Economia 26 Gennaio Gen 2015 1123 26 gennaio 2015

Draghi difensore dell'indipendenza della Bce

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Mario Draghi Il maggiore merito del Governatore Mario Draghi è stato quello di salvaguardare l’indipendenza della Banca centrale europea nei confronti del (presunto) azionista di riferimento, la Bundesbank. Che ha diritto a un solo voto, come tutte le altre banche nazionali. Per Draghi gli ultimi mesi sono trascorsi tra polemiche e fastidiose illazioni,  sotto il fuoco battente degli oppositori del nord schierati a difesa dei sacri principi dell’ortodossia. Questa almeno è la narrativa che conviene diffondere, essendo la mistica monetaria solo fumo negli occhi dei gonzi, a differenza dei vantaggi competitivi accumulati rispetto alle periferie mediterranee dall’avvio della moneta unica. La decisione assunta dalla Bce lo scorso 22 gennaio, ultima tra le banche centrali che contano, per importanza e conseguenze, è paragonabile a quella del “whatever it takes” del luglio 2012. Allora l’obiettivo fu quello di salvare l’euro dalla disintegrazione, sorpresa assoluta e risultato ottenuto senza sborsare un euro. ALL'ATTACCO CON IL CANNONE MONTARIO. Oggi si tratta di resuscitare la crescita in Europa, non basta più la parola, serve il cannone monetario e l’esito finale in termini di dividendi economici rimarrà ancora opaco per qualche tempo. Ma gli scettici, che continuano a puntare il dito verso la deflazione, questa volta hanno torto. L’efficacia dell’espansione monetaria quantitativa di Draghi si valuterà in futuro con il metro della crescita economica e dell’occupazione. Si tratta di rapporti causali, difficilmente misurabili  anche ex post, che si dispiegano attraverso canali di trasmissione meccanici (riduzioni dei tassi, aumento delle riserve bancarie) e altri, che appartengono più alla sfera psicologica del benessere e della fiducia (effetto ricchezza per le   famiglie, con ricadute sui consumi, rafforzamento degli spiriti animali per le imprese, stimolo agli   investimenti). I primi sono inefficaci nel mondo deflazionistico dei tassi zero o negativi, che è seguito alla grande crisi finanziaria. I secondi conseguono all’euforia e all’inflazione finanziaria (tassi d’interesse reali in caduta libera, prezzi di obbligazioni e azioni in ascesa verso il firmamento). Insomma la grande parte degli effetti positivi del QE sull’economia passa attraverso il frullatore dei mercati finanziari più che dalle tubature, ancora oggi intasate, del sistema creditizio. REAZIONE ENTUSIASTICA DEI MERCATI. Per ora la risposta dei mercati finanziari europei alle decisioni della Bce è stata entusiastica, a testimonianza che questa volta Eurotower ha superato di slancio l’asticella delle attese. Aumentano le attese inflazionistiche. Per i banchieri di Francoforte l’obiettivo diretto da raggiungere, finora fallito, l’unico misurabile, è quello di garantire la “stabilità” dei prezzi su livelli “vicini, ma inferiori, al due per cento”. Dalle prime indicazioni il mercato sembra dare credito alla decisione della BCE: ad esempio l’obbligazione del tesoro italiano indicizzata all’inflazione europea di maggiore durata, il BTPI con scadenza   nel 2041, dopo l’annuncio di Draghi, si è rivalutato di quasi il 10% in due giorni, molto di più delle emissioni   di analoga durata a cedola fissa. In parallelo continua la caduta dei rendimenti e l’aumento dei prezzi nel comparto a lungo termine delle curve dei tassi in Europa: il bund tedesco e il BTP decennale sono saliti entrambi di circa l’1,5%, dopo le decisioni di Draghi, con rialzi di quasi il 7% sulle scadenze trentennali italiane. Movimenti che testimoniano come la dimensione e le modalità temporali proposte per l’acquisto di titoli (60 miliardi al mese fino al   settembre 2016 e, comunque fin quando non si raggiungerà l’obiettivo sull’inflazione) abbiano largamente   superato le previsioni degli analisti. RIDUZIONE DEGLI SPREAD. Risultati più modesti su questo fronte: su base settimanale, se guardiamo al confronto Italia – Germania,  gli spread sui titoli decennali si sono ridotti di circa 10 punti base, atterrando   poco sotto i 120 punti base (l’1,2%). Nei primi momenti d’euforia il livello del differenziale era sceso sotto i 110 punti per l’Italia e i 100 per la Spagna. Questo è il terreno sul quale può influire negativamente la decisione, fortissimamente voluta dai tedeschi, di mantenere l’80% delle eventuali perdite del QE in capo   alle banche centrali nazionali. IL CROLLO DELL'EURO. Anche sul fronte valutario un ulteriore immediato ribasso dell’Euro non era scontato. Una decisione più prudente della BCE, in linea con le aspettative del mercato, avrebbe probabilmente   attivato la reazione pavloviana di “vendere sulla notizia” (il dollaro). Viceversa l’Euro ha accelerato la sua   corsa al ribasso scendendo perfino sotto quota 1,12 e lasciando sul terreno, in settimana oltre il 3% contro   dollaro. LA CORSA DEI MERCATI AZIONARI. Infine la reazione dei mercati azionari non poteva che essere entusiastica, con un’estensione del recupero già avviato dalla decisione della Banca Nazionale Svizzera del 15 gennaio   scorso, che ha indirettamente segnalato in anticipo il corso degli eventi. Al galoppo i periferici europei, a partire da quello di Milano, in testa alla classifica (+ 6,5% in settimana, con il settore bancario oltre l’8%);  ottima però anche la performance del DAX tedesco (+4,7%), che ha strappato ben oltre i massimi storici   precedenti superando quota 10600. PIU' OTTIMISMO SULLA CRESCITA. Una volta tanto i segnali in arrivo dai mercati finanziari non vanno affatto sottovalutati. Da ultimo anche dal recente andamento dei mercati azionari europei, per la prima volta da anni in notevole divergenza positiva rispetto a quello americano, arriva un’indiretta conferma che in prospettiva la crescita economica nell’Eurozona potrà essere ben superiore a quella, zavorrata di negatività,   prevista dagli ultimi studi delle grandi istituzioni internazionali, dalla World Bank al Fondo Monetario Internazionale. E’ ormai chiaro che il combinato disposto del crollo delle materie prime, dell’euro debole e di un miglioramento del clima di fiducia potrà contribuire a far lievitare di almeno un punto percentuale rispetto alle recenti stime, la crescita media in Europa. LE PROSPETTIVE DELL'ECONOMIA ITALIANA. Le prospettive per l’economia italiana. Sono tutti fattori fortemente espansivi per un’economia di   trasformazione come quella italiana. Non è casuale che il Centro Studi di Confindustria, di solito molto tempestivo nell’aggiornare le previsioni economiche, abbia previsto, dopo le ultime mosse della BCE, un   aumento del Pil, fra 2015 e 2016, dell’1,8%. Con un risparmio da minore costo del denaro per le imprese   stimato in circa 3,2 miliardi di euro all’anno. Ossigeno in più che si aggiunge  ai 15 miliardi annui di minore   bolletta energetica per consumatori e imprese. In breve, dopo un tempo infinito, si torna ad accelerare. La politica monetaria straordinaria basata sull'acquisto di titoli pubblici di Paesi membri dell'Unione non è la panacea, ma rimane un importante fattore aggiuntivo di positività. Ora la palla torna nelle mani dei governi perché si muovano sul fronte delle riforme strutturali e della flessibilità fiscale. Anche per quello italiano, superate le elezioni presidenziali, la strada potrebbe essere in discesa.

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