Economia 23 Gennaio Gen 2015 1429 23 gennaio 2015

Euro-Dollaro, chi guadagna chi perde

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Euro contro dollaro La cavalcata del dollaro e il conseguente indebolimento dell’euro non si arrestano e non sembra destinata a concludersi presto. Dopo che la Banca centrale europea ha lanciato il piano di quantitative easing, che passa per l’acquisto di 60 miliardi di euro di titoli al mese fino a settembre 2016, la moneta unica è scivolata al di sotto degli 1,12 dollari per la prima volta da novembre 2003, arrivando a 1,1166 prima di recuperare leggermente, ma cedendo comunque il 2,4%.I ribassi continueranno, tanto più che l’Eurotower stamperà moneta per comprare i bond. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in un’intervista al Wall Street Journal a margine del World Economic Forum di Davos in Svizzera, ha detto di «sognare la parità tra euro e dollaro», perché aiuterebbe le esportazioni italiane, e il suo punto di vista non è isolato. Ma cosa cambia con l’euro così basso e cosa   succederebbe se scendesse ulteriormente? EconomiaWeb.it spiega cinque possibili effetti.

Eurotower 1. IMPATTO POSITIVO SULL’EXPORT DELL’EUROZONA Un’idea condivisa è che l’indebolimento della valuta comune potrà rendere i prodotti dell’Eurozona più competitivi, ovvero meno cari, cosa che andrà a vantaggio di economie   fortemente sostenute dalle esportazioni, come quella tedesca. Le esportazioni catalizzano quasi la metà del prodotto interno loro europeo, mentre rappresentano meno di un quinto di quello americano o giapponese. Una moneta unica più bassa può dunque sostenere la crescita e l’inflazione (da tempo a livelli troppo bassi), rendendo i beni europei più competitivi, all’interno dell’Eurozona e all’estero. Il modello economico della Bce suggerisce che un calo del 5% del tasso di cambio dell’euro, ponderato sugli scambi commerciali, può aggiungere uno 0,3% al Pil e uno 0,5% all’inflazione. Non molto, ma comunque una notizia positiva, specie se si considera che l’economia dell’Eurozona secondo le stime crescerà di un modesto 1% quest’anno, con un’inflazione allo 0,7%, molto al di sotto del target del 2% considerato ottimale dalla Bce. 2. PAESI NON EURO A MAL PARTITO SVIZZERA E REGNO UNITO Secondo la Bce l’andamento valutario incide sulla crescita e mantenere l’euro basso è cruciale per generare crescita in un’economia legata a doppio filo con le esportazioni.   Tuttavia il calo della valuta comune potrebbe essere un problema per i Paesi europei che non fanno parte dell’Eurozona e che hanno visto la propria moneta apprezzarsi   nei confronti dell’euro. Come fa notare Omer Esiner, capo economista della società di   brokeraggio valutario Commonwealth Foreign Exchange, questi Paesi, per esempio Svizzera o Regno Unito, potrebbero avere problemi e vedersi costretti a modificare la propria politica monetaria. «Se l’euro continua a deprezzarsi, le economie con forti   legami con l’Eurozona potrebbero dovere intervenire per limitare l’aumento della propria   valuta e restare competitive all’interno della regione», ha detto. Non è un caso che la   Danimarca abbia tagliato i tassi di interesse e possa decidere di abbassarli ulteriormente.

Macy's 3. POSSIBILI PROBLEMI PER LE ESPORTAZIONI USA Se per le aziende europee l’euro basso può generare un effetto traino, per quelle americane potrebbero non essere rose e fiori, soprattutto per le corporation che realizzano   un’ampia fetta dei propri guadagni all’estero. Finora il forte ribasso dei prezzi del greggio (-55% da settembre), e quindi dei costi energetici, ha bilanciato i possibili effetti negativi del rafforzamento del dollaro, ma quello che le aziende americane rischiano è una perdita di competitività. Solo per fare degli esempi, per una società come Boeing, che compete con l’europea Airbus per vendere aerei in tutto il mondo, o per un produttore di vini californiano, che vuole persuadere gli acquirenti globali che i suoi vini sono migliori di quelli italiani o francesi, la vita è ora più difficile. Inoltre, società che pagano i propri dipendenti o i materiali grezzi in euro ora hanno un vantaggio sulle società americane anche in termini di risparmio sui costi, oltre che di prezzi finali, che possono essere più bassi.

Il Colosseo a Roma 4. EFFETTO TURISMO: L’EUROPA COSTA MENO Per il momento non è più conveniente come in passato per gli europei andare in vacanza in Paesi come gli Stati Uniti: il momento migliore era stata l’estate del 2008, quando   l’euro era arrivato a un soffio da 1,6 dollari e comprare beni in America per chi non pagava in dollari era un affare. Ora il guadagno non sarebbe molto, se si escludono gli   effetti di una tassazione più favorevole. Viceversa è più conveniente per gli americani venire in vacanza in Europa, cosa che potrà fare bene a economie molto legate al turismo, come l’Italia: secondo la Us Travel Association, le principali destinazioni turistiche del Vecchio Continente sono ora del 12,5% meno care per un americano rispetto a quanto non fossero sei mesi fa. «Per i turisti che vogliono visitare l’Europa questo è il momento migliore», ha detto Bert Colijn, economista del Conference Board, associazione che si   occupa di ricerca economica a New York e Bruxelles.

Apple 5. FARE SHOPPING IN USA NON CONVIENE PIÙ  Allo stesso modo fare shopping negli Stati Uniti è molto meno conveniente rispetto al passato. Tanto per fare un esempio, chi si trovava in vacanza a New York e prevedeva una tappa all’Apple Store sulla Fifth Avenue per comprare prodotti della Casa della Mela approfittando del cambio favorevole, ora non ci guadagnerebbe altrettanto: aggiungendo le tasse sulla vendita, il limitatissimo vantaggio valutario si perde e i prodotti Apple costano sostanzialmente come in Italia. Se per i consumatori italiani è una delusione, non lo è altrettanto per le aziende. «In pochi mesi il mondo è cambiato, tutti i nostri piani devono essere rivisti attentamente», ha detto Giorgio Presca, amministratore delegato di Geox: il colosso italiano dell’abbigliamento e delle calzature cercherà di trarre vantaggio dalle condizioni valutarie per accelerare i piani di espansione negli Stati Uniti (attualmente il Nord America genera circa il 6% delle vendite totali della società).

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