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POLEMICA 19 Gennaio Gen 2015 1629 19 gennaio 2015

Pd, l'ombra delle lobby sul Programma navale

Commesse da 5,4 mld per 10 navi militari. Il dem Scanu denuncia «pressioni». E scatena l'ira dei compagni di partito.

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Il premier Matteo Renzi e il ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Parlamento sotto assedio delle lobby per una partita da quasi 6 miliardi di euro.
Una torta troppo ricca per lasciarsene scappare anche solo una briciola, visto che in ballo ci sono le commesse per la costruzione di 10 nuove navi militari del “Programma navale per la tutela della capacità marittima della Difesa” varato dal governo (consulta il documento).
A denunciare le «pressioni lobbistiche» non è un esponente di opposizione, ma il capogruppo Pd in commissione Difesa, e relatore del provvedimento, Gian Piero Scanu, che in una seduta pubblica ha parlato di forti sollecitazioni esercitate «su diversi componenti della Commissione in modo da poter orientare il parere».
PREVISTO L'ACQUISTO DI SEI PATTUGLIATORI. Un mistero in piena regola, certificato dal resoconto stenografico pubblicato sul sito internet della Camera.
Riavvolgendo il nastro di questa vicenda, il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, tra gli atti più importanti del primo anno di mandato ha predisposto un piano di ammodernamento dei mezzi a disposizione delle forze armate italiane, e tra questi anche della Marina militare.
Il Programma navale prevede l'acquisto di sei pattugliatori polivalenti d'altura, una unità d'altura di supporto logistico, una unità anfibia multiruolo e due unità navali polifunzionali ad altissima velocità a spinto contenuto tecnologico.
COSTO DELL'OPERAZIONE: 5,4 MILIARDI. Il costo totale dell'operazione è di 5.427.908.654 euro. Almeno inizialmente, perché poi il governo Renzi è riuscito a trovare le risorse senza passare per la pratica dei mutui, con i relativi accantonamenti degli interessi. Ovviamente la cifra non è caricata sul bilancio del ministero della Difesa, ma su quello dello Sviluppo economico con autorizzazione dell'Economia e Finanza.
Il risparmio, al netto di 36.377.429 contributi diretti, è dunque di 1.562.531.225 euro. Che il governo non può rimettere in circolo in altre poste di bilancio, cambiandone la destinazione d'uso. Insomma, se dalla legge di stabilità sono usciti 5 miliardi e rotti per l'ammodernamento dei sistemi militari, per quello scopo andranno obbligatoriamente utilizzati.
E qui sorge l'intoppo. Perché dopo aver incassato il sì della commissione Difesa del Senato il 19 novembre 2014, il governo considerava quasi una formalità il passaggio nell'organismo gemello della Camera, che avrebbe dovuto formulare il proprio parere entro il 18 gennaio scorso.

Il ministero della Difesa è obbligato a fornire i dettagli sulla spesa

Il senatore del Pd Gian Piero Scanu.

A Montecitorio, però, c'è stato qualcuno che non si è fermato alle rassicurazioni del sottosegretario Gioacchino Alfano, ma ha chiesto a gran voce di avere, nero su bianco, una relazione su come e quando sarà speso quel 1.562.531.225 euro risparmiato. Quel qualcuno, appunto, risponde al nome del relatore di maggioranza e capogruppo del Pd Scanu, che per la cronaca è un sostenitore del premier Matteo Renzi.
L'esponente dem si fa forte dell'articolo 4 della legge 244 del 2012, che impone al ministero della Difesa di fornire cifre e dati contrattuali, ripartizioni annuali e come intende riutilizzare i fondi risparmiati. Chiarimenti che a detta di Scanu via XX Settembre non ha fornito, e per i quali ha chiesto che il termine ultimo per la presentazione del parere della commissione fosse spostato alla fine del mese di gennaio.
Il sottosegretario Alfano, invece, dopo aver negato la proroga, nella seduta di martedì 13 gennaio ha addirittura messo in discussione la scelta della presidenza della Camera di assegnare il provvedimento alla commissione Difesa, nonostante il piano di investimenti fosse stato predisposto dal ministero dello Sviluppo economico (con un escamotage contabile, però).
SCANU: «FORTI PRESSIONI LOBBISTICHE». Il muso duro dell'esponente governativo non ha frenato però il deputato sardo, che è riuscito a ottenere una dilazione fino a martedì 20 gennaio per presentare la sua relazione, utile per la formulazione del parere. Ma nella seduta di giovedì 15 si è levato i sassolini dalle scarpe.
Ha denunciato «forti pressioni che da più parti sono state esercitate, con intensità, su diversi componenti la Commissione in modo da poter orientare il parere», picchiando durissimo quando ha chiesto tempo «per lavorare a un parere serio e meditato, che non sia condizionato nel contenuto dalle pressioni lobbistiche».
Interpellato da Lettera43.it in merito a questa sua presa di posizione, Scanu si è limitato a dichiarare: «La storia ci insegna che le riforme non vengono mai accolte con facilità, ma martedì scopriranno la loro ineluttabilità».
PICCOLO: «SOLO UN'INCOMPRENSIONE». Le parole del capogruppo dem hanno suscitato le ire di diversi compagni di partito, tra i quali il deputato Salvatore Piccolo, che lo ha affrontato a muso duro nei corridoi del primo piano di Montecitorio giovedì 13 gennaio, con tanto di urla che hanno fatto tremare i muri, e che ora sono finite in Rete in un video ripreso con un telefonino, probabilmente del deputato M5s Angelo Tofalo, riferiscono fonti che chiedono l'anonimato.
Parlando con Lettera43.it, però, Piccolo minimizza l'accaduto: «Si è trattato di un equivoco, un'incomprensione del relatore che è stata già chiarita in una riunione del gruppo Pd. Nessuna pressione lobbistica, solo un'incomprensione».
Nonostante le rassicurazioni, la vicenda non sembra comunque destinata a finire a tarallucci e vino. E martedì 20 gennaio potrebbe consumarsi uno strappo significativo con il governo. Uno strappo da quasi 6 miliardi di euro.

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