Economia 20 Gennaio Gen 2015 1320 20 gennaio 2015

Alitalia, decolla il nuovo piano

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In attesa che arrivino i giganti del cielo A380 e 787 da Dubai, Alitalia venderà quattordici A330 - aerei per il medio raggio -alla “sorella” AirBerlin. Passaggio necessario per rafforzare la disponibilità di cassa. E se poi si aggiunge a questa notizia l’obiettivo annunciato dall’amministratore delegato Silvano Cassano, dal presidente Luca Cordero di Montezemolo e, soprattutto, dal vicepresidente James Hogan - il vettore deve tornare all’utile entro il 2017 - allora si materializza il timore che l’ex compagnia di bandiera avrà uno sviluppo di quello diverso da quanto prefigurato da Etihad. Cioè non attraverso una maggiore penetrazione sulle tratte oceaniche, ma tagliando i costi e razionalizzando l’attività per aumentare margini e indici di riempimento degli aerei. I TIMORI DEI SINDACATI. Al momento nessuno vuole disturbare il manovratore, ma la delusione è alta e serpeggia nelle dichiarazioni dei sindacati. Lo si comprende leggendo in filigrana le parole del segretario nazionale della Filt Cgil Nino Cortorillo: «Si tratta adesso di passare dagli annunci alle iniziative. Siamo coscienti della nuova fase di avvio e di transizione della nuova compagnia e che serve tempo per verificare se l'ottimismo si tradurrà in opzioni positive per la compagnia e per il lavoro. Quello che ancora non prevede ottimismo né previsioni positive riguarda sia il completamento delle ricollocazioni in aziende terze di parte degli esuberi della vecchia Alitalia sia tutte le procedure che con l'impegno degli enti di governo e delle istituzioni locali dovevano creare la lista degli esuberi cui dare nuove opportunità occupazionali». Dimensioni ridotte Parole alle quali Hogan -contestato ieri da un gruppo di lavoratori dei Cobas -ha replicato: «La priorità per la nuova Alitalia è diventare una compagnia di successo e darle una giusta dimensione. Il successo del business creerà automaticamente nuovi posti di lavoro. Faremo tutto ciò che potremo fare per aiutare a trovare un lavoro (agli ex dipendenti della vecchia Alitalia ndr.), ma la priorità è fare una compagnia di successo». LA RIVOLTA DI VENEZIA. Il concetto è semplice: se non c’è attività, allora sarà più difficile riassorbire gli esuberi - oltre 1.200 - ottenuti da Hogan per investire in Italia. Ma in quest’ottica vanno registrate anche le critiche di Enrico Marchi, numero di Save, allarmato che le scelte della nuova Alitalia possano mettere a rischio l’operatività del Marco Polo di Tessera. La nuova compagnia punterà tutto sugli scali di Fiumicino, Linate e Malpensa. Ma quello di Venezia è non solo lo scalo del Nordest, ma è l’aeroporto italiano che più ha investito verso le ricche rotte dell’est, diventando un concorrente naturale del hub di Abu Dhabi, controllato da Etihad. Non a caso Marchi ieri non ha lesinato la sua rabbia. «Noi», ha detto, «vogliamo continuare a crescere nonostante Alitalia. Leggo che il nuovo amministratore delegato di Alitalia, Silvano Cassano, ha dichiarato che gli hub naturali in Italia sono Fiumicino e Malpensa per il lungo raggio e Linate. Ricordo al neo ad che in Italia ci sono tre aeroporti intercontinentali, come stabilito dal Piano nazionale degli aeroporti e che da 15 anni Venezia ha avviato con successo un network di voli intercontinentali. E faccio tra l'altro notare che nel 2000 il traffico complessivo di Malpensa e Linate era sei volte e mezzo quello di Venezia, oggi solo poco più di tre. Se quindi Alitalia vuole continuare a trascurare Venezia, noi continueremo a crescere facendo cogliere le grandi opportunità del nostro aeroporto con sempre nuove compagnie internazionali, asiatiche, statunitensi». CRESCITA A OVEST MA LIMITATA. Lunedì 19 gennaio la nuova Sai Alitalia ha presentato i suoi programmi a Roma. La compagnia ha annunciato di muoversi «su tre hub in Italia. A Milano Malpensa saranno incrementati i servizi di lungo raggio, mentre da Milano Linate aumenteranno i collegamenti con gli hub delle compagnie partner. A Roma Fiumicino crescerà l'offerta di destinazioni a lungo raggio e di voli a corto e medio raggio, consolidandone il posizionamento sul mercato italiano. Saranno ottimizzati e migliorati sia gli orari dei voli in tutto il network, per facilitare le coincidenze, sia il codesharing con i partner attuali e nuovi». In quest’ottica il vettore finisce soltanto per integrare l’attività di Etihad, Air Berlin, Aer Lingus o Air Serbian. L'ULTIMA CHANCE. In attesa dell’allargamento della flotta, l’azienda ha comunicato che le nuove destinazioni da Roma riguarderanno Berlino, Dusseldorf, San Francisco, Mexico City, Santiago del Cile, Pechino e Seoul, con più voli per New York, Chicago, Rio de Janeiro e Abu Dhabi. È chiaro che i quest’ottica Fiumicino servirà per allungare il raggio d’azione degli Arabi verso l’Atlantico. Milano guarderà invece al quadrante orientale con un collegamento giornaliero per Abu Dhabi, quattro voli alla settimana per Shanghai e nuovi voli su Tokyo. Da rivedere nei prossimi mesi le partnership con Air France/KLM e Delta. Previsti anche un nuovo marchio e nuove livree per avvicinare Alitalia ala casa madre. James Hogan, con la franchezza tipica di un australiano, ha ammesso che è «questa l’ultima occasione per salvare Alitalia». Concetto confermato anche dal presidente Montezemolo, il quale prima ha ricordato che il maggior asset dell’azienda «è il nome», quindi ha sciorinato gli obiettivi. Che sono «valorizzazione e motivazione del personale, essere interprete del Made in Italy nel mondo, un customer care ai vertici e sviluppo delle rotte». E tanto basta per capire quanto c’è da lavorare alla Magliana

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