Economia 24 Gennaio Gen 2015 1000 24 gennaio 2015

Uber, la nuova strategia in 5 punti

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Travis Kalanic Se non puoi batterli, fatteli amici.È probabilmente quello che hanno pensato quelli di Uber Technologies che, alle prese con levate di scudi da parte dei tassisti di mezzo mondo e con autorità di regolamentazione poco propense a fare sconti, hanno scelto una via più conciliante, soprattutto in Europa: la startup, che ha messo a punto l’ormai famosa app per prenotare auto con autista a prezzi da taxi tramite il proprio smartphone, ha promesso di creare 50.000 posti di lavoro nel Vecchio Continente e ha ammesso che la nuova serie di regole fissate dai regulator erano necessarie. Ma il ripensamento è reale o è solo una strategia per placare le critiche e potere andare avanti indisturbati? Probabilmente, la verità sta nel mezzo. Ecco quello che bisogna sapere. 1. COME ACCATTIVARSI LE AUTORITÀ EUROPEE La mossa di Travis Kalanick, amministratore delegato di Uber, è se non altro astuta: in un momento in cui in Europa il problema della disoccupazione, soprattutto giovanile, è   ancora pressante e l’economia fatica a decollare, promettere 50.000 nuovi posti di lavoro non è cosa poco, specie se si aggiunge che la cifra potrà “crescere esponenzialmente” e che l’app potrà diventare “un enorme generatore di occupazione”. Ammettere poi che nuove regole per gestire le app come Uber “sono necessarie” e che “sarebbero in effetti   opportuni più controlli sui conducenti per far in modo che le garanzie date ai clienti siano adeguate” è quasi un colpo di genio, visto che proprio sul fronte delle tariffe applicate e   della sicurezza sono arrivate le critiche maggiori.

2. IN PASSATO GIÀ FATTI DEI TENTATIVI Non è la prima volta che Uber tenta di fare pace con l’Europa, ma tentativi precedenti si sono rivelati infruttuosi. Lo scorso ottobre Kalanick aveva detto di essere al lavoro per   migliorare l’immagine della app, ma i successivi sforzi non hanno dato molti risultati. Un mese prima era riuscito a fare ribaltare un divieto a operare in Germania, ma il servizio   è stato fermato in Spagna. In Francia invece lo stop riguarda il servizio UberPop, che permette ai conducenti di usare le loro auto personali per trasportare clienti. Uber sta   lottando anche in Olanda contro il divieto imposto a UberPop. Secondo Kalanick, Uber   l’anno scorso ha creato 7.800 posti di lavoro a Londra e sta crescendo al passo di “cinque o sei volte” con 500.000 corse e 3.500 posti di lavoro a Parigi. 3. ANCHE IN ASIA NON SONO ROSE E FIORI Non va molto meglio in Asia. Se a Nuova Delhi il servizio è ripartito dopo il bando imposto in precedenza, in Cina è in arrivo una stretta sulle app come Uber: le autorità locali puntano l’indice contro servizi “illegali” e si preparano a dare nuovi grattacapi alla startup californiana. Liang Jiangwei, responsabile della divisione che si occupa del traffico a Pechino, ha spiegato che l’uso di taxi senza licenza da parte delle app come Uber viola la legge. Sono dunque in vista nuove restrizioni, con gli autisti che si vedranno infliggere multe fino a 20.000 yuan (circa 3.200 dollari). “Alcuni di questi   veicoli sono cloni dei taxi, molti passeggeri si sono lamentati”, ha detto. Come riporta   la stampa locale, è la prima volta che la città di Pechino bolla pubblicamente come “attività illegali” quelle delle app per la prenotazione di taxi. Tra le società che subiranno   la stessa sorte di Uber ci sono anche Didi Dache, in parte controllata dal colosso di internet Tencent, e Kuadi Dache, che ha tra i propri investitori il gigante dell'e-commerce Alibaba. 4. TUTTO BENE SUL FRONTE DEGLI INVESTIMENTI Un fronte su cui Uber continua ad andare a gonfie vele è quello dei finanziamenti, segno che gli investitori badano poco o nulla ai problemi riscontrati in giro per il mondo e   credono nella crescita della società. L’ultimo round di capitali, circa 1,6 miliardi di dollari, è arrivato dai clienti della divisione di private wealth di Goldman Sachs. Inoltre   secondo alcune fonti altri 600 milioni di dollari sono arrivo da parte di hedge fund e investitori strategici stranieri. Questi fondi si vanno ad aggiungere agli 1,2 miliardi di dollari raccolti a novembre, quando la società era arrivata a un valore di 41,2 miliardi di dollari, cifra dodici volte superiore rispetto all’anno precedente. Vero è che Uber capitalizza sul buon momento delle startup del settore tecnologico: secondo i calcoli della società di ricerca Dow Jones VentureSource, fondi comuni, banche e società di venture capital hanno investito almeno un miliardo di dollari in circa 40 startup a livello globale, un numero doppio rispetto al 2013. Inoltre la valutazione delle startup tecnologiche è salito a valori record nel 2014, aumentando a un ritmo che non si era visto neppure durante la bolla dot-com degli anni Novanta.

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