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BASSA MAREA 4 Febbraio Feb 2015 0610 04 febbraio 2015

L'euro in calo non basta: serve la scossa di Berlino

Occupazione e manifatturiero danno segnali di ripresa. Ma lo scenario resta sfavorevole. Per sostenere l'uscita dalla crisi è necessario un piano di spesa pubblica ben coordinato. E solo la Germania può fare la differenza.

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Il premier giapponese, Shinzo Abe.

Occupazione e manifatturiero in ripresa a gennaio. Dopo tanto tempo e varie illusioni arriva qualche segnale positivo per l’economia italiana.
Questa volta un Paese esportatore come il nostro ha dalla sua un notevole alleato, la tendenza al ribasso dell’euro accentuata dopo la recente decisione della Banca centrale europea di procedere per oltre un anno ad acquisti di titoli sul mercato secondario, cioè a immissione di liquidità con metodi non convenzionali dopo aver già portato il costo del denaro praticamente a zero con i tassi.
È il quantitative easing. L’obiettivo è contrastare la tendenza alla deflazione, che è il segnale di un rallentamento cronico dell’economia, e riavvicinarsi all’obiettivo di un’inflazione non lontana dal 2%.
LE POLITICHE ESPANSIVE NON HANNO INCISO. Per raggiungerlo, l’Europa deve contare soprattutto sulle proprie forze però, perché il quadro globale non è incoraggiante. La deflazione ha fatto passi avanti ovunque. Negli stessi Stati Uniti si guarda con apprensione l’andamento solo molto debolmente inflattivo dei prezzi nonostante una fase ufficialmente di ripresa da ormai oltre cinque anni e nonostante un buon andamento del mercato del lavoro (ma assai meno di quello dei salari).
Poiché l’ottimismo vero può poggiare solo sul realismo, occorre partire dalla considerazione che molti anni ormai di politiche monetarie non convenzionali, e fortemente espansive, non sono riuscite a incidere come sperato.
GIAPPONE, LA CURA ABE È AL PALO. Esempio massimo, il Giappone. Da oltre 20 anni con forte espansione della spesa pubblica e misure monetarie (il primo quantitative easing moderno è del Giappone e parte nei primi Anni 90) Tokyo cerca di rilanciare l’economia.
L’ultimo massiccio tentativo è partito nel 2013 con il nuovo governo Abe.
I risultati non sono brillanti. Lo yen si è molto indebolito, perché ingrediente fondamentale era una moneta più competitiva per spingere le esportazioni, ma nel complesso la cura Abe finora è al palo. Pil e spesa delle famiglie sono diminuiti nella seconda metà del 2014.
LO SPETTRO DEFLAZIONE SUGLI USA. Il Pil aumenta invece negli Stati Uniti, con una crescita leggermente superiore nel 2014 a quella media registrata dal giugno 2009, da quando cioè la Grande Recessione seguita alla crisi finanziaria del 2007-2008 è finita. Per molti americani tuttavia non è conclusa, anche se gli ultimi mesi del 2014 hanno segnato risultati particolarmente positivi per crescita e lavoro e un diffuso cambiamento in meglio di varie aspettative del pubblico.
Chi scruta l’orizzonta economico americano tuttavia non ha ancora escluso che il clima deflattivo, con il quale il sistema sta combattendo, sia davvero scongiurato. Gli ultimi dati sulla produzione industriale e soprattutto sugli ordini industriali, e sui consumi, invitano alla prudenza.

Washington da sola non può risollevare i prezzi globali

La sede della Federal reserve.

Il problema è che le forze della deflazione globale, se dovessero affermarsi su larga scala, sono così massicce che neppure tutto l’arsenale di contromisure di politica monetaria e fiscale che gli Stati Uniti hanno già messo e potrebbero rimettere in campo servirebbe a molto.
Lo ha ricordato in questi giorni in un’intervista il presidente della Federal Reserve di Philadelphia, Charles Plosser, convinto che i rischi di distorsione del mercato sarebbero superiori ai possibili risultati.
Il fatto è che da soli gli Stati Uniti non possono risollevare i prezzi globali mentre il rallentamento di tutti i Paesi emergenti, Cina e Brasile in testa, unito alla lunga frenata europea, hanno trasformato i prezzi delle materie prime in un veicolo di deflazione capillare.
I DEBITI AFFOSSANO LA DOMANDA. Ma come mai tutti rallentano? C’è ovunque e globalmente più offerta che domanda, dice Nouriel Roubini in un suo recentissimo articolo. Ma questa potrebbe essere una conseguenza.
E in effetti a determinare probabilmente il calo diffuso della domanda c’è l’enorme massa di debiti, pubblici e privati.
Se la crisi del 2007-2008 era, alla base, una crisi da eccesso di debito, occorre rendersi conto che oggi i debiti sono ancora cresciuti e sono il 20% in più di quelli di sette anni fa, spiegano al meglio le analisi della Banca dei Regolamenti di Basilea.
«I MERCATI POTREBBERO SOPRAFFARCI». È inevitabile che una quota eccessiva di reddito vada quindi al servizio di questo debito, lasciandone meno per investimenti e consumi.
Che la malattia sia non facile da debellare lo indica il lungo elenco di misure non convenzionali, dai tassi sottozero al Qe ad altre operazioni straordinarie sui mercati, messe in atto dalle Banche centrali con non grandissimi risultati, finora.
Spesso da noi si cita il Qe americano definendolo un successo.
Plosser non ne è convinto, e ritiene che le conseguenze inattese e non sempre gradevoli delle mosse Fed potrebbero manifestarsi. «I mercati potrebbero sopraffarci», dice.
SERVE L'AIUTO DELLA GERMANIA. Il Qe americano ha immesso sul mercato da fine 2008 ben 3.800 miliardi di liquidità gonfiando così a dismisura il proprio portafoglio titoli e vi è stato, a fronte, un aumento nominale del Pil di 2.500 miliardi, osserva Stephen Roach economista di Yale, giudicandolo un risultato impari allo sforzo.
C’è tuttavia una strada, anche in questo scenario poco favorevole, per aiutare la ripresina, italiana e di altri in Europa, ed è un piano ben coordinato di spesa pubblica. Ma poiché quella nazionale nostra può essere modesta, dati i livelli già raggiunti dal debito, non può che essere un piano europeo e quindi, soprattutto, tedesco. La Germania è l’unico Paese che ha dimensioni e conti nazionali da poter fare la differenza. Ma occorre che i tedeschi lo percepiscano prima come un piano di interesse nazionale, come in realtà è, e non solo un aiuto a quei faciloni del Sud.

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