Economia 21 Gennaio Gen 2015 1532 21 gennaio 2015

Braccio di ferro tra Padoan e Visco

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Pier Carlo Padoan «Non ho nessuna idea se il decreto sulle banche popolari che il governo si appresta a varare vada nella giusta direzione. Non lo so!», ha prima tuonato Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. «Non so cosa ha detto il governatore Visco, sicuramente, così come in passato, il ministero ascolta i consigli che vengono dalla Banca d’Italia. Anche in questo caso c’è stata una condivisione, poi le responsabilità politiche sono del governo», ha, di rimando, replicato il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan. E così la mente di cronisti e addetti al lavoro è corsa al 2003, quando Antonio Fazio e Giulio Tremonti regalarono in una conferenza stampa alla fine di un G8 un fantastico esempio di come il Belpaese fa sistema. «L’Italia deve fare la riforma delle pensioni, ministro!». «Governatore, lei quando va in pensione?». IL GRANDE FREDDO Tra il numero 91 di via Nazionale e il 97 di via XX settembre c’è appena un chilometro in linea d’aria. Da ieri la distanza tra la Banca d’Italia e il ministero dell’Economia appare siderale. Tutta colpa della riforma sulla governance delle banche popolari: l’inquilino di Palazzo Koch si aspettava la cancellazione tout court del voto capitario (ogni azionista ha un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute), che regge la governance in popolari e banche di credito cooperativo. Il ministro Pier Carlo Padoan, e con lui il premier Matteo Renzi, hanno scelto un approccio molto più cauto: si trasformeranno in Spa, ed entro 18 mesi, soltanto gli istituti con attivi superiori a 8 miliardi. Per la cronaca finiranno, loro malgrado e di fatto contendibili, in un risiko dall’esito incerto nomi come Ubi, Banco Popolare, Bpm, Bper, Creval, Popolare di Sondrio, Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Bari. Il gotha di un sistema che conta complessivamente su 70 istituti, 9.248 sportelli, 1,34 milioni di soci e distribuisce un quarto degli impieghi in Italia con attivi pari a 450miliardi.

Ignazio Visco IL VISCO PENSIERO Visco reputa la cancellazione del voto capitario in popolari e Bcc come un passo necessario per rendere il sistema bancario più trasparente. Tanto da toccare il tema in ogni suo discorso pubblico da almeno due anni a questa parte. Soltanto lo scorso luglio, all’assemblea dell’Abi, aveva dettato la riforma al governo. «La struttura societaria delle popolari può avere ricadute negative sulla qualità degli assetti di governo e sulla capacità di rafforzamento patrimoniale. Nel giudizio di autorità e investitori istituzionali, il modello più coerente per banche di grandi dimensioni è quello della società per azioni». Conclusione? «Le popolari più grandi devono aprirsi a questa trasformazione, anche introducendo quorum assembleari realisticamente raggiungibili». Il governo l’ha seguito soltanto in parte. TRATTATI COME LA CAMUSSO In via Nazionale non hanno gradito né il merito né il metodo della questione. Non è piaciuto che il governo intervenisse su una questione che riguarda direttamente la vigilanza – la governance delle popolari – senza seguire le indicazioni di Visco. Ha creato un certo disagio vedersi trattare come una Susanna Camusso qualsiasi: ricevuti per buona educazione, ma senza dare tanto ascolto a quello che dice l’ospite. Eppure negli ambienti finanziari tutti si chiedono chi abbia ragione e chi abbia mentito tra Visco e Padoan. A quanto pare tutti e nessuno. In un primo tempo il governo dei rottamatori sembrava incline a rottamare le popolari seguendo lo schema di Visco. Lo dimostrano anche le dichiarazioni, rilasciate ventiquattr’ore prima della presentazione dell’Investment compact, da Maurizio Sella. Il presidente dell’Assonime, ed ex dell’Abi, aveva detto: «In Europa ci sarà una certa concentrazione del sistema bancario, perché i costi della nuova vigilanza unica sono molto elevati quindi per una banca più grande può essere più facile sopportarli. La riforma, credo, riguardi le banche popolari e anche in piccola parte le banche di credito cooperativo». Poi qualcosa è cambiato.

Banca d'Italia LA CAUTELA DI PADOAN Le pressioni della finanza cattolica che ha molti amici tra la corrente di maggioranza del Pd (emblematiche le uscite di Fioroni e Boccia) e le minacce di aprire un Vietnam parlamentare arrivate dalla sinistra del Nazareno (leggi Fassina) e leghisti hanno spinto Padoan a una riforma più timida e a decidere di colpire solo i grandi. Inutile dire che dopo aver comunicato la decisione in via Nazionale, sono stati subito chiusi i canali di comunicazione tra ministero dell’Economia e Banca d’Italia. Le liti (sottotraccia) tra via Nazionale e via XX settembre Rispetto ai loro predecessori (Fazio, Draghi da un lato, Tremonti e Padoa-Schioppa da un lato), Visco e Padoan hanno sempre provato a tenere i loro rapporti in un ambito molto istituzionale. Da uomini che hanno fatto carriera in Italia grazie ai loro trascori all’estero (Ocse, Fondo monetario), non hanno mai dato il destro a polemiche pubbliche, anche se gli scontri – sotto traccia - non sono mai mancati. Se c’è una tacita alleanza che ha spinto le banche italiane ad accollarsi il grosso del debito pubblico italiano, vigilanza e Tesoro hanno litigato sui derivati (8 miliardi di euro) lasciati in eredità al Tesoro da Draghi. Continuano a discutere sul rifiuto di Padoan di costituire con i soldi pubblici un veicolo-band bank per smobilitare le sofferenze bancarie (progetto di Visco).

Ministero dell'economia BANKITALIA RIVEDE A RIBASSO LA CRESCITA. Soprattutto in via XX settembre hanno aggrottato le ciglia quando Palazzo Koch ha presentato le ultime previsioni sul Pil 2004: -0,4 Pil, che potrebbe portare il disavanzo al 3,1 e l’Italia fuori dai parametri di Maastrict e dalla possibilità di approfittare della flessibilità concessa dall’Unione europea. Stile comune e comune appeal per il Quirinale A differenza dei loro predecessori, Visco e Padoan, non si dividono sulla questione che ha sempre messo in crisi vigilanza bancaria e Tesoro – chi dà la linea sull’economia italiana – ma discutono attraverso i loro sherpa su casi concreti. Eppure sul loro futuro c’è un’altra mina: Matteo Renzi ha inserito entrambi nella lista dei suoi candidati al Quirinale. Entrambi hanno rapporti internazionali, sanno di economia, provengono più o meno direttamente da una tradizione riformista e conoscono il galateo istituzionali. Alla fine, per forza di cose, ne resterà uno solo.

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