Bordignon 150107133338
INTERVISTA 28 Gennaio Gen 2015 1300 28 gennaio 2015

Spending review, Bordignon: «Report dimenticato»

Enti locali, revisione dei vitalizi, nodo dipendenti statali. Il report di Bordignon prevedeva tagli e riorganizzazioni: «Non se ne è fatto nulla, ora è pubblico».

  • ...

Era stato invitato da Mr spending review, Carlo Cottarelli, a coordinare uno tra i più delicati dei 25 gruppi di lavoro sulla revisione della spesa pubblica. Quello sui costi della politica, uno dei pochi a non essere sotto il controllo di funzionari dell'amministrazione dello Stato.
Massimo Bordignon, economista dell'Università Cattolica di Milano, accademico di fama e tra i fondatori del sito lavoce.info aveva ricevuto l'incarico di esaminare le spese di funzionamento di Regioni, Comuni, Province e partiti e di proporre una razionalizzazione del sistema.
REPORT PRONTO DA MESI. Su quel rapporto si è scatenata una caccia spasmodica. Qualche estratto è stato pubblicato dalla penna di Rizzo sul Corriere della Sera. Poi, non se n'è saputo più nulla. A dicembre l'Iniziativa per un Freedom of information act in Italia (Foia) ha chiesto a Palazzo Chigi di rendere pubblico l'accesso alle carte della spending review, ma governo e ministero dell'Economia hanno negato di avere in mano i documenti.
IL RAPPORTO DIMENTICATO. Bordignon però ha fatto da sé: quando in estate Cottarelli era ormai pronto all'addio, il professore gli ha chiesto il via libera per pubblicare il rapporto. Oggi quelle 100 pagine sono consultabili sulla pagina del docente, ma finora nessuno se ne è occupato. Eppure mostrano numeri degni di nota. E indicano una via per la riorganizzazione degli enti locali che il governo avrebbe potuto portare avanti in maniera organica. E invece abbiamo un ministro delle attività regionali dimissionario che propone di rivedere il numero delle regioni, senza toccare però la riforma costituzionale in discussione in parlamento, e i consiglieri regionali giocano ancora sporco sui vitalizi.
RISPARMI E RIORGANIZZAZIONE. Dall'accorpamento dei Comuni alla definizione delle caratteristiche delle aree metropolitane, non se n'è «fatto più nulla» dice a Lettera43.it il professor Bordignon. Le sue proposte avrebbero portato a «risparmi dell'ordine di 260 milioni di euro l'anno», pari al 23% sui Comuni, di cui «almeno 180 ottenibili in tempi molto rapidi», e del 33% sulle Regioni, «330 milioni l'anno, di cui almeno 170 nell'immediato». «Niente populismo», premette l'economista, «i costi della politica sono spiccioli», rispetto alla spending review da fare sul patrimonio o sugli acquisti dei ministeri. Ma il nodo fondamentale è la revisione delle strutture di governo locale: «Da questo», osserva, «dipende come funziona lo Stato e come risponde alle esigenze dei cittadini».

Massimo Bordignon, economista dell'Università Cattolica, coordinatore del gruppo per la spending review di enti locali e costi della politica.

D. Almeno le Province sono state abolite, no?
R. Le Province sono state abolite, ma mancava un piano. Hanno portato un gran risparmio. Ma c'è il personale che non si capisce che fine debba fare. E di cui le Regioni non vogliono farsi carico.
D.Voi cosa proponevate?
R. C'era tutto un processo di riorganizzazione che poteva essere fatto in modo molto più razionale. Tutti gli studi dicono che le grandi città sono i territori su cui si gioca la crescita.
D. Però sono state create le città metropolitane.
R. Per ora è stato scritto lo statuto. Ma la riforma è stata messa un po' così. Perché poteva essere il momento per ragionare su che dimensioni e che caratteristiche devono avere.
D. Voi nel rapporto spiegate che non devono avere le dimensioni delle Province. Perché?
R. Ha senso una città metropolitana di Torino che arriva fino alle Alpi? No. Bisognava prendere in considerazione il sistema delle reti, dei trasporti, le funzioni e le risorse.
D. Avete anche segnalato il rischio di creare aree metropolitane sulla base di criteri politici. Ma avevate in mente un altro modello o no?
R. Di forme di riorganizzazione all'estero ce ne sono quante si vogliono. Però di solito funziona che si stende un libro bianco, si litiga, ci sono polemiche, da cui ne esce una riforma strutturata. E invece noi siamo andati avanti per bisogni politici, senza una riflessione seria. Io ho anche parlato con i protagonisti di questo episodio.
D. Con chi?
R.
Con il capo di gabinetto di Delrio. Ma mi ha detto che andava così: c'era la necessità di bloccare le Province e allora abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo. Ma tutto il resto è rimasto lì. E a un anno di distanza siamo in alto mare.
D. I dati sui costi dei Consigli regionali sono impressionanti: nel 2012 la Sicilia, prima tra le Regioni speciali ha speso oltre 1,7 milioni di euro, ma il Lazio non è distante con più di 1,6 milioni di spesa.
R. Io non partecipo alla visione populista. Il presidente del Consiglio non può usare l'aereo di Stato previsto dai protocolli? Scemenze. Però una parte degli alti funzionari e dei dirigenti politici ha perso la tramontana con questa faccenda degli stipendi.
D. Secondo le vostre elaborazioni ci sono Regioni come Campania, Molise, Puglia, Calabria dove un consigliere regionale guadagna 9-10 volte la media della popolazione e fino a tre volte la fascia dei più abbienti.
R. Soprattutto al Sud dove la media delle retribuzioni è bassa, la politica è diventata solo un modo per fare quattrini. E il sistema è a cascata, dai consiglieri ai dirigenti, c'è tutta una struttura deformata dalle retribuzioni. Poi le misure del governo Monti sono state aggirate in tanti modi e anche al Nord: per esempio Piemonte e Lombardia hanno ovviato ai tagli aumentando la diaria che non è nemmeno tassata.
D. Proponevate un tetto agli stipendi, tagli delle indennità, abolizione della componente forfettaria cioè la diaria. E poi un monitoraggio più stretto del governo, l'introduzione di un costo standard, di sanzioni e anche interventi costituzionali. Come si è mosso il governo Renzi?
R. Il governo sta facendo una riforma costituzionale di cui si dice sempre che abolisce il Senato, però di fatto abolisce anche le Regioni.
D. In che senso?
R. Nel testo approvato al Senato il governo ha inserito la supremacy clause che prevede che l'esecutivo possa intervenire direttamente sulla legislazione degli enti regionali. Gli enti regionali saranno coinvolti a livello consultivo grazie alla partecipazione al nuovo Senato, però di fatto le Regioni sono dimagrite nelle loro funzioni: questa è la realtà vera.
D. In questo modo il governo potrà agire sulle retribuzioni dei consiglieri regionali?
R. Sì, la riforma prevede che non possano superare la retribuzione di un sindaco di un capoluogo di Regione. Del resto questa era una idea del premier che noi stessi abbiamo chiamato 'proposta Renzi'.
D. Quindi potremo dire addio allo scandalo delle retribuzioni dei consiglieri?
R. Se va in porto la riforma così come è, questa situazione potrebbe essere risolta.
D. Tuttavia non viene toccata la spesa per i vitalizi dei consiglieri già in pensione che secondo il vostro rapporto è «molto onerosa», pari a «circa il 17% dei costi complessivi della politica regionale».
R. Lì non si è fatto nulla a livello nazionale. Si è detto: aboliamo i vitalizi. Ma poi ci sono tutti gli arretrati da pagare. E non sono intoccabili. In Trentino il professore Luca Nogler è stato incaricato di elaborare una proposta per ricalcolarli sul sistema contributivo.
D. Perché proprio in Trentino?
R. Perché lì consiglieri che avevano 10 anni di Consiglio alle spalle hanno ricevuto delle mega liquidazioni. E quando ci sono state proteste vere di fronte al Consiglio regionale, allora qualcuno ha iniziato a prendere sul serio la questione.
D. Non sarebbe una norma retroattiva?
R. Ci potranno essere ricorsi, ma non è detto. Hanno studiato un meccanismo giuridico. Stiamo sempre parlando di persone per cui la legge Fornero non vale, possono essere andati in pensione a meno di 50 anni con un anno di lavoro alle spalle.
D. Cosa altro proponete?
R. Di fare chiarezza sulla competenze. Il problema vero del Titolo V è che è un ginepraio. Le Regioni hanno usato la sovrapposizione tra loro e lo Stato per bloccare ogni iniziativa. E basta parlare con qualsiasi geometra o architetto: non sanno cosa fare perché le norme regionali e quelle statali sono in conflitto.
D. Voi proponevate anche di modificare l'articolo 131 della Costituzione per ridurre il numero delle Regioni.
R. Sì, la Lombardia è praticamente uno Stato a sé per dimensioni. E poi ci sono altre regioni come il Molise o l'Umbria e le Marche che invece andrebbero accorpate.
D. Ha visto la proposta di accorpamento di Morassut del Pd o l'apertura dell'ormai ex ministro Lanzetta?
R. No, ma qui se ne parla da anni. E anche se ora c'è una proposta di un esponente politico, ci vuole una riforma costituzionale che sappiamo tutti come deve essere approvata...
D. E le Regioni a Statuto speciale?
R. Ecco, anche su questo non si dice nulla. Però noi abbiamo mostrato come si sono mosse in maniera completamente indipendente sulle leggi di Monti. C'è il caso della Sardegna, per esempio, che prevede una retribuzione lorda per consigliere di quasi 15 mila euro cui si sommano varie altre indennità
D. Non pensa che se nessuno ha agito finora è perché il tema è giuridicamente delicato?
R. Sappiamo che gli statuti delle Regioni a statuto speciale non sono facili da rivedere: hanno valenza costituzionale, ma alcuni come quello siciliano risalgono a prima della Costituzione. In realtà, però, le modifiche possono essere fatte. Ma ci vuole un governo deciso.
D. E questo governo non si presenta secondo lei come tale?
R. Sì, ma evidentemente è deciso su alcuni fronti e non su altri.
D. Su cosa è stato meno deciso?
R. Sui Comuni, per esempio. Il problema per la spesa per gli enti comunali non è certamente lo stipendio dei sindaci, che in alcuni casi è fin troppo basso. Ma è la frantumazione. E io ho l'impressione che Renzi, da ex sindaco, abbia deciso di non affrontarlo.
D. Perché lo pensa?
R. Perché come non fai il Jobs act con il consenso dei sindacati, allo stesso modo non fai la riforma dei Comuni con i sindaci. E allora questa è una battaglia che il governo ha deciso di non combattere.
D. Invece sul finanziamento ai partiti qualcosa è stato fatto, ma voi proponevate altro ancora.
R. A noi è stato chiesto di proporre eventuali correzioni alle norme del governo Letta. Per esempio abbiamo chiesto di eliminare le condizioni fiscali straordinariamente favorevoli alle scuole di partito che è stato fatto. E di accelerare la fine del sistema dei rimborsi che era stato spalmato in quattro anni.
D. E cosa manca?
R. Avevamo chiesto di dare uguali vantaggi fiscali a chi sceglie di destinare il due per mille a un partito e a una associazione che fa ricerca sul cancro. Ma i primi sono ancora favoriti. E anche di equiparare la soglia di detrazione per le persone giuridiche e per le persone fisiche. Invece le prime sono favorite, secondo me perché la legge era stata cucita su Berlusconi.
D. Direi che è un tema di attualità.
R. Poi guardi sui tetti dei dirigenti delle società pubbliche, il governo ha fatto buone cose.
D. Ma che perplessità ha?
R. Rimangono i Comuni da ridurre, la ristrutturazione degli enti locali e una vera razionalizzazione delle finanze e delle funzioni. Pensi alla Iuc, l'Imposta unica comunale, che in realtà è triplice perché c'è Tasi, Tari e Imu. O alle agenzie del lavoro che dipendono da Province che in teoria non esistono più. E allora tu fai pure il Jobs act, ma poi non si sa nemmeno chi deve gestire i servizi per l'impiego.
D. E chi dovrebbe gestirli, secondo lei?
R. L'Istat divide il territorio in specifici mercati locali del lavoro. Perché allora non pensare i servizi per l'impiego in base a questi ambiti che sarebbero più coerenti? Tutta questa roba va rifatta completamente e non è una cosa da poco. Da questa roba qua dipende come funziona un Paese e come riesce a rispondere alle esigenze dei cittadini.

  • Questo articolo è stato aggiornato il 29 gennaio 2015. Il professore Massimo Bordignon ha voluto specificare di non aver parlato direttamente con Del Rio, «al tempo Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, ma con il suo Capo di Gabinetto al Ministero, all'epoca dott. Mauro Bonaretti».
    Inoltre ha precisato che «la conversazione non era stata centrata sulla diffusibilità o meno del rapporto, che al tempo non avevo scritto, ma in merito al decreto sulle province, citta metropolitane e unioni dei comuni, che al tempo era in preparazione e di cui circolavano già le bozze. Si trattava di un contatto di tipo istituzionale, simile a quello che ho avuto con rappresentanti di regioni, province, comuni etc. e che trova elencati nella prima pagina del rapporto».

Correlati

Potresti esserti perso