Economia 13 Gennaio Gen 2015 1910 13 gennaio 2015

Made in, tutti i motivi del fallimento

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Matteo Renzi Di fronte all’Europarlamento, e dopo aver rivendicato i successi del suo semestre europeo, persino un ottimista cronico come Matteo Renzi ha dovuto ammettere: «Siamo stati sconfitti sul “made in”. Nessun risultato positivo su questo versante, ci sono state incomprensibili resistenze». Che però sono risultate insuperabili perché arrivate dall’azionista di maggioranza dell’Unione europea, la Germania. IL PERCHÉ DEI NO TEDESCHI Che sia l’unica o una delle tante sconfitte di Matteo Renzi da presidente del semestre italiano cambia poco per Confindustria. Viale dell’Astronomia dal 2005 sta facendo lobbying tra Roma e Bruxelles per rendere obbligatoria «l’indicazione dell’origine per alcuni prodotti non alimentari importati da paesi extra-Ue», in modo da valorizzare le produzioni di qualità fatte interamente in casa propria. Cosa che spaventa non poco tutti quei Paesi - che sfruttando la forza dell’euro - preferiscono delocalizzare le loro aziende e comprare beni intermedi da riassemblare nei confini patri per abbattere i costi di fabbricazione. Un po’ come sta facendo la Germania sui manufatti a basso livello tecnologici, dopo l’entrata in vigore del pacchetto Hartz IV. Al riguardo spiega il viceministro al Commercio estero, Carlo Calenda:«Made in? Ero in Confindustria quando facemmo la battaglia, quando era commissario Peter Mandelson, e non avemmo l'approvazione per un voto. La ragione per cui non passa è la questione tedesca, oggi sono sostanzialmente trasformatori e non lo vogliono, e i tedeschi non si muovono di una virgola. Ma vorrei andare vedere se il loro made in germany rispetta tutti i criteri doganali». CRONOLOGIA DI UN’AMARA SCONFITTA E pensare che fino a qualche mese fa l’Italia già cantava vittoria. Dopo quasi dieci anni di battaglie - nel 2010 Strasburgo aveva approvato una semplice risoluzione – nell’aprile scorso l’Europarlamento aveva fatto passare una mozione dei commissari Tajani e Borg per rendere obbligatoria l'indicazione obbligatoria sull'origine dei prodotti non alimentari per la sicurezza dei consumatori. Quella volta il gruppo di Paesi guidato dalla Germania era stato sconfitto, visto che 419 deputati avevano respinto un emendamento del fronte del no, che andava in direzione opposto. Poi le cose si sono modificate. Prima la nuova Commissione non ha inserito il “made in” tra le sue priorità, quindi i tedeschi hanno continuato a fare pressioni sui Paesi esportatori, paventando ripercussioni. Risultato? A inizio dicembre, dopo un durissimo Consiglio europeo sulla competitività presieduto dal ministro dello Sviluppo economico italiano, Federica Guidi doveva ammettere: «Tra i 28 Paesi europei «non c’è accordo sul made in. Non siamo riusciti a trovare una mediazione in quanto diversi Stati membri, tra cui la Germania, non hanno una visione comune. Ma insisteremo anche durante la presidenza lettone». Parole che avevano spinto Lisa Ferrarini (vice presidente di Confindustria con delega all’Europa) a ribattere: «Il made in avrebbe ricadute economiche concrete sui territori e soprattutto un impatto emotivo sugli imprenditori: ridarebbe loro quella punta di ottimismo, quella fiducia, che vale più di un trattamento economico. Ci aspettavamo un atteggiamento molto più assertivo dalla presidenza». I DANNI AL MADE IN ITALY È stato calcolato che i marchi del Made in Italy valgano qualcosa come 30 miliardi di euro. Un’inezia in un’era dove il credit crunch favorisce processi di M&A a scapito delle aziende europee. Inutile dire che il made in avrebbe rafforzato il nostro sistema anche sul versante patrimoniale. Conclude amaro Carlo Calenda: «Ai tedeschi bisognerebbe far capire che l'Europa si deve adeguare al resto del mondo, e può essere il caso che si vada alla Corte europea di giustizia sulla conformità del made in Germany. È un problema, lo sappiamo benissimo. La rappresentazione che dobbiamo dare di tutto questo è realistica, se no ci mettiamo a dire cose che sapete come stanno e che non corrispondono alla realtà».

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