Economia 29 Gennaio Gen 2015 1635 29 gennaio 2015

Al Quirinale non c'è posto per un economista

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Il Quirinale è la sede del presidente dello stato italiano In cima alla lista dei candidati alla presidenza del Quirinale, Matteo Renzi aveva scritto i nomi di Pier Carlo Padoan e Ignazio Visco. Il ministro dell’Economia e il governatore della Banca d’Italia. In subordine avrebbe lanciato Graziano Del Rio, uno che si occupava di far quadrare trasferimenti e tagli negli enti locali già quando era alla guida dell’Anci e ora che è alla presidenza del Consiglio vigila per il premier sui progetti per le grande infrastrutture, i fondi europei e i rapporti con le banche. A livello internazionale il papabile più gettonato è Romano Prodi, già ras delle partecipazioni pubbliche (Iri) e paladino del concetto di avanzo primario in un Paese che non è mai stato virtuoso. Vladimir Putin si sarebbe speso per lui direttamente nei suoi colloqui con Renzi. I democratici americani lo considerano il male minore. Il governo di Pechino gli è ancora riconoscente per le agevolazioni date per l’ingresso cinese nel Wto. I cristiani democratici tedeschi reputano lui, amico personale di Kohl, un loro iscritto de facto all’universo Cdu. Anche la cancelliera Angela Merkel ha sudato sette camicie per mandare al Quirinale Mario Draghi, in modo da avere al Colle un amico fidato e da liberare la poltrona di presidente della Bce.

Ignazio Visco GLI ECONOMISTI SONO OUT Nonostante tutto questo al Quirinale dovrebbe andare un politico e non un economista, meglio ancora se privo di ogni nozione basilare di finanza. Un insigne costituzionalista come Sergio Mattarella, finanche personalità politiche elastiche, se non malleabili e con innate doti di traversalità, come Piero Fassino, Paolo Gentiloni e Pier Luigi Bersani. In Transatlantico c’è anche chi racconta che agli occhi di Renzi Giuliano Amato, il preferito di Silvio Berlusconi, abbia pagato il ricordo della maxi manovra da cento miliardi di lire del 1992 e una  frequenza nella cancellerie di tutto il mondo. Perché dopo tre monarchi (Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano) Pd e Forza Italia vogliono un notaio, meglio ancora se esperto di dinamiche parlamentari, grigio e silenzioso.

Pier Carlo Padoan PERICOLOSI PRECEDENTI Tra i partiti è ancora forte il ricordo di quanto Scalfaro strinse un patto di ferro con Lamberto Dini, lo strappò dalle mani di Berlusconi e fece da mediatore con i sindacati per realizzare la riforma delle pensioni più profonda della storia italiana. Ciampi, padre dell’euro da titolare del Tesoro, una volta al Quirinale ha fatto e disfatto le finanziarie dei ministri di destra e di sinistra. Anche perché la Commissione europea era lui che si rivolgeva per correggere i pezzi di finanza creativa e chiedere il rispetto dei parametri di Maastrict. Lo stesso filo – Roma Bruxelles e Berlino – si è mantenuto con Napolitano. Il quale ha continuato nella pratica, al limite della costituzionalità, di riscrivere le principali leggi e riforme economiche. Per non parlare della scelta, con la crisi del Cavaliere e quella dello spread, di mandare a Palazzo Chigi Mario Monti. Cioè il padre dell’ultima stagione di rigore vissuta dal Belpaese.

Matteo Renzi UN NOTAIO GRIGIO Scegliendo Padoan o Visco, Renzi puntava sostanzialmente a tranquillizzare i mercati e gli organismi internazionali con due personalità sempre rispettose degli spazi del premier. Ma non gli è dispiaciuto cedere alle pressioni dei partiti, perché si sarebbe convinto che la sua longevità politica è legata alla capacità di incidere sullo scacchiere europeo. Se ne è accorto durante l’ultimo semestre europeo di presidenza europea: mentre lui sbraitava contro il rigore tedesco e chiedeva il pieno scorporo degli investimenti dal calcolo del 3 per cento, erano Padoan a trattare con Wolfang Schäuble sui livelli di flessibilità e Napolitano a tranquillizzare Angela Merkel sulla bontà delle riforme italiane. LE MIRE DI RENZI Per spiegare perché l’economia deve essere decisa a Palazzo Chigi e non in altri palazzi, nell’inner circle renziano si fa notare che il premier si sia interessato in maniera quasi maniacale sia alle ultime mosse di politica finanziaria di Barack Obama sia alla campagna elettorale di Alexis Tsipras. Il presidente americano, a fine mandato, ha riaperto la gara con i Repubblicani per la Casa Bianca abbassando le tasse al ceto medio. Il neo premier greco, contravvenendo agli obblighi con la Troijka, è diventato la bandiera vivente della lotta al rigore tedesco. E ha ottenuto quel riconoscimento internazionale che finora nessuno ha voluto concedere all’ex sindaco di Firenze.

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