Economia 14 Gennaio Gen 2015 1627 14 gennaio 2015

Quantitative easing, favorevoli e contrari

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Mario Draghi Alla Corte di Lussemburgo ieri è stato fatto un altro passo avanti verso il lancio del Quantitative easing. L’avvocato generale, in attesa di una sentenza che dovrebbe arrivare a marzo, ha respinto le motivazioni del ricorso tedesco, secondo il quale il programma di acquisti Omt – quello con il quale la Banca centrale voleva rastrellare titoli di Stato e bond sul secondo mercato – era contrario al mandato dello stesso Eurotower. «La Bce», ha spiegato l’avvocato, «deve godere di un ampio margine di discrezionalità nella programmazione e nell'esecuzione della politica monetaria della Ue, e i tribunali devono controllare l'attività della banca centrale usando alquanta moderazione, in quanto mancano della specializzazione e dell'esperienza di cui dispone tale organismo in questa materia». Rimbrottando Draghi, perché in futuro motivi meglio e «adeguatamente l'adozione delle misure non convenzionali, identificando con chiarezza e precisione la circostanza straordinaria che la giustifica». UNANIMITÀ, L’IMPERATIVO DI DRAGHI Il presidente della Bce intanto prova ad abbassare i toni nello scontro sempre più esplicito con il governo tedesco. «È necessario mantenere i tassi di interesse bassi e lavorare per politica monetaria espansiva che accompagni la crescita. La Banca Centrale europea agisce su mandato pan-europeo, ma non ha possibilità di azione illimitate», ha detto a Die Zeit. La decisione è stata gradita dai mercati. Le Borse hanno aperto in rialzo per poi concludere in territorio negativo (Indice Ftse Mib a quota 18.410 punti -1,59%) e l’euro ha toccato i minimi a quota 1,1750 sul dollaro. Tanto che in molti scommettono che già al meeting del 22 gennaio la Bce deciderà su possibili acquisti di titoli di Stato. Al riguardo Draghi ha sempre sostenuto che un possibile Quantitative easing comprensivo dell’acquisto dei titoli di Stato sarebbe stato lanciato soltanto all’unanimità. Ma a ben guardare l’esecutivo - composto dai rappresentanti dei governi - è spaccato su questa decisione.

Víctor Constancio CON IL GOVERNATORE Allineati sulle posizioni di Draghi il vicepresidente Victor Constacio e Benoit Coeuré. Il portoghese si è ritagliato il compito di tranquillizzare i mercati, dando - nei momenti di maggiore tensione - anche dettagli sul programma di acquisti, come quando ha fatto intendere che i bond saranno acquistati proporzionalmente alle quote di capitale del patrimonio dell'Eurotower possedute dai singoli Paesi membri.

Benoit Coeuré Il rappresentante del governo francese, e responsabile per le operazioni di mercato, si è preso la briga di smentire che le elezioni gregge possano costringere Draghi a rinviare i suoi piani. «La Bce», ha detto Die Welt, «è nelle condizioni di prendere una decisione sul lancio di un programma di allentamento quantitativo in occasione del direttivo del 22 gennaio, ma ciò non significa che verrà effettivamente presa una decisione. La discussione è molto avanzata, abbiamo discusso molti dei dettagli tecnici e siamo decisamente nella posizione di poter prendere una decisione il 22 gennaio». IL PARTITO DEI FALCHI Guida il fronte dei falchi a Francoforte la tedesca Sabine Lautenschlaeger. Nemmeno una settimana fa, e dalle colonne di Der Spiegel, ha ricordato che non soltanto «l’acquisto di titoli di Stato è l'ultima spiaggia della politica monetaria», ma ha paventato come effetto soltanto un surplus di liquidità. «Ci deve essere un appropriato bilanciamento tra rischi e benefici di tale programma, cosa che non vedo in questo momento», nota l'esponente della banca centrale. L’altro falco, il belga Yves Mersch, oscilla tra aperture e chiusure. In tempi non sospetti ha sancito che «l’acquisto di bond governativi da parte della Bce è teoricamente possibile». Nelle scorse ore, non appena saputo della decisione della corte lussemburghese, si è affrettato a far sapere che «il parere della Corte riguarda tecnicamente soltanto l'Omt». Non il Quantitative easing.

Yves Mersch L’IMBARAZZO DI PRAET Molto complessa è la posizione di Peter Praet, capoeconomista della Bce, ex consigliere della Merkel, socialdemocratico e pontiere tra Draghi e il falco per eccellenza, il suo amico Jens Weidmann. Come il presidente della Buba e il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha salutato il crollo del petrolio come una spinta per uscire dalla crisi e come il miglior stimolo possibile. Poi la svolta. Qualche settimana fa spiegava ha dichiarato al Boerse Zeitung: «Le prospettive di un inasprimento del quadro recessivo sono ulteriormente aumentate negli ultimi tempi». Tanto da ammettere che «i titoli pubblici sono gli unici con un mercato sufficientemente ampio e liquido per accogliere gli interventi di una banca centrale» e di «non stupirsi se la decisione non fosse unanime». BANCHIERI CONTRO Più frastagliato il direttivo allargato ai governatori delle banche centrali nazionali, il cosiddetto Governing Council. Anche qui gli equilibri sono in continuo mutamento. Emblematico al riguardo l’uscita dal fronte dei falchi di Ewald Nowotny. Il banchiere austriaco ha sottolineato dalle colonne del quotidiano di casa Der Standard, che «con la persistente bassa inflazione il pericolo è di scivolare in deflazione. Credo che sarebbe utile arrivare il prima possibile a una decisione». Se non è un endorsement a Draghi poco ci manca.

James Weidmann LE REGOLE DI WEIDMANN In teoria è più solo Jens Weidmann. Il presidente della Buba è il maggiore avversario di Mario Draghi. Per due volte l’ha anche portato davanti alla corte suprema di Karlsruhe per dimostrare che i programmi d’acquisto della Bce erano contrari sia al mandato della vigilanza europea sia della Costituzione tedesca. L’ultima decisione della Corte del Lussemburgo dimostra che ogni tentativo è andato fallito. Ma Weidmann non si è mai perso d’animo. Negazionista di fronte alla deflazione, ha sempre sostenuto che il calo del petrolio è sufficiente come stimolo per l’area Ue. Nelle ultime ore - vistosi in minoranza - ha chiesto che in caso di acquisto di titoli di Stati siano le banche centrali nazionali ad assumersi il rischio o con collaterali o comprandoli direttamente sotto l’egida dell’Eurotower. L’APPORTO DI VISCO E NOYER Quest’ipotesi è al vaglio dello staff di Draghi, ma ha registrato la ferma opposizione del collega italiano Ignazio Visco. «Se le banche centrali nazionali acquistassero i titoli a carico del proprio bilancio», ha detto l’inquilino di via XX settembre, «la frammentazione finanziaria nell'area potrebbe tornare ad ampliarsi rispetto alle condizioni attuali». Uno scontro dialettico che smentisce chi - come il francese Christian Noyer, favorevole al QE - giura che nel board della Bce «non c'è un campo aizzato contro l'altro». Non si muove certamente da colomba Ardo Hansonn. Il banchiere centrale estone ha definito il QE «un’operazione al limite della legalità». Infatti ha spiegato che con «gli acquisti di titoli di Stato si abbasserebbe il costo del debito per i paesi beneficiari dell'azione dell'Eurotower, ma questo solleverebbe la questione se la Bce stia finanziando gli Stati, cosa che è proibita». E se Noyer è stato tra i primi a smentire la necessità di rinviare la decisione sul Qe al meeting del 22 gennaio per la concomitanza con le elezioni greche (25 gennaio), Hansson ha sentenziato: «Personalmente troverei problematico annunciare un programma di acquisto bond, inclusi quelli greci, a gennaio».

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