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LO SPORTELLO 6 Febbraio Feb 2015 1746 06 febbraio 2015

I mutui subprime, arma degli sciacalli bancari

I rischi trasferiti dal debitore al creditore, poi al mercato. Fino al crac del 2008.

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Cartelli con annunci di vendita.

I subprime sono prestiti o mutui erogati a clienti definiti «ad alto rischio».
Sono chiamati prestiti subprime perché a causa delle loro caratteristiche e del maggiore rischio a cui sottopongono il creditore sono definiti di qualità non primaria, ossia inferiore ai debiti primari (prime) che rappresentano dei prestiti erogati in favore di soggetti con una storia creditizia e delle garanzie sufficientemente affidabili.
ABBUFFATA DI 15 ANNI. Facciamo però un passo indietro e riportiamoci agli anni della “grande abbuffata” del sistema bancario, quei 15 anni che vanno dal 1994 al 2009, in cui, in nome del Roe (Return on equity, in sintesi il guadagno dell’azionista in rapporto al capitale investito) e del sistema incentivante (il guadagno dei manager!), sembrava che tutto fosse possibile.
ATTRATTI DALLA CASA. In quel periodo uno dei prodotti più venduti in banca era il mutuo ipotecario per l’acquisto della casa (quasi sempre della prima casa), un asset facile da vendere perché c’era tanta domanda, ma soprattutto una fonte di guadagno enorme per le banche.
Per realizzare il sogno della vita - quello di comprare una casa - ci si indebita per due motivi.
SOGLIA DEL 35% NON RISPETTATA. Per mancanza di disponibilità: in tal caso per la banca era necessario verificare che il rapporto rata/reddito del richiedente non superasse il 35%.
Per motivi “fiscali” (per chi le disponibilità le aveva depositate in banca): in tal caso quella percentuale poteva anche essere superata in ragione dell’entità dei risparmi accumulati e depositati in banca.
Ma in quegli anni di “vacche grasse” quel 35% non è mai stato rispettato o è stato “considerato” alla luce di una documentazione reddituale “formalmente” adeguata.
SOLDI A CHI NON POTEVA RESTITUIRLI. Ecco spiegata in parole semplici e sintetiche l’essenza della crisi dei mutui subprime che ha investito le principali economie evolute: i soldi erano stati dati a chi non poteva restituirli o quantomeno non avrebbe potuto restituirli nel momento in cui, nel corso della durata del mutuo (almeno 10 anni, ma siamo arrivati anche a 30 anni), il reddito subiva una variazione in diminuzione.

In accoppiata la banca rifilava una polizza assicurativa

Ma la partita era grossa. Perché in “bundling” (un accoppiamento di due prodotti, terminologia molto di tendenza all’epoca) con il mutuo si dovevano vendere obbligatoriamente (altrimenti il mutuo non lo avevi) altre cose: un conto corrente su cui canalizzare il pagamento delle rate (e si presumeva il reddito del richiedente), una polizza assicurativa a protezione del credito concesso che copriva il rischio di una futura e insufficiente disponibilità economica del richiedente a fronte di determinati imprevisti, i piu ricorrenti dei quali erano: danni all’appartamento causati da incendio, esplosione, scoppio, fulmini, eventi atmosferici; decesso e invalidità permanente del richiedente il mutuo.
Ma in questo caso il costo non era assolutamente accessibile ai più. E infatti, con ancora maggiore determinazione, questi ulteriori costi venivano finanziati dalla banca.
L'ESEMPIO DI ESPOSITO. Vediamo quanto costava questa polizza assicurativa. Supponiamo che il signor Gennaro Esposito, dipendente di una azienda a capitale privato (la Vesuvio srl, sottoposta quindi alle incertezze del mercato) con uno stipendio mensile di 1.500 euro richiedeva, per l’acquisto di un appartamento alla periferia di Napoli del valore di 100 mila euro, un mutuo di 100 mila euro (sì, non aveva neppure un euro di risparmio) a 20 anni a un tasso medio (dell’epoca) del 4% con una rata mensile di circa 605 euro.
Innanzitutto sorge spontanea la domanda: ma come è possibile? Abbiamo detto che le regole della banca prevedevano che il rapporto rata/reddito non doveva superare il 35% e qui siamo addirittura al 40% (605 su 1.500).
Le eccezioni in quel periodo erano regole.
ALTRI 40 EURO AL MESE. Ma ritornando alla polizza, quanto costava? Il premio era calcolato in base alla formula (numero di anni di mutuo per importo erogato per 0,02%) e poteva essere pagato alternativamente: o in un’unica soluzione anticipata (nel nostro caso 6.500 euro al momento della stipula) oppure con un premio mensile (nel nostro caso di circa 40 euro e quindi la rata mensile diventava 605+40=645).
Alla banca quanto veniva retrocesso dalla compagnia di assicurazione (quasi sempre controllata dalla banca stessa)? Cioè quali erano le provvigioni retrocesse alla banca? Circa il 30 % di quei 6.500 euro. Pari a circa 1.900 euro.
SPESE FINANZIATE DALLE BANCHE. E quindi c'è da chiedersi: ma se Gennaro Esposito non aveva neppure un euro di risparmio, come poteva affrontare tale passo se: doveva sostenere circa 3 mila-5 mila euro di spese tra perito, notaio, eventuale agente immobiliare e commissioni alla banca per il mutuo; doveva sostenere circa 6.500 euro di spese per l’assicurazione obbligatoria; doveva sostenere eventuali spese di ristrutturazione dell’appartamento (mediamente circa 20 mila euro)?
Semplice. Tutte queste spese erano “finanziate” dalla banca. Gennaro Esposito era invogliato e sollecitato a richiedere, in luogo dei soli 100 mila euro necessari per l’acquisto dell’appartamento, “qualcosina in piu’” (120-130 mila euro alterando, in tal senso, ulteriormente il rapporto rata/reddito che raggiungeva anche il livello del 50%).

Il rischio passa dal debitore al creditore e poi al mercato

Ma fin qui «è il mercato , bellezza!». Più aumenta la domanda, più aumentano i prezzi e i profitti dei venditori.
Il motivo per cui le insolvenze dei titolari di mutui subprime si sono gradualmente spostate sulle banche e sui mercati finanziari, generando forti cali delle Borse mondiali risiede nei meccanismi di gestione del rischio connesso ai mutui ad alto rischio.
Normalmente infatti la banca titolare di debiti ad alto rischio come quelli derivanti dai mutui subprime si tutela cartolarizzando questi debiti e rivendendoli ad altri investitori instituzionali.
L'USO DI SOCIETÀ VEICOLO. La Banca attraverso la cartolarizzazione effettua un’operazione finanziaria, finalizzata alla vendita dei propri mutui a una società specializzata, detta società veicolo (incassando così immediatamente la somma prestata e cedendo la rata a tali società).
La società veicolo (quasi sempre appartenente allo stesso gruppo creditizio) dopo aver verificato i crediti ceduti dalla Banca, versa a quest’ultima il corrispettivo ottenuto finanziandosi con l’emissione dei titoli obbligazionari che si riferiscono ai mutui venduti, obbligazioni emesse a fronte di crediti derivanti da cartolarizzazioni garantite da asset sottostanti (in questo caso le ipoteche e le case che le garantiscono).
RISCHIO SPALMATO. In altri termini le banche, con l’emissione di queste obbligazioni, hanno spalmato sul mercato degli investitori istituzionali e retail il rischio derivante dalle proprie esposizioni sui mutui subprime.
In un secondo momento le insolvenze delle famiglie incapaci di pagare le rate crescenti del proprio mutuo ad alto rischio hanno generato una catena di perdite a vari livelli e si sono ripercosse sugli investitori che avevano acquistato le obbligazioni derivanti da queste cartolarizzazioni.
BORSE IN FORTE PERDITA. In questo modo dalle famiglie le insolvenze si sono spostate sulle banche e sui mercati e hanno generato le forti perdite delle Borse mondiali a cavallo della crisi dei mutui ad alto rischio.
In genere l’elevato rischio connesso a questi prodotti è compensato da rendimenti molto superiori alla media. Rimane però il rischio di un default che poi passi dalle famiglie alle banche e al mercato.
APOTEOSI NEL 2008. Nel 2008, dopo i primi significativi segnali di crisi, si raggiunge l’apoteosi del 'non etico', quando nel nostro sistema bancario si assumono comportamenti e atteggiamenti da sciacalli e da avvoltoi.
Nel 2008 la crisi era già scoppiata negli Usa e iniziava a manifestare i suoi primi segnali anche nel nostro Paese.
La Vesuvio srl vedeva il suo fatturato crollare e pensò di ridurre lo stipendio di Gennaro Esposito che iniziava ad avere difficoltà a pagare regolarmente le rate del mutuo, accumulando due-tre rate di morosità.
Ebbene, in questa situazione di grande incertezza sul futuro, cosa si sono inventate le banche?
Camuffandole con un termine filantropico, hanno avviato le azioni di customer care sui mutui non regolari.
TRASFORMAZIONE DEL TASSO. In altri termini, occorreva intervenire sui mutui ipotecari a privati con lieve morosità (1-4 rate morose) al fine di ripristinare una posizione di regolare pagamento che fosse sostenibile nel tempo da parte del cliente, rimodulando il piano di ammortamento attraverso sostanzialmente due misure: proroga della durata originaria di massimo 10 anni; trasformazione della tipologia di tasso (da fisso a variabile o viceversa) per la residua durata del mutuo.

La banca cercava di mangiare la carcassa del moribondo

Il tutto senza alcun costo aggiuntivo per il cliente (no notaio, no commissioni per la banca)
Ma dove stava il trucco? Semplice.
Nella rinegoziazione della polizza assicurativa con un recupero di redditività per la banca che «cercava di mangiare, come tutti gli sciacalli, la carcassa del moribondo».
In altri termini Gennaro Esposito si vedeva allungare la durata del mutuo di 10 anni con una riduzione dell’importo della rata di circa 140 euro (ma allungato di 10 anni, quindi nessun risparmio) salvo poi vedersi addebitare altri 30 euro circa per la “nuova polizza assicurativa”.
GESTIONE AI PICCOLI MANAGER. Inoltre, dato il forte impatto prevedibile in termini di customer satisfaction, la delicatezza della gestione del cliente in temporanea situazione di difficoltà finanziaria (temporanea? Era evidente il default del sistema), la facoltà deliberativa era delegata ai “poveri” direttori di agenzia (l’ultima linea di management operativo) che si possono avvalere della efficacia gestionale e relazionale con il cliente.
I BIG NON SI SPORCANO LE MANI. Della serie: «Queste schifezze fatele voi, laggiù nell’organigramma, ultimo e indifeso anello della linea manageriale, tanto le istruzioni le daremo verbalmente ai vostri capi diretti che vi faranno il c...o per fare ancora utili». Quando il mondo intorno crollava.
Quanto mi sono sentito male “dentro” a passare quelle informazioni e quelle direttive.
Era il primo nauseabondo segnale di de-responsabilizzazione del top management, prodromico al radicale stravolgimento del rapporto motivazionale banca-management e che oggi si manifesta attraverso anche la disdetta del contratto collettivo nazionale.

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