Economia 7 Gennaio Gen 2015 1918 07 gennaio 2015

Quantitative easing, Draghi al capolinea

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Mario Draghi Il tempo, con Mario Draghi, è stato galantuomo. Come annunciato da mesi dal governatore della Banca centrale europea, e complice un piccolo aiutino da parte del petrolio, Eurostat ha confermato che il Vecchio Continente è entrato in deflazione. L’indice dei prezzi al consumo calcolato dall’istituto di statistica dice che nei diciannove Paesi della moneta unica il livello è sceso a dicembre dello 0,2 per cento rispetto allo stesso mese di un anno fa. Tra novembre e ottobre c’era stato un aumento dello 0,3 per cento. Una situazione simile non si registrava dal 2009. IL FATTORE DEFLAZIONE Fino a qualche ora politici, banchieri ed economisti tedeschi negavano con forza questo scenario. E hanno continuato a farlo anche quando il carovita nel loro Paese è sceso allo 0,2 per cento. Tutto per frenare i tentativi di Mario Draghi, che facendosi scudo dietro il suo mandato (mantenere l’inflazione vicina all’obiettivo del 2 per cento) da mesi sta provando a comprare titoli di Stato, dopo non essere riuscito a riattivare l’economia portando quasi a zero i tassi d’interesse e fornendo alle banche liquidità a condizioni di favore. QUELLO CHE FRENA DRAGHI In teoria tutto fa pensare che il prossimo 22 gennaio, al direttivo mensile della Bce, Draghi lanci il Quantitative easing annunciato in più occasioni da tre mesi a questa parte. Ma in pratica il presidente della Bce potrebbe ancora prendere tempo. Innanzitutto tre giorni dopo, il 25 gennaio, si vota in Grecia e nessuno vuole interferire per aiutare Tsipras o l’attuale governo Samaras. Eppoi - non da meno – c’è da fare i conti con lo scetticismo dei mercati, stanco dei continui proclami del banchiere italiano, finora sempre frenato da ambienti tedeschi. A dirla tutta lo stesso Draghi, se potesse, non farebbe mai un’operazione finanziaria come quelle effettuate in passato dai suoi colleghi governatori di Fed, Bank of England e Bank of Japan. Per comprare titoli di Stato, l’inquilino della Bce deve stampare moneta. E questo può accelerare una bolla in una fase dove la liquidità in circolazione è troppa e l’attività economica è inesistente. Eppure - con l’economia che non riprende e la Germania che non riflaziona - non ci sono altre soluzioni per bloccare la deflazione. IL MERCATO È STANCO DEGLI ANNUNCI Da qui lo scetticismo dei mercati, che intanto non hanno chiuso le loro posizioni sui debiti sovrani dei Paesi più deboli (Italia e Spagna in testa). Infatti gli operatori temono che il Quantitative easing, se pure ci sarà, non sarà ampio come dovrebbe essere. In quest’ottica emblematico un sondaggio pubblicato qualche giorno fa dal Financial Times, sulla sua versione online, effettuato tra trentadue economisti. Il grosso del panel ha risposto di essere «sicuro che Draghi partirà entro l'anno con le misure preannunciate». ma le aspettative di crescita e inflazione rimangono molto basse anche in fase di acquisti di titoli di Stato. Anche perché in molti scommettono che l’intervento di Draghi non porterà a un’espansione del bilancio della Bce superiore ai 500 miliardi di euro. Briciole in una fase nella quale la fanno da padrona deflazione, bassa produttività e scarsi rendimenti dei titoli di Stato. Per non parlare del fatto che gli investitori privati hanno già fatto intendere che non intendono partecipare a queste condizioni al rastrellamento di fondi legato al piano Junker da 300 miliardi. LE IPOTESI SUL TAVOLO DEL GOVERNATORE Il giornale olandese Financieele Dagblad ha svelato le tre ipotesi di lavoro sulle quali sta lavorando Draghi. In primo luogo c’è l’idea di ripetere quanto fatto in passato e comprare titoli di Stato sul secondo mercato in proporzione alle quote di partecipazione delle singole banche centrali nazionali al capitale dell’Eurotower. Oppure si potrebbero rastrellare in emissione soltanto bond con tripla AAA, per superare l’ostracismo tedesco e le critiche di chi teme un finanziamento dei Paesi meno virtuosi. Va da sé che così chi investe in debito sovrano sarebbe costretto a comprare titoli degli Stati dell’Eurozona più deboli, meno sicuri ma con interessi più alti. Ultima ipotesi, mettere in campo le vigilanze dei Paesi membri, dando loro il compito di sostenere il proprio debito sovrano. LA CERTEZZA: NESSUN ACQUISTO MASSICCIO DI TITOLI. Queste sono tre ipotesi modulate in base agli spazi politici che la Germania e le altre cancellerie vorranno concedere a Draghi. In ogni caso, non ci saranno acquisti a pioggia, come quelli effettuati in America dopo Ben Bernanke dopo l’inizio della crisi. Lo choc tanto agognato dai mercati è lontano e, sei mai arriverà, potrebbe arrivare in ritardo. È il timore di Sergio Denardis, capo economista di Nomisma: «La Bce deve muoversi con misure massicce e prolungate di immissione di liquidità, indipendentemente dalla richiesta delle banche. È il  quantitative easing di cui tanto si parla e che deve essere di  dimensione adeguata. Questa è una condizione necessaria per ritrovare  la via della ripresa. Dato però il ritardo con cui ci si arriva e la  trappola depressiva in cui ci si trova impantanati, non è detto che sia una condizione sufficiente».

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