Economia 15 Gennaio Gen 2015 1249 15 gennaio 2015

La Svizzera toglie il tetto dal franco

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Banca nazionale svizzera Negli anni della crisi la Svizzera ha dovuto comprare euro per una cifra vicina ai 450 miliardi di franchi. Tutto per sostenere la moneta unica (e non rafforzare quella domestica) e per facilitare le esportazioni di un Paese, famoso per gli orologi, la cioccolata e le macchine di precisione. Ma negli ultimi mesi il governatore della locale banca centrale, Thomas Jordan, ha dovuto ammettere che il sistema era insostenibile - non è più possibile sopportare un così ampio investimento - tanto da far cadere il principale meccanismo che lo teneva in piedi: la soglia minima (a 1,20) nel cambio fisso tra franco ed euro. ANTICIPARE DRAGHI Soprattutto, se - come e sempre più probabile - Mario Draghi riuscirà a lanciare il suo quantitative easing e portare la divisa europea alla tanto agognata parità con il dollaro. Come si legge in una nota della Vigilanza, «l'euro si è deprezzato in modo considerevole rispetto al dollaro con il conseguente indebolimento del franco rispetto alla moneta Usa. Per questo motivo la Snb ritiene che non sia più giustificato mantenere il cambio minimo». Gli analisti di Ig Forex hanno scritto in una nota: «Le vendite di franchi svizzeri sul mercato da parte della Banca centrale degli ultimi mesi hanno incrementato il livello delle riserve in dollari ed euro, a scapito della valuta nazionale. Il mercato, però, non si aspettava una simile decisione, almeno questa settimana. Crediamo, infatti, che la Snb abbia deciso di anticipare un eventuale fallimento nella difesa del floor che sarebbe potuto accadere il 22 gennaio, quando la Bce avrebbe annunciato il nuovo piano di QE». LO TSUNAMI SUI MERCATI Sui mercati tutti bollano questa decisione come uno tsunami. Infatti il franco è schizzato tanto da guadagnare il 40 per cento in poche ore su euro, dollaro e yen giapponese, mentra la Borsa di Zurigo ha chiuso con un tonfo dell'8,67 per cento, dopo aver perso anche il 12 per cento. Questo perché sono sprofondati i titoli dei colossi dell’export (le penne Montblanc, i gioielli Cartier della Richemont come gli swatch o le praline della Nestlé), visto che i prezzi dei loro prodotti subiranno un aumento medio del 20 per cento. Nessuno si aspettava questa decisione. Lo stesso governatore Jordan, non più tardi di dieci giorni fa, aveva difeso la soglia fissa. «Assolutamente centrale e irrinunciabile», aveva detto, ben sapendo che ormai il 70 per cento delle riserve monetarie del Paese erano in euro e che, con l’imminente Quantitative easing di Draghi e il livellamento della moneta comunitaria, gli elvetici avrebbero perso almeno la metà delle alte plusvalenze guadagnate sulla rivalutazione dell’euro. I NUOVI CONFINI DEL CARRY TRADE E le cose sono destinate a migliorare, visto che con la Fed vicina ad alzare le direttrici del carry trade monetario (la plusvalenza data dall’acquisto di valuta con costo del denaro basso da convertire in valuta forte) avrebbe rafforzato il marco forte. Non a caso Jordan ieri ha dichiarato: «Era ormai inutile mantenere il tetto fissato al cambio del franco contro l'euro a 1,2 e abbiamo concluso che è meglio uscire ora che tra 6 o 12 mesi quando il quadro potrebbe essere più difficile ovunque. La decisione presa non è dovuta al panico ma è stata valutata con attenzione, non era più sostenibile mantenere il tetto». LE CORPORATION NEL PANICO La Svizzera quindi ha scelto di difendere l’esito delle speculazioni monetarie degli ultimi cinque anni e adesso spera di incassare i fondi di chi scappa dall’euro. Una scelta vincente sul lungo termine per le finanze pubbliche, ma che potrebbe dimostrarsi deleteria sul lungo tempo. Di questo almeno sono convinte le principali corporation della Confederazione. Nick Hayek, boss della Swatch, ieri appariva disparato: «Non ho parole, la decisione della Banca centrale svizzera è uno tsunami per l'industria dell'export e per il turismo e infine per l'intero Paese». Aggiunge il Global Chief Investment di Ubs, Mark Haefele: «La decisione avrà un grande impatto negativo sull'economia del Paese. I mercati resteranno estremamente volatili nel breve periodo». La Lindt ha annunciato che sarà costretta a trasferire all’estero parte della sua produzione, per reggere all’aumento dei costi legati al cambio. A tutti loro poco importa che, come suggerisce il console generale di Svizzera a Milano, Massimo Baggi, «la Svizzera esporta dei beni ad altissimo valore aggiunto in tutto il mondo e le nostre aziende sono abituate a lavorare in un contesto di apprezzamento del franco svizzero, cosa che ha anche avuto degli effetti positivi, per esempio quello di creare sempre più innovazione e valore aggiunto nelle esportazione di prodotti». ADDIO ALLE BARRIERE BANCARIE TRA ITALIA E SVIZZERA Ma la Svizzera è un Paese che ha scelto di rompere i ponti con il passato. Se da un lato ha abbassato il tasso sui depositi (da -0,25 a -0,75 per cento) e appesantire il Libor a 3 mesi (a -1,25 per cento) oppure di rompere gli ultimi barlumi del segreto bancario. Ieri Vieri Ceriani, il consigliere di Padoan agli affari fiscali, ha annunciato: «Abbiamo l'accordo con la Svizzera. Per la firma bisogna aspettare ancora qualche settimana, sarà probabilmente a metà febbraio». L’accordo rivede il sistema della doppia imposizione e prevederà lo scambio di informazioni di natura finanziaria e una roadmap per risolvere questioni che da sempre dividono i due Paesi come frontalieri, Campione d'Italia e Blacklist. In Svizzera sarebbero depositati almeno 70 miliardi di correntisti italiani. Si aprono quindi praterie per la lotta all’evasione. Non a caso in una nota il Mef ha fatto sapere: «Non siamo di fronte a un condono. Va quindi sottolineato che, a differenza di quanto avvenuto con lo scudo fiscale, non sarà previsto l'anonimato e il contribuente dovra' versare l'intero ammontare dovuto al fisco. La Svizzera si è già impegnata a un'adesione di carattere generale allo scambio di informazioni automatico secondo gli standard Ocse a partire dal 2017. Tramite lo scambio di informazioni su richiesta, sul quale verte l'accordo bilaterale, l'Agenzia delle Entrate potrà però chiedere informazioni non limitate ai redditi di natura finanziaria ma a tutti i tipi di reddito, quindi non solo quelli che verranno coperti dallo scambio automatico».

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