Economia 19 Gennaio Gen 2015 1046 19 gennaio 2015

Svizzera, la partita delle svalutazioni competitive

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Banca nazionale svizzera Nessuno se lo aspettava ma, con il senno del poi, sembra tutto molto logico. La Banca Nazionale Svizzera getta la spugna e ripudia la solenne promessa del settembre 2011 ribadita solo qualche settimana fa: bloccare l’apprezzamento del franco contro la divisa europea impedendone la discesa sotto il livello di 1,20 franchi per euro. Contemporaneamente decide di ridurre ulteriormente il tasso d’interesse a tre mesi, portandolo dal -0,25 al -0,75%. Insomma chi vuole ancora entrare nel porto valutario più sicuro del pianeta dovrà, da ora in poi, pagare sempre di più. LA REAZIONE DEI MERCATI E' DISPERATA. La giornata rimarrà storica. Nel giro di secondi dall’annuncio l’euro perde quasi il 40% sulla divisa rossocrociata, passando da 1,2 a 0,85. Poi nelle 24 ore successive tenta una provvisoria stabilizzazione intorno alla parità. L’onda d’urto si sposta sugli altri mercati, decretando vinti e vincitori. Evidentemente erano in tanti, forse in prevalenza hedge funds, ad essere “corti” franchi svizzeri contro altre divise. E le conseguenze immediate, in termini di fallimenti di broker su cambi e di posizioni completamente spazzate via dalle perdite, non si contano. Ma il peggio si scoprirà solo con il tempo. BECESSARIO ANTICIPARE LA BCE. Lasciando da parte le dichiarazioni ufficiali, il motivo della decisione è quello di bruciare sul tempo, dandone quindi una sorta di anticipata autorevole conferma, l’imminente avvio del quantitative easing da parte della Bce, atteso per il prossimo 22 gennaio. Un evento che, se proposto senza troppi vincoli, potrebbe accelerare la caduta della moneta unica, una delle poche scorciatoie per ridare un po’ di ossigeno alle economie del vecchio continente. I RISCHI PER LA BNS. Una iattura per la banca centrale rossocrociata che preferisce una poco onorevole ritirata strategica a una sconfitta in campo aperto. Non se la sente di affrontare il rischio di assorbire la marea montante di euro che potrebbero essere scambiati contro franchi con l’avvio del quantitative easing di Draghi. Dal settembre del 2011, quando la Banca Nazionale ha deciso di bloccare la rivalutazione della moneta nazionale, sono stati investiti oltre 475 miliardi di franchi (su un bilancio di 500) in divise estere, prevalentemente euro e dollari. Un QE in salsa bernese realizzato comprando prevalentemente bund tedeschi e OAT francesi. Ora il testimone passa alla BCE, ma il salasso per i conti dell’istituto è epocale: le minusvalenze maturate in poche ore sugli attivi in divise estere valgono più di 70 miliardi di franchi. E’ forse il prezzo da pagare per evitare rischi peggiori. Le conseguenze della decisione della Banca centrale svizzera hanno portata sistemica e segnalano l’estendersi e l’aggravarsi del malessere che contagia il sistema monetario internazionale. PERICOLOSO MANIPOLARE I CAMBI. In primo luogo è l’ennesima testimonianza che la manipolazione del mercato dei cambi, anche per le banche centrali più sofisticate, è operazione destinata al fallimento. Non   solo quando si difende alla disperata una parità economicamente insostenibile dagli attacchi esterni, basti ricordare lira e sterlina nel 92, l’Argentina del 2001, più di recente il rublo di Putin. Anche quando si pretende di bloccare la salita di una divisa che a torto o ragione scoppia di salute. SISTEMA FINANZIARIO SEMPRE PIU' INSTABILE. Trova poi immediata conferma l’aspettativa che il motore dei rendimenti e dell’instabilità sui mercati finanziari per l’anno in corso sarà il mercato valutario. In parte perché sempre meno ci si può aspettare da mercati obbligazionari ormai in rendimento negativo su larga parte dei titoli governativi ad alto rating. In parte per l’incertezza sulle borse, che rimangono comunque l’alternativa meno disprezzabile. Ma soprattutto perché la crescente divergenza economica tra le principali aree economiche del pianeta impone, in assenza di alternative, un parallelo allontanamento delle strategie tra le principali banche centrali. Con incontenibili pressioni che possono esplodere sul mercato dei cambi, alimentate anche dal crollo delle materie prime. Questa è ipotesi pericolosa per la stabilità del sistema finanziario. Storicamente movimenti valutari improvvisi e di ampie dimensioni tendono ad avere conseguenze distruttive per periodi non brevi. LE BANCHE CENTRALI PERDONO CREDIBILITA'. Per anni le banche centrali hanno cercato di stimolare la crescita economica e l’occupazione indirettamente, alimentando l’inflazione dei prezzi finanziari e azzerando la volatilità dei mercati. L’obiettivo era quello di rinvigorire la propensione al rischio delle famiglie, grazie all’effetto ricchezza derivante dai guadagni sui mercati, e delle imprese, accendendo gli spiriti animali. I risultati sono stati parziali, visibili solo negli Stati Uniti, paese nel quale è stato largamente usato anche lo strumento fiscale. Ora dai mercati non ci si può aspettare molto di più, anche perché i tassi d’interesse sono ormai scesi fino al limite del possibile. Nel momento in cui la BCE raccoglie il testimone dalla Fed il rischio è che sia troppo tardi e tutto l’effetto degli acquisti di titoli di stato da parte di Francoforte si scarichi solo sul mercato dei cambi. E’ la pericolosa partita delle svalutazioni competitive, che può fare molte vittime. La banca centrale svizzera non è la prima e non sarà né l’ultima, né la più importante.

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