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ECONOMIA 11 Gennaio Gen 2015 0700 11 gennaio 2015

Guerra del petrolio, i nuovi equilibri geopolitici

Russia in recessione. Venezuela a rischio crac. Iran più debole. Monarchie del Golfo, Usa e Ue in ripresa. Chi vince e chi perde con l'oro nero ai minimi.

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Greggio in caduta libera di pari passo con il rublo.
In Italia, il costo della benzina è calato meno del dovuto, ma l’Europa, come tutti i Paesi industrializzati grandi importatori di idrocarburi, è comunque tra i beneficiari del crollo del prezzo del petrolio.
Come gli Stati Uniti e, in misura ancora maggiore potenze emergenti del calibro di Turchia e India a caccia di forniture accessibili, il Vecchio Continente impoverito dalla crisi ha un bisogno disperato di abbassare il costo della vita e del lavoro.
COLPA (ANCHE) DELLA CRISI. A braccetto con la ripresa dell’economia americana (+5% di Prodotto interno lordo a fine 2014), i barili di petrolio ai minimi storici (-53% dal 1 gennaio 2014) danno ai consumatori e alle industrie lo slancio indispensabile per ricominciare a far girare soldi e macchinari, compagnie aeree incluse.
Tra le cause principali dei listini al ribasso del greggio c’è la grave congiuntura internazionale che, dal 2008, ha fermato le aziende e ridotto la domanda di commodity, portando la stagnante economia europea verso la deflazione.
AUTOSUFFICIENZA DEGLI USA. Altra spinta decisiva è la marcia degli Usa verso l’affrancamento dalle importazioni di gas e petrolio, estratti sempre più in casa attraverso la tecnica di fratturazione idraulica (fracking). A dispetto delle guerre fallite in Libia e Iraq (anche) per il greggio, l’oro nero è sempre più a buon mercato.
Ma per un popolo che festeggia, ce n’è un altro che piange per i mancati introiti. Il mercato del petrolio muove, oltre che l’economia globale, gli equilibri geopolitici. E se gli Stati Uniti brindano alla benzina low cost, per la Russia (ma non solo) sono dolori.

La Russia perde miliardi e l'economia crolla

I prezzi della benzina negli Usa, ai minimi dal 2009 (©Getty).

L'orso russo è il gran perdente del risiko petrolifero, tant’è che in molti gridano da mesi al complotto contro il presidente Vladimir Putin.
L’anno del balzo degli Usa a primi produttori mondiali di petrolio è stato anche quello dell’emancipazione ucraina da Mosca e delle sanzioni contro il Cremlino. Con il ritorno della vecchia Cortina di ferro, il rublo è in caduta libera e, parallelamente, Gazprom ha visto franare i suoi ricavi ottenuti da gas e petrolio: circa il 70% degli introiti russi dall’export.
RUSSIA IN RECESSIONE. In pochi mesi, il greggio è sprofondato da 110 a meno di 50 dollari al barile. Per ogni dollaro in meno, Mosca ne perde 2 miliardi. E, per il 2015, il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede un calo dell’economia russa di almeno 0,7%.
Pronto alla «recessione», il Cremlino è in un cul-de-sac: l’unico modo per tagliare i costi è ridurre la produzione, ma Mosca - come d'altra parte i grandi produttori arabi - non vuole in alcun modo perdere clienti.

Il Venezuela non può alzare i prezzi dell'oro nero

Un murales di Caracas, Venezuela: 'Una patria con la fame non dura' (©Getty).  

Di riflesso, l'oro nero scontato espone alla crisi anche gli altri grandi produttori dell’asse dei non allineati, come Venezuela e Iran.
Finora il boom in Usa dello shale gas (metano e petrolio da scisti) casalingo non ha tagliato le forniture di Washington da Caracas, ma il traballante governo di Nicolas Maduro trema di fronte a una crisi petrolifera.
L’economia nazionale dipende per oltre il 50% dall’export di petrolio e, con l’inflazione al 60%, il Venezuela non può permettersi di ridurre i sussidi, men che meno di alzare il costo di gas e benzina.
IRAN SOTTO PRESSIONE. Nel 1989, non si dimentichi, il rincaro dei prezzi causò rivolte con centinaia di morti e ancora più fresche sono le proteste e le vittime del 2014.
Si consideri poi che Caracas vende petrolio a basso costo agli Stati caraibici. E, come per la Cuba in ansia per la crisi venezuelana, il nuovo regime petrolifero potrebbe costringere anche l’Iran sotto embargo a maggiori compromessi con gli Usa, per esempio per l’accordo sul nucleare.
Se la Russia ha riserve per 454 miliardi di dollari con cui tamponare il deficit, Venezuela, l’Iran e anche la Nigeria petrolio-dipendente sono ben più deboli.
FORZIERI DEL GOLFO. Al colpo reggono benissimo, al contrario, Arabia Saudita, Emirati arabi e Kuwait che negli anni, grazie al filo diretto con gli Usa, hanno accumulato miliardi di riserve in petrodollari. Raid ne ha almeno 700 e, per quanto, in prospettiva, abbia bisogno di un cambio di 85 dollari a barile, in tempi di magra è pronta a diversificare gli investimenti.
Accusati di aver siglato un patto con gli Usa, i sauditi restano primi esportatori e primi per riserve disponibili (circa 71 miliardi di barili), le più facilmente estraibili al mondo.

I prezzi a buon mercato delle monarchie del Golfo

La caduta del prezzo del greggio non intacca le ricche monarchie del Golfo (©Getty).  

A breve termine, il petrolio low cost è destinato a riportare gli Usa nel ruolo di condottieri del mondo. Dal 2008, grazie alla rivoluzione del fracking, il petrolchimico statunitense è passato da 5 milioni a 9 milioni di barili di greggio al giorno, in un testa a testa con i sauditi.
Ancora per qualche anno, gli americani non hanno né i mezzi né le strutture per l’export degli idrocarburi, vietato dal 1973. Ma intanto possono ridurre le forniture dall’Iraq e dalle monarchie del Golfo.
FRACKING COSTOSO. Queste ultime, però, possono vendere più a buon mercato ai miliardi di abitanti di India e Cina, a Paesi emergenti come Turchia e Filippine, e ad acquirenti in crisi come il Giappone e l'Europa.
Gli Usa mettono in crisi anche i contrabbandieri di greggio dell’Isis, in Siria e in Iraq. Ma guai a cantare troppo presto vittoria: nel 2015 un americano spende un terzo di due anni fa in benzina. Ma, a lungo andare, la fratturazione del suolo è una tecnica che diventa costosa. Per resistere, anche gli Usa devono guadagnare di più dal petrolio.

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