BUSINESS 6 Febbraio Feb 2015 0839 06 febbraio 2015

Bob Marley, l'eredità milionaria dell'artista

Cantava contro il capitalismo. Da morto vale 20 milioni di dollari all'anno. Famiglia, fondazioni, enti del turismo: ecco chi sfrutta la sua immagine. Foto.

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È difficile immaginarlo 70enne, 34 anni dopo la prematura morte che spense quella voce, quell’energia, i suoi lunghi dreadlocks neri e la mano alzata verso il cielo, fino a toccare il suo Dio.
Eppure tanto è il tempo passato dal 6 febbraio 1945, quando Bob Marley nacque a Nine Miles, un sobborgo della Giamaica rurale, e che oggi è meta di migliaia di turisti e fan in visita per rendere omaggio a un musicista che come pochi fu in grado di scuotere il mondo (guarda le foto).
Molto tempo prima che la globalizzazione vera nascesse, Marley fu il primo vero artista globale, capace di dare al reggae un’identità precisa e di renderlo un linguaggio universale e immediato, comprensibile a tutti.
L'IMPERO ECONOMICO DI BOB MARLEY. «Già a fine Anni 70 il messaggio di pace contenuto nella sua musica era conosciuto e condiviso in tutto il mondo», ha spiegato a Lettera43.it Marco Virgona, esperto marleyano che insieme a Ivan Serra ha appena pubblicato il libro Marley on the road (Arcana edizioni), «e ancora oggi è identificato come un simbolo universale di fratellanza e giustizia sociale, riconosciuto da qualsiasi religione. È amato in Israele come nei Paesi arabi, e se oggi andiamo in Africa, o in un Paese dell’estremo oriente, troviamo molte persone che non sanno chi siano i Beatles o i Rolling Stones, mentre Bob Marley è nel cuore di tutti».
Al di là della musica, della politica e della cultura, tra le varie sfaccettature dell’eredità di Marley non passa inosservato quello che è diventato un vero e proprio impero economico basato sullo sfruttamento del suo nome e della sua immagine, e gestito dalla moglie Rita e dai suoi 11 figli.
DA MORTO VALE 20 MILIONI ALL'ANNO. Secondo la rivista Forbes, che ogni 12 mesi stila una classifica dei guadagni derivanti dalle attività legate alle celebrità morte (Top earning dead celebrities), Marley è al quinto posto con 20 milioni di dollari all’anno.
E tra gli eventi per celebrare il suo 70esimo compleanno, oltre ai concerti e alla pubblicazione di libri e inediti, spicca il lancio di Marley Natural, un brand internazionale per vendere marijuana (prodotta nello stato di Washington, dov’è legale per fini ricreativi) ma anche articoli di vario genere, comprese creme e capi di abbigliamento, realizzati dalla cannabis. Marley Natural è finanziata dalla Privateer Holdings, società di venture capital guidata da alcuni dirigenti molto noti nell’ambito del capitalismo finanziario.

Quando Bob diceva: «I soldi rendono le persone incoscienti»

Una mossa dagli evidenti fini commerciali che non piace per nulla ai fan più sensibili, né ad alcuni dei suoi amici e vecchi compagni di viaggio, spesso schierati contro la famiglia per queste scelte («I necrofili responsabili di questa farsa dovrebbero vergognarsi», scrissero i Wailers sul loro sito quando nacque la Bob Marley Footwear, azienda di scarpe).
Difficile dare loro torto, se si pensa che la vita, la musica, l’esempio di Bob Marley, che in fondo era un rivoluzionario, andavano nella direzione opposta: «Il denaro non è la mia ricchezza, quando le persone accumulano soldi si mostrano tese e diventano incoscienti», raccontava in un’intervista del 1978, e di messaggi simili sono piene le sue canzoni.
«A LUI IL BUSINESS NON INTERESSAVA». In Real situation evoca la distruzione del capitalismo, Burnin' and Lootin’ è il racconto di una guerriglia urbana notturna, in Get up stand up invita alla ribellione in difesa dei propri diritti, e ancora «una massa affamata è una massa arrabbiata, scende la pioggia ma non toglie lo sporco», canta in Them Belly Full.
Se fosse vivo, Bob Marley avrebbe avallato l’incontrollata commercializzazione di sé? «Probabilmente no», ha aggiunto Virgona, «ed è evidente che ha guadagnato molto di più da morto che da vivo. A lui non interessava il business, ma è anche vero che erano altri tempi. Oggi molti cercano di usare il suo nome per fare soldi, ogni tanto spunta un cugino o un pronipote che prova a fare causa alla famiglia per strappare qualcosa».
LA FAMIGLIA REGISTRA IL NOME COME MARCHIO. Per evitare abusi, nel 1990 la famiglia ha fondato la Bob Marley Foundation (oggi diventata 1Love Foundation) e ha registrato il nome Bob Marley come marchio: per usarlo occorre chiedere l’autorizzazione e pagare i diritti.
Un passaggio fondamentale, perché Marley morì senza lasciare un testamento e nascevano ogni giorno controversie sulla proprietà delle sue registrazioni, sull’editoria e altre attività.
L’intervento della famiglia però non ha impedito che il volto di Bob, da lì a breve, cominciasse a troneggiare su quasi ogni oggetto vendibile, dalle magliette alle bandiere fino agli occhiali e agli orologi, i portafogli, e più recentemente incenso e addirittura sali da bagno e un calzascarpe.

I figli gestiscono un'azienda di scarpe e una di abbigliamento

Il suo nome produce reddito nei modi più impensabili, compreso l’utilizzo dell’immagine da parte dell’ente del turismo giamaicano (Jamaica Tourist Board) e della Nascar, joint venture statunitense che ha in mano vari campionati automobilistici.
Direttamente gestite dai suoi figli ci sono poi la Bob Marley Footwear, azienda di scarpe guidata da Cedella e dal fratellastro Robbie; e sempre Cedella, la primogenita di Bob e Rita, amministra la Catch a Fire, noto marchio di abbigliamento che ha sponsorizzato anche Usain Bolt alle ultime Olimpiadi.
In uno spot dell’azienda uscito qualche anno fa si leggeva «Catch a Fire rende omaggio al suo stiloso ed elegante padre Bob Marley, che fu il più grande influencer per la moda di Cedella».
IL FASCINO DEL PERSONAGGIO VENDE. Povero Marley, verrebbe da dire, che alla moda s'interessava meno di zero. Ma tant’è, e peraltro adattare l’immagine del re del reggae in modo favorevole al mercato è un’operazione semplice, perché basta sottolineare gli aspetti estetici del personaggio, il suo fascino, l’amore e la semplicità presenti in molte canzoni (da Three little birds a Pimper’s paradise fino a Jammin’), a scapito del rivoluzionario, del passionario partigiano delle masse e dei diritti umani.
Perfino il linguista Gregory Stephens, nel suo libro sulle identità razziali On racial frontiers si chiede: «Per quanto tempo i veri amanti della musica reggae potranno sopportare gli affari di chi si nutre dei resti di Bob?».
UNA PARTE DEI PROVENTI A SCOPO UMANITARIO. Tuttavia è corretto ricordare che una parte dei proventi dell’impero economico nato dalla fama di Marley è stata investita in varie iniziative umanitarie. «Una gallina dalle uova d’oro, ma usata con attenzione anche per scopi benefici», ha sottolineato Virgona.
Le due principali fondazioni, Rita Marley Foundation e 1Love Foundation, in parte anche con i contributi delle donazioni finanziano e gestiscono oltre 50 progetti di lotta alla povertà e al sottosviluppo in Giamaica, Ghana, Etiopia e altri Paesi in tutto il mondo.
Gli interventi sono finalizzati alla costruzione di scuole e ospedali, all’erogazione di programmi alimentari o borse di studio per i giovani poveri. E, ovviamente, all’assistenza dei musicisti di strada, per garantire loro l'accesso alla casa, alle cure sanitarie e ai sussidi di emergenza.

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