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CRISI 8 Gennaio Gen 2015 1015 08 gennaio 2015

Germania, si allarga il fronte anti-Tsipras

L'euro crolla, ma Berlino è più forte che mai. Merkel resta fedele all'austerity Ue. E non è sola. Anche l'Spd ora apre all'uscita della Grecia dalla moneta unica.

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I governi in crisi la additavano come la Locomotiva d'Europa in frenata sotto i colpi della più grande congiuntura economica (almeno) dal 1929, che prima o poi, dicevano, avrebbe colpito tutti, anche i più forti.
Invece il 5 gennaio, nella giornata del nuovo record negativo dell'euro - ai minimi sul dollaro dal 2006 -, la Germania ha festeggiato l’ennesimo record occupazionale.
Nel 2014, per l'ottavo anno consecutivo, i tedeschi hanno visto crescere i loro posti di lavoro dello 0,9% dal 2013 (circa 372 mila nuovi impieghi), un altro gradino verso il faro della piena occupazione.
DISOCCUPAZIONE AL 4,7%. Nel 2013 la crescita era stata di 247 mila nuovi posti: una marcia che non si è fermata, anzi è cresciuta, nell'ultimo annus horribilis per l'economia europea.
Parallelamente, nel 2014 in Germania anche i disoccupati sono calati dal 4,9 al 4,7%, con il risultato che circa 42,6 milioni di tedeschi lavorano, a fronte di 2,1 milioni senza impiego.
Mentre la crisi economica e istituzionale greca torna a far tremare le fondamenta dell'euro, Berlino non vacilla sull'austerity.
In casa, la ricetta ha funzionato e ciascuno parla per le esperienze proprie, non altrui. «La Germania resta lo Stato dell’Unione europea meno colpito dalla disoccupazione», ha chiosato lo Statistische Bundesamt (I'Istat tedesco) alla presentazione degli ultimi dati.

Tedeschi primi della classe: anche l’Spd contro Tsipras

Davvero difficile che, con questi bei voti, i primi della classe cambino vedute o si mettano a fare i generosi.
In Grecia il leader anti-austerity di Syriza, Alexis Tsipras, è in testa ai sondaggi e predica la fine del memorandum siglato con i creditori della Troika (Fondo monetario internazionale, Commissione Ue e Banca centrale europea).
La sua sinistra radicale vuole che il Paese resti nell’euro, ma in cambio chiede investimenti per la crescita e uno sconto sul debito da parte dei governi europei più solidi. Peccato che, a mali estremi, Berlino preferisca lasciare Atene al suo destino, piuttosto che mettere mano al portafogli.
LA GREXIT TORNA DI MODA. Hanno di che spolmonarsi gli Usa con i richiami a un cambio della politica europea, sia monetaria sia economica.
Con i venti di crac sul Partenone, la parola «Grexit» (l’exit della Grecia dall’euro, ndr) è diventata un tormentone in Germania.
E non tanto per le solite indiscrezioni dello Spiegel sulla disponibilità della cancelliera Angela Merkel a scaricare Atene: un must a ogni tormenta dell’euro, come le rituali smentite del governo tedesco, piovute anche stavolta.
GABRIEL: «NON SIAMO RICATTABILI». L’articolo del settimanale tedesco ha sollevato un polverone interno, stavolta non calmierato dalla laconica replica ufficiale, perché il ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel, vice cancelliere e presidente dei socialdemocratici (Spd), ha fatto la voce grossa contro Tsipras.
«Il nostro obiettivo è far rimanere la Grecia nell’Eurozona, ma non siamo ricattabili», ha ammonito il leader storico del partito ed esponente di punta della seconda Große Koalition di Merkel. Liberalizzatore alla Pier Luigi Bersani, Gabriel non intende arretrare sulle riforme: «Chiunque lo rappresenti, il governo di Atene deve completare i risparmi avviati e attenersi agli accordi europei», ha dichiarato.

Mini Job e part-time: lavorare meno per lavorare tutti

Se, insomma, Syriza vince le elezioni anticipate del 25 gennaio, la Germania non è disposta a compromessi sul memorandum: la porta dell’exit dall’euro è aperta.
In Grecia Tsipras è l’erede carismatico dei vecchi comunisti e degli ecologisti. Ma, dall’esplosione della crisi, la sinistra radicale ha raccolto un crescendo di consensi dagli elettori del Pasok, i socialisti ellenici spazzati via dalle loro responsabilità su decenni di sperperi e corruzione.
Persino l’ex premier George Papandreou ha annunciato l’uscita dal partito-fantasma e la fondazione del nuovo «movi­mento di socia­li­sti demo­cra­tici», per frenare l’esodo dei voti progressisti verso Syriza.
Un po’ come Matteo Renzi in Italia, Tsipras incarna (anche) l’immagine del cambiamento. E la fermezza di Gabriel sul rispetto dei patti, chiama in causa anche tutti i socialisti europei.
CONSERVATORI DIVISI. Con l’Spd allineato ai conservatori (Cdu-Csu) di Merkel, che ne sarà del pressing di Francia e Italia per una maggiore flessibilità, per un’Europa più vicina alle politiche keynesiane americane che ai mantra tedeschi?
A onor del vero, non tutti i socialdemocratici tedeschi concordano con la linea del loro ministro all’Economia: all’interno dell’Spd la maggioranza che non fa sconti sugli «obblighi» di Atene si scontra con una fronda disposta a concessioni, pur di non innescare l’effetto domino delle «speculazioni per il ritorno alla dracma». Analogo dibattito divide i cristiano-democratici della cancelliera, spaccati tra liberisti e prudenti, contrari alle «minacce ad Atene».
I VERDI: «SERVE SOLIDARIETÀ». Per i Verdi all’opposizione la Grexit è da «irresponsabili», «serve solidarietà». E la sinistra invita ad analizzare, in profondità, i dati sull’occupazione tedesca. È vero infatti che gli impieghi sono aumentati in «quasi tutti i settori economici», ma i contratti a tempo pieno continuano a diminuire.
L’impennata interessa gli impieghi part-time, i mini Job (l’equivalente dei co.co.pro), le collaborazioni. Si lavora tutti, lavorando meno o accumulando più lavori. Così la Germania forte cresce tra i deboli, finché dura.

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