Economia 28 Gennaio Gen 2015 1009 28 gennaio 2015

Grecia, braccio di ferro sul debito

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Una valanga anti-austerity destinata a umiliare i diktat europei, o un fuoco di paglia dettato dall'emotività del momento che ora lascia Alexis Tsipras davanti al nodo più difficile, tener fede agli impegni con l'elettorato senza rovesciare il tavolo con i creditori? All'indomani del voto, ci s'interroga sullo scenario che si apre per il premier greco e il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, che già venerdì 30 gennaio vedranno il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. DEBITO PUBBLICO DA 315 MILIARDI. Le prime salve di cannone confermano il braccio di ferro in atto da mesi sul destino dei 315 miliardi di euro di debito pubblico greco. "E' impossibile" che la Grecia possa ripagarlo, avvertono dal nuovo esecutivo ad Atene. Ma arriva lo stop della cancelliera tedesca Angela Merkel (gli altri leader europei si fanno scudo dell'atteggiamento da 'falco' di Berlino, perché quel debito è in mano ai loro rispettivi contribuenti. Ma dietro le quinte - con la Bce che tiene a galla almeno due banche greche con prestiti d'emergenza - è già partito il lavoro per una soluzione che garantisca a tutti di salvare la faccia. Varoufakis, che ha definito il salvataggio greco un "circolo vizioso", già lo scorso giugno avvertiva cinico: il programma di Syriza "è pieno di buone intenzioni che non saranno mantenute". IPOTESI DI ALLUNGAMENTO DEL DEBITO. Berlino, intanto, lancia caute aperture su un allungamento del debito, pressata da premi Nobel come Paul Krugman che mettono all'indice quotidianamente le passate scelte disastrose della troika. Jacob Kirkegaard, un analista senior dell'istituto Peterson che conosce le dinamiche nella capitale Usa e le logiche del Fmi, premette che la "valanga di voti" per Syriza è usata da molti leader Ue per spuntare concessioni da Bruxelles. Ed è convinto che Tsipras dovrà cedere al compromesso: "scordatevi un addio alle privatizzazioni o un rialzo drammatico del salario minimo". ATENE PROMETTE RIFORME STRUTTURALI. Molto più probabile che Atene negozi, e ottenga, un allentamento dell'austerity, a partire dal surplus primario del 4,5% del Pil chiesto per il 2016 che a molti appare davvero chiedere troppo a un Paese stremato. In cambio, potrebbe concedere maggiori riforme strutturali, un punto dove Atene ha fatto poco. Sullo sfondo c'è il debito. Un taglio tout court sarebbe indigeribile in vista del voto nei prossimi mesi in Estonia, Finlandia, Spagna, Portogallo. "Il debito ce l'ha in mano l'Ue, non i mercati: possono decidere con calma quanto costa", spiega Kirkegaard. L'accordo nei prossimi mesi, che non risparmierà colpi di scena né scossoni sui mercati, si giocherà su come alleggerirlo. Fino a 2020 Atene non deve restituire gli aiuti: il termine potrebbe esser fatto slittare. A Syriza, cui i creditori chiedono un voltafaccia elettorale, non basterà. L'UE METTE SUL PIATTO UN TAGLIO DEGLI INTERESSI. L'Ue, in tempi di deflazione, offrirà un taglio degli interessi, e una delle idee su cui si ragiona sarebbe quella di ancorarli ai tassi di crescita della Grecia e all'inflazione, fino all'estremo di una sorta di bond perpetuo a zero interessi. Si gioca qui il negoziato, che parte serrato: c'è in ballo la liquidità della Bce e la necessità che Atene perlomeno estenda il periodo di esame del salvataggio fino a febbraio, perché le sue banche continuino ad accedere ai fondi. Se non vuole restare tagliata fuori dal QE e continuare ad accedere ai finanziamenti di Francoforte, la Grecia dovrà poi estendere (o rinnovare) il programma con la troika o ciò che ne resta. Atene dice di poter arrivare fino all'estate, ma le scadenze (Fmi, bond in scadenza da rifinanziare) sono pressanti da subito. Far saltare il tavolo, intesterebbe a Tsipras un disastro economico pronto a scattare dalle banche in poi.

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