Economia 29 Dicembre Dic 2014 1029 29 dicembre 2014

L'America torna a correre sui mercati

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Wall Street procede a passo spedito, con nuovi rialzi e record al rientro dalla pausa natalizia. L’economia americana ha ingranato la marcia più alta, nel 2015 continuerà con lo stesso segno e, sperano gli economisti, potrà dare sollievo alla travagliata congiuntura globale. I prezzi dell’energia continuano sulla via dei ribassi, confermando la tendenza che ha preso corpo nelle ultime settimane: anche se il crollo del petrolio ha innervosito chi gestisce i capitali, molti investitori vedono il calo del greggio come una freccia nell’arco dell’azionario e dell’economia americana. In questo contesto si inserisce la politica monetaria delle banche centrali mondiali, che dopo un 2014 generoso dovranno decidere come proseguire nel 2015. Il dilemma è soprattutto della Federal Reserve e della Banca d’Inghilterra, chiamate a definire quando tornare ad alzare il costo del denaro. Ecco cosa bisogna tenere presente.

Janet Yellen 1. LA FED IN POLE POSITION PER IL PRIMO GIRO DI VITE. Secondo gli esperti, è probabile che a rompere il ghiaccio sarà la Banca centrale americana. La Gran Bretagna deve fare i conti con la crisi dell’Eurozona, di cui non fa parte ma di cui subisce il riverbero negativo, e con una ripresa non ancora radicata. Inoltre, date le difficoltà della congiuntura globale, che appare ancora pericolosamente fragile, è necessario che la prima economia a decidere il giro di vite sia la più forte. Per Matthew Linn, esperto di finanza e autore di studi sulla crisi finanziaria, toccherà dunque agli Stati Uniti, soprattutto alla luce del +5% segnato dal Pil nel terzo trimestre, la lettura migliore dal 2003. Il presidente della Federal Reserve Janet Yellen durante la riunione di dicembre del Fomc, il comitato monetario della Fed, ha promesso che la Banca centrale americana sarà “paziente” e ha ribadito che i tassi resteranno ai minimi storici dove sono stati portati a dicembre 2008 “per un periodo considerevole”, il che per  gli esperti significa la metà dell’anno prossimo. Ma a molti è sembrato più un tentativo di tenere calmi i mercati che una vera e propria road map: un aumento del costo del denaro potrà arrivare prima del previsto se le condizioni economiche lo permetteranno. La Fed prevede che l’economia americana cresca tra il 2,3 e il 2,4% quest’anno, a causa della contrazione subita nel primo trimestre.

Mark Carney 2. LA BANK OF ENGLAND PREFERISCE LA CAUTELA. Anche il Regno Uniti si muove verso un punto in cui tenere i tassi di interesse al minimo storico non è più necessario, ma all’interno dell’istituto restano forti divisioni sulla strada da prendere. Il Fondo monetario internazionale prevede che l’economia britannica si espanderà del 3,2% quest’anno e del 2,7% il prossimo, che l’occupazione continuerà a migliorare e che i prezzi delle case aumenteranno in modo deciso, con un tasso di inflazione contenuto. Proprio l’inflazione, al di sotto dei target, è fonte di preoccupazione e spinge la Bank of England a una maggiore cautela: “Non c’è urgenza di dare avvio al processo per riportare la politica monetaria a livelli più normali”, ha detto David Miles, membro della Monetary Policy Committee. Ovvero, la Banca centrale britannica non ha alcuna fretta di alzare i tassi. Il governatore Mark Carney deve fare i conti con vari ostacoli, anche se due membri del comitato monetario si sono già espressi a favore di un aumento dei tassi. Sono in particolare tre i motivi che lo spingeranno a rimandare il primo giro di vite: il primo è che la Gran Bretagna va verso un periodo di incertezza politica, dato a maggio del prossimo anno ci saranno le elezioni, il secondo è che Londra subisce l’impatto negativo dei problemi dell’Eurozona dal momento che il 18% dell’economi  britannica è legata alle esportazioni verso l'Europa, e il terzo è che la ripresa del Paese non è ben ancorata.

Mario Draghi 3. LA BCE NELLE MANI DI DRAGHI. Stesso discorso per la Banca centrale europea: l’Eurozona ha ancora problemi enormi, esiste il rischio di deflazione e di certo un giro di vite monetario non è nelle carte. Anzi il governatore Mario Draghi ha ammorbidito la propria posizione sull’austerity e promesso misure più accomodanti, compresa una versione europea del quantitative easing, per ora rimandata al 2015. La Bce, che ha già varato misure rivelatesi di scarso   impatto (per esempio i prestiti a basso costo alle banche e gli acquisti di covered bond   e titoli cartolarizzati), dovrà l’anno prossimo valutare con attenzioni alcune variabili,   tra cui un’inflazione che potrebbe calare sotto lo zero (è attualmente allo 0,3%, ma   potrebbe scendere ancora già a gennaio) e il forte ribasso dei prezzi del petrolio. Una   via potenzialmente percorribile è quella dell’acquisto di corporate bond e titoli sovrani,   ma questa soluzione è fortemente osteggiata dalla Germania. Resta dunque da capire   se la Bce preferirà procedere per la sua strada – lo stesso Draghi ha sottolineato che   l’unanimità non è necessaria – o se sceglierà di lavorare di concerto con le banche   centrali locali.

Shinzo Abe 4. GIAPPONE E CINA RESTANO ACCOMODANTI. Le altre banche centrali è difficile che alzino i tassi nel breve termine. Di sicuro non   lo farà la Banca del Giappone. L’Abenomics, la politica economica varata dal primo   ministro Shinzo Abe, è ancora all'inizio e la banca centrale, se proprio si trovasse alle   strette, comincerà a stampare moneta piuttosto che toccare il costo del denaro. La Cina, preoccupata di dare slancio a una crescita che ha rallentato la propria corsa, non stringerà   le maglie della politica monetaria, anzi. La People’s Bank of China di recente ha tagliato il tasso di interesse sui prestiti a un anno al 5,6% e quello sui depositi, sempre a un anno,   al 2,75%. Alcune banche centrali minori potrebbero giocare d’anticipo: la Nuova Zelanda   ha già alzato il costo del denaro, l’Australia potrebbe seguire anche se si è impegnata ad avere “un periodo di stabilità dei tassi di interesse”, e Svezia e Norvegia sembrano pronte   a fare altrettanto. Va però detto che l’impatto di queste banche centrali sull’economia   globale è sostanzialmente irrilevante. Negli ultimi cinque anni l'economia globale si è   mossa su un territorio incerto, con l'eccezione del Giappone il costo del denaro non è   mai stato così basso. E l’interrogativo più grande è cosa succederà quando ricomincerà a   salire.

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