Economia 26 Gennaio Gen 2015 1348 26 gennaio 2015

Quantitative easing, Weidmann è scettico

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Jens Weidmann Il Quantitative easing della Banca centrale europea «non è un normale strumento di politica monetaria e comporta particolari svantaggi e rischi all'interno di un'unione monetaria». Oltretutto «ci sono indicazioni che il tasso d'inflazione straordinariamente basso è solo un fenomeno temporaneo». Così sul tedesco Welt am Sonntag il presidente Bundesbank Jens Weidmann. All'interno del board della Bce - spiega Weidmann - «la maggioranza era preoccupata che la gente si abituasse ai prezzi stagnanti, il che può portare ad una spirale verso il basso». PADOAN: BENE QE, MA NON BASTA. «Le misure sono molto positive, più di quanto chiunque si aspettasse. L'ammontare dell'iniezione di liquidità è più importante, le modalità sono molto simili a quelle utilizzate dalla Federal Reserve negli Stati Uniti e i limiti sono aperti». Per il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, intervistato da Repubblica, la decisione della Bce sul Quantitative easing è una sorpresa, ma rimane una debolezza di fondo: «Prima o poi, guardando al futuro, la condivisione del rischio dovrà essere pienamente accettata oppure ci sarà sempre chi mette in discussione il carattere definitivo e permanente dell'unione monetaria». Per quanto riguarda l'impatto degli acquisti di titoli di Stato sul bilancio dello Stato, Padoan spiega che se effettivamente si liberasse uno «spazio, dobbiamo utilizzarlo con due grandi principi in mente. Il primo è che bisogna continuare nel consolidamento del debito e da ora in poi sarà più facile con un po' più di inflazione. Ma il secondo è che il debito si riduce anche sostenendo la crescita, anche ora che il quadro macroeconomico sta cambiando in meglio». In merito al Pil, aggiunge, con il prezzo del petrolio basso e l'euro molto meno forte, le stime per il 2015 «andranno aggiornate. Quanto all'idea di ritoccarle al rialzo, direi ad occhio di sì, alcuni previsori lo suggeriscono», dice. Il governo affronterà poi il problema della massa di sofferenze nei bilanci delle banche: «Sì. Ci stiamo pensando. Riflettiamo a introdurre degli strumenti che vanno sotto il nome generico di bad bank, ma possono assumere varie forme. Ci sono varie opzioni e le stiamo esaminando, anche tenendo conto delle implicazioni sulle regole europee sugli aiuti di Stato». DRAGHI: RADDOPPIARE GLI SFORZI DELLE RIFORME. Draghi butta la palla nel campo dei governi. Devono raddoppiare gli sforzi per le riforme. E questo deve accadere ''nell'ambito di un vera unione economica». Il presidente della Bce non molla quindi il pressing e sembra così rispondere ai dubbi avanzati dal governatore della Bundesbank Jens Weidmann di un allentamento del processo di riforma e miglioramento dei conti di Italia e Francia. Ma ai timori tedeschi ribatte anche il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria. «Non c'e' acquisto di titoli di Stato che tenga», dice a Davos: la pressione sui Paesi per fare riforme è legata «alla volontà di una leadership illuminata e ispirata''. Il premier italiano lo è? Gli chiedono curiosi i giornalisti. «Renzi è un inspired leader, un leader ispirato'', risponde con un vero e proprio endorsement. Comunque - spiega - la ricetta è ora ''agire, agire, agire'' perché ''Draghi ha fatto un gran lavoro'' ma ''educazione, innovazione, mercato del lavoro, welfare, flessibilità dei mercati dipendono dai governi''.  Draghi a ridosso delle elezioni greche argomenta: «quando la mancanza di riforme porta a divergenze durature all'interno dell'unione monetaria, si arriva allo spettro dell'uscita di un Paese, e di questo alla fine soffrono tutti i paesi membri''. Ma non si guarda ad un solo Paese, il messaggio è per tutti: ''Chiedendo ai governi, nel contesto di un'unione economica, di adottare riforme strutturali, si dà credibilità alla loro concreta capacità di ridurre il debito attraverso la crescita». Il presidente della Bce preme soprattutto sull'esigenza di «attrarre capitali e creare posti di lavoro''. Per questo c'è bisogno di «riforme strutturali che promuovano la competitività, smantellino la burocrazia e aumentino la capacità di aggiustamento dei mercati del lavoro''. LAVORO, CONTI DA SISTEMARE E RIFORME. Sono gli stessi temi che rimbalzano sul palco del World Economic Forum che conclude i lavori proprio con un dibattito tra banchieri centrali sul futuro dell'economia. C'è Bernoit Coeurè considerato il ''ministro degli esteri'' di Draghi che spiega con una battuta perchè la Bce è intervenuta.  ''Essere pazienti non era un rischio che ci volevamo prendere. Le fondamenta politiche dell'Europa sono indebolite dalla bassa crescita e dall'alta disoccupazione'' ed anche dallo spettro della deflazione. Dice anche «non possiamo fare tutto. Lo abbiamo fatto. Ora gli altri devono fare la loro parte». Certo, percé dietro le scelte c'è lo spettro di un aumento della disuguaglianza tra ricchi e poveri. Lo dice il governatore della banca d'Inghilterra Mark Carney che però approva l'intervento Bce: ''La politica monetaria ha sempre conseguenze redistributive. Ma non agire e lasciare la gente senza lavoro a perdere competenze è peggio». Anche per questo Coeuré indica l'unica ricetta valida. «La migliore via per non aumentare la diseguaglianza è quella di avere politiche che supportano i poveri e creino lavoro''. I banchieri sembrano ottimisti sul futuro. Il prezzo del petrolio rimarrà ancora basso, prevedono, con effetti sulla crescita. Tanto che il direttore generale del Fmi, Min Zhu, sollecita il governatore della banca del Giapppoe Haruhiko Kuroda sulla necessità di sfruttare la congiuntura favorevole per ridurre il debito del Paese. La risposta è diplomatica: «Naturalmente non posso dire al governo come implementare le riforme del mercato - dice Kuroda - Noi chiediamo al governo di fare riforme strutturali il più veloce possibili, ma l'impatto sull'economia richiede tempo».

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