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LO SPORTELLO 23 Gennaio Gen 2015 0525 23 gennaio 2015

La stretta del credito? Un'azione premeditata

Risposte dilatate alle richieste di credito e consulenti con conflitti di interessi: così gli istituti strozzano le nostre aziende.

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Io so e ho le prove che il futuro sarà peggiore.
La contrazione del credito è peggiore di quanto ci raccontano ma soprattutto le false aspettative spaventano ancora di più perché nascondono, come al solito, qualcosa.
Cominciamo col dire che la vera dimensione della ‘straordinaria contrazione’ del credito è molto evidente sfogliando le pubblicazioni della stessa Banca d’Italia sulle Economie Regionali.
SCOMPARSI 90 MILIARDI PER LE AZIENDE. Nelle tabelle contenute negli ultimi rapporti pubblicati nel giugno 2014 se ne può trovare una che mostra (considerando sei tra le principali regioni d’Italia: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Lazio e Toscana) che i volumi di aperture di credito in conto corrente sono diminuiti dell’11% tra dicembre 2012 e dicembre 2013, gli anticipi fatture e il salvo buon fine sulle RiBa sono scesi del 12% e i finanziamenti a scadenza dell’8,3%.
Prendendo il dato medio per le sei regioni la differenza sarebbe di quasi il 10%. In pratica anno dopo anno sono scomparsi 90 miliardi di credito prima destinati alle imprese. E il 2014 non è stato diverso come si evince dalla tabella allegata.

IL TREND NON CAMBIA VERSO. Quindi nessuna illusione: il credito alle imprese ha un trend evidente e non cambierà verso.
Ma come fronteggiano le banche questo evidente contrasto tra la chiara (e per certi aspetti giusta) scelta gestionale di 'chiudere i rubinetti' con un profilo mediatico invece che lascia presagire scenari positivi , di grande ritorno al credito, di un Inferno vestito da Eden?

L'accordo PattiChiari non è risolutivo

Innazitutto gestendo i tempi di attesa per le risposte alle richieste di finanziamenti che sono strategicamente dilatati (nonostante l'accordo PattiChiari) per evitare di dire un no (le statistiche dimostrerebbero in tal caso che il sistema bancario non aiuta le imprese) e 'costringere' le imprese a rinunciare mettendo in discussione piani industriali e di sviluppo
PattiChiari è in pratica un accordo interbancario che, presentato subdolamente come un progetto di customer satisfaction, «sviluppa strumenti e regole per favorire una migliore relazione banca-cliente fondata su semplicità, chiarezza, comparabilità e mobilità».
CREDITO, RISPOSTA IN 30-40 GIORNI. In particolare per quanto riguarda il credito alle imprese l'iniziativa facoltativa (quindi non tutti gli istituti vi aderiscono) prevede che la banca monitori il tempo impiegato per rispondere alle richieste di finanziamento ricevute dalle piccole imprese e pubblichi ogni trimestre, all'interno di un motore di confronto, il tempo medio per regione e per classi di importo predefinite.
La banca predispone dei presidi informativi all'interno di ciascuna filiale-agenzia per agevolare il cliente dalla fase di presentazione della richiesta fino alla comunicazione dell'esito.
Attualmente i tempi medi di risposta a una richiesta di credito sono di 30-40 giorni.
UN CASO EMBLEMATICO. A tal proposito possiamo raccontare di quanto accaduto a una azienda, mia cliente, che produce strumenti di scrittura e che rappresenta un simbolo del made in Italy e che non presenta alcuna criticità particolare dal punto di vista della bancabilità (rating accettabile e nessun elemento pregiudizievole)
In questa azienda nel settembre 2013 abbiamo elaborato un piano industriale triennale (2014-2016) che prevede :
A. La creazione di nuovi prodotti per approcciare segmenti di clientela finora non serviti;
B. L'apertura verso nuovi mercati internazionali;
C. Accordi fornitura con importanti dealer (Musei Vaticani).
Tale piano necessita di un sostegno finanziario di circa 1 milione di euro coperto da:
A. Aumento di capitale sociale che i singoli soci hanno già realizzato rivalutando il proprio patrimonio immobiliare di circa 400 mila euro;
B. Ricorso al credito bancario per circa 600 mila euro.

Conseguenze nefaste sui piani strategici

Si è dapprima proposta una banca di livello nazionale che dopo una attesa di circa cinque mesi, senza comunicare eventuali criticità che permettessero di capire cosa avesse determinato tale ritardo e anzi più volte rassicurando la stessa impresa sulla fattibilità del finanziamento per effetto di un buon rating, non prendendo mai una decisione al riguardo (sì o no), ha costretto la stessa impresa a 'rinunciare ' al finanziamento.
SEGNALAZIONI ALLA PORTATA DI TUTTE LE BANCHE. E sapete perché si 'rinuncia'? Perché per ogni nuova richiesta di affidamento viene effettuata in Centrale Rischi una 'segnalazione di prima informazione', cioè una indicazione (che leggono tutte le altre banche del sistema) sulla ulteriore necessità di finanza da parte di quella azienda
E secondo voi tutte le altre banche affidanti non si 'insospettiscono' se dopo molti mesi continuano a vedere 'quella prima informazione Cr'? Non possono pensare che l'azienda abbia qualche criticità finora non rilevata? Non possono pensare che l'azienda stia andando a fare ' il giro delle sette chiese ' per fare finanza? Sì, lo possono pensare e lo pensano e quindi iniziano a ' martellare ' l'azienda chiedendo chiarimenti che non sempre lasciano il rapporto inalterato.
DANNO PROCURATO CONSAPEVOLMENTE. E allora? E allora per sfinimento e per non perdere anche ciò che si era conquistato (affidamenti presso altre banche) l'azienda decide di rinunciare. Ma non è finita qui.
Nel frattempo (marzo) una banca locale, senza che nessuno la interpellasse, si è offerta di sostenere il piano industriale promettendo che massimo nell'arco di un mese avrebbe fornito il finanziamento.
Ebbene l’azienda ha ricevuto il finanziamento a dicembre. Esattamente dopo 15 mesi con inevitabili conseguenze sui piani strategici (ritardati di un anno) e quindi sui livelli di fatturato previsti e di utili programmati.
Danni incalcolabili prodotti consapevolmente dal sistema bancario. Quindi per il momento nessuna lusinga: i tempi continueranno a essere duri e lunghi per le imprese.

Vendere speranze di crescita è sempre più difficile

Ma perdere credito fa bene o male? Per diverse imprese è un problema serio, per molte altre è una dieta dimagrante forzata che potrebbe anche fare del bene, se la situazione di cassa e liquidità regge, perché con la compressione dei margini industriali e operativi, sostenere troppo debito può diventare una trappola mortale.
Ma nella ritirata precipitosa è del tutto possibile che siano rimaste intrappolate anche imprese (come quella del caso di cui sopra) che cercano credito per fare investimenti e rilanciarsi, perché oggi è più difficile vendere in banca speranze di crescita e di fatturati.
Sale pertanto il bisogno di supportare con professionalità le dichiarazioni con piani ben strutturati e numeri solidi (business plan), di fronte ai quali possono cadere molte barriere di diffidenza
Ma perché tanta diffidenza? Tanta difficoltà e/o scientifico ostruzionismo di fronte alle richieste di affidamento?
RISPOSTE DILATATE PER SCORAGGIARE LE AZIENDE. Il sistema bancario, in considerazione della profonda crisi economica che ha investito anche il nostro Paese, è impaurito dal continuo flusso in entrata di posizioni a incaglio e sofferenza.
Pertanto in considerazione degli ultimi stress-test della Bce (nove bocciati e tanti promossi con un “6 politico”) e con questi chiari di luna le banche non hanno intenzione di fare credito a qualsiasi costo.
Stanno filtrando severamente le nuove operazioni, talvolta dilatando nel tempo le risposte per 'costringere' le imprese a rinunciare (piuttosto che declinare) su un parco imprese che nel 30-40% dei casi non ha i numeri a posto per indebitarsi ulteriormente: se si presta solo a metà dei clienti rispetto al periodo della grande mattanza (quindi anche a quelli che hanno i numeri a posto), le percentuali non possono che essere negative.
L'INCAGLIO DOVREBBE ESSERE TEMPORANEO. Il risultato non deve quindi sorprendere. Semmai sorprende che ci sia ancora chi sostiene che tutto sta normalizzandosi. Perché ora la sfida delle banche è quella di 'disincagliare'.
Gli incagli sulla carta sono posizioni di aziende che hanno avuto affidamenti che non sono in grado di restituire in tempi brevi (incagliati appunto) 'però con un’elevata probabilità di recupero e di ritorno alle condizioni di solvibilità' (altrimenti se le probabilità di recupero sono basse o nulle la posizione si gira a 'sofferenza' con accantonamenti molto maggiori). Sulla carta, appunto.
Perché in questi anni sono purtroppo stati il principale bacino di ingresso verso posizioni a sofferenza con bassa probabilità di recupero. È chiaro che la grande partita del credito (e del futuro delle banche) si gioca in questa categoria perché se gli incagli dovessero tutti scivolare verso la sofferenza troveremmo pressapoco altri 100 miliardi affidati a migliaia di azioni di recupero giudiziale. Invece le posizioni a incaglio dovrebbero essere uno stato temporaneo con possibilità di miglioramento per l'azienda se la qualità dei metodi di contrasto alle banche si esercita con professionalità e tempismo.
ACCANTONAMENTO INTORNO AL 20%. L’accantonamento posto dalle banche a fronte degli incagli è storicamente stato attorno al 20%, così basso perché la possibilità di recupero più elevata era sostenuta da garanzie reali (ipoteche e pegni) e personali (fideiussioni) ma quel 20% è stato il motivo per cui oggi le banche hanno i loro bilanci 'che soffrono' perché sotto l’aspetto statistico il dato in questione era una specie di indice di probabilità che otto aziende su 10 potessero rientrare in linea di salute. Falso. Falso in bilancio.
Un modo per prendersi in giro (loro sapevano bene quali erano le probabilità di recupero) e per prendere in giro i piccoli azionisti.
E infatti le banche italiane hanno dovuto in questi anni di crescita del credito deteriorato riadattare i valori di sofferenze e incagli con accantonamenti sempre maggiori in valore assoluto, faticando a tenere il ritmo dal punto di vista della copertura percentuale.

Occhio ai consulenti, spesso fanno gli interessi altrui

Nonostante la presenza delle garanzie a fronte dei crediti a incaglio l’accantonamento in zona 20% non lasciava molto tranquilli, trattandosi di decine di miliardi a rischio.
Una partita che vede coinvolti su fronti opposti imprese che lottano per allontanare lo spettro di insolvenza e fallimento e banche che vorrebbero riportare rapidamente a casa i crediti concessi. Tuttavia in questo antagonismo (spesso legato alla tempistica di intervento per il recupero) risiedono una serie di meccanismi e comportamenti (non ultima la legge fallimentare) che dovrebbero aiutare gli imprenditori a remare nella direzione per salvare barca, remi e rematori. Occorre muoversi in anticipo, sfruttando l'errata collocazione nella categoria 'incaglio' e rivendicare i propri diritti.
QUELLE DECISIONI MANIPOLATE. Non è sempre così, purtroppo, perché la diffidenza dell'imprenditore di fronte ad una consulenza non schierata, non allineata, è tale che ci si accorge di doverla poi seguire quando il paziente è quasi morto. Sì perché i consulenti delle imprese non sempre fanno i consulenti delle imprese.
Ho avuto contati con centinaia di consulenti (commercialisti, consulenti del lavoro, consulenti finanziari, avvocati, ecc) che, segretamente, appena i loro clienti si allontanavano, mi confidavano che avrebbero 'canalizzato ' le decisioni dei loro assistiti verso le direttive della banca (non tutelando gli interessi degli stessi).
E sapete perché? Perche' l'Italia è il Paese del conflitto di interessi. Perché non possono mettersi contro la banca per i seguenti motivi:
A. Anche i consulenti sono clienti della banca e hanno quindi il loro tornaconto;
B. I consulenti hanno anche altri clienti che hanno 'bisogno' della banca e quindi è sempre meglio consigliare linee di condotta 'allineate ai voleri della banca ';
C. I consulenti talvolta ricevono (o hanno ricevuto ) delle fee dalle banche per i servizi prestati da società agli stessi collegati;
D. I consulenti sanno come muoversi per ottenere dai funzionari di banca ciò di cui hanno bisogno.
E quindi mai una linea strategica che vada contro le banche ma soprattutto sempre conformi alle manovre delle banche che non fanno altro che tutelare i loro interessi.
AFFIDATEVI A SOGGETTI INDIPENDENTI. Bel modo di fare consulenza. Quindi consiglio fondamentale: affidate le sorti della vostra azienda a consulenti non appartenenti ad alcun gruppo finanziario o bancario e totalmente indipendenti
Ma perché non chiedere anche al consulente: ma qual è la tua banca? Ed evitare eventualmente quelli che si servono del tuo stesso istituto. Un semplice criterio di selezione “di prevenzione”. L'indipendenza è l'elemento fondamentale della attività consulenziale.
Il vero consulente finanziario indipendente viene remunerato solo dal proprio cliente e non può ricevere alcun compenso o vantaggio da nessun intermediario quali ad esempio banche, Sgr o compagnie assicurative.
Il consulente finanziario indipendente non svolge alcuna attività di vendita, non ha alcun rapporto con chi vende prodotti finanziari ma presta esclusivamente consulenza e assistenza ai suoi clienti. Nel loro esclusivo interesse. Mi piacerebbe vedere, incrociando lo sguardo del mio consulente, gli occhi della tigre. Non quelli del coyote.

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