Economia 19 Gennaio Gen 2015 1852 19 gennaio 2015

Fine del voto capitario, ecco cosa cambia

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Banche Poche ore ancora e l’ultimo ramo della finestra pietrificata (come la chiamò Giuliano Amato) sarà strappato via. Il governo, come ha annunciato Matteo Renzi all’ultima direzione del Pd, si accinge a presentare al Consiglio dei ministri di martedì 20 gennaio la cancellazione del voto capitario nelle banche popolari e di credito cooperativo. Con un semplice emendamento dell’Investment compact – il provvedimento scritto dai ministri Padoan e Guidi per aiutare le Pmi – si abrogherà l’intero articolo 30 del Testo unico bancario. Cioè salterà quel meccanismo che prevede che ogni azionista abbia un voto in assemblea, indipendentemente dal numero di titoli posseduti. Il che rende di fatto queste realtà incontendibili e alla mercè di maggioranze che seguono logiche poco finanziarie e molto politiche o legate al territorio di appartenenza. UN QUARTO DEL MERCATO La notizia rischia di creare uno scossone nel sistema creditizio. E non soltanto perché popolari e Bcc vantano oltre un milione di soci, più di 12 milioni di clienti, quasi un terzo degli sportelli bancari in attività e, soprattutto, una fetta di mercato pari al 25 per cento. Si tratta infatti di strutture che in quello che rimane della ricca provincia italiana regolano l’attività economia attraverso le loro erogazioni e che, a differenza dei grandi gruppi, hanno continuato a dare credito a famiglie e imprese anche negli anni della crisi.

Banca popolare di Sondrio VERSO UN NUOVO RISIKO BANCARIO Luci e ombre in questo comparto. Che non a caso coinvolge nomi storici come Monte dei Paschi dei Siena, Carige o Banca Popolare di Milano: realtà nel mirino delle vigilanze per il basso livello di capitale e “messe in ginocchio” dalla politica o da spericolate operazioni finanziarie volute da potentissimi ras come Giuseppe Mussari e Giovanni Berneschi. Non a caso con la fine del voto capitario tutti scommettono su un risiko vorticoso, con i grandi gruppi (italiani e stranieri) pronti a fare grandi affari. PIAZZA AFFARI CI CREDE Infatti a Piazza Affari, a 24 ore dallo sbarco in Consiglio dei ministri della  riforma (pare sotto forma di decreto e non di disegno di legge per evitare insabbiamenti alle Camere), gli investitori hanno fatto manbassa di titoli del comparto, già ai minini per la crisi del settore bancario. A metà giornata sono letteralmente volate Bper (+11,3 per cento), Banco Popolare (+8,4), Bpm (+8,1) e Ubi (+7,9) tra le grandi, mentre il mercato si mostra ancora cauto su Carige (+1,7). Acquisti anche verso le piccole con Creval (+11 per cento), Etruria (+8,6), Popolare Sondrio (+7,6) e Desio (+7,3). Qui le chiusure di Borsa.

Banco popolare di Milano OCCHI PUNTATI SU BPM Da martedì 20 gennaio queste banche diventano Spa, nella speranza - stando ai desiderata del governo - che mantengono il loro ruolo “sociale” come pubblic companies. In realtà tutte sono candidate a un veloce processo di aggregazione. Mediobanca Securities ha eletto come prede per eccellenza Bpm e Ubi Banca e ipotizza che «eventuali aggregazioni non saranno ostili». Questi due dossier sarebbero convenienti perché «c’è molto spazio per una razionalizzazione dei conti», quindi per un aumento dei margini, visto che «Bpm e Ubi hanno circa il 20 per cento dei dipendenti con più di 30 anni di anzianità», il che «lascerebbe maggior spazio per una razionalizzazione dei costi». Conferma il giudizio su Bpm Equita: «La banca gode infatti di ampia flessibilità strategica che le permette di garantirsi un ruolo di consolidatore e/o di target. Lo scenario che preferiamo in caso di M&A fra popolari sarebbe un remake del deal con Bper».

Il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco LA VITTORIA DI VISCO Uno dei più acerrimi nemici del voto capitario è il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Da quando siede sulla poltrona di Menichella, Baffi e Carli non perde occasione di chiedere una riforma delle popolari. Soltanto lo scorso ottobre dichiarava che il settore di «deve aprire al vaglio del mercato. Il voto capitario può rimanere un tratto saliente delle piccole popolari e del credito cooperativo, ma le forme societarie non devono essere di impedimento al rafforzamento patrimoniale». Maurizio Sella, un passato alla guida dell’Abi e oggi all’Assonime, nota: «In Europa ci sarà una certa concentrazione del sistema bancario, perché i costi della nuova vigilanza unica sono molto elevati quindi per una banca più grande può essere più facile sopportarli. La riforma, credo, riguardi le banche popolari e anche in piccola parte le banche di credito cooperativo».

Stefano Fassina
IL PD PREPARA LE BARRICATE La risposta del settore non si farà attendere. Dalle associazioni di categoria (Associazione per le banche popolari e la stessa Acri) c’è un forte risentimento verso il governo. Trapela la notizia di non aver visto una bozza del provvedimento e crea non poche incertezze il fatto che al Quirinale non risieda più un amico delle Popolari come Giorgio Napolitano. Ma alle popolari gli alleati non mancano. Soprattutto in Parlamento. Già pronto alle barricate uno dei leader della minoranza Pd, come l’ex viceministro all’Economia, Stefano Fassina. «Spero che quanto riportato da alcune testate sulla riforma delle popolari, sulla base di un passaggio disinvolto del Presidente del Consiglio nella riunione di venerdì pomeriggio della direzione nazionale del Pd, non corrisponda al vero. Se fosse vero, una riforma simile sarebbe un danno gravissimo all'economia nazionale». Stessi concetti li hanno espressi anche dall’altro versante del Nazareno, l’ex “popolare” Giuseppe Fioroni e il presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia. Il primo ha chiesto di «tutelare la finanza cattolica», l’altro pretende più cautela dal governo su questo fronte.

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