono, ma non hanno ancora prodotto la riapertura delle linee di credito a lungo termine verso l'isola», avverte l'ultimo bollettino della Sace che è coinvolta nei negoziati e attende lo sblocco della partita per attivare i finanziamenti alle imprese italiane.
Oggi però i detentori del debito sono più interessati a chiudere le trattative. E le fonti informate dicono che i tempi per un'intesa sono maturi. È la rivoluzione del mercato, bellezza.

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