Economia 6 Febbraio Feb 2015 1100 06 febbraio 2015

Petrolio, quattro cose da sapere sui prezzi

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Dopo Dopo i maxi ribassi che lo hanno portato da sopra i 100 dollari al barile a sotto i 45, il petrolio è salito ora sull’ottovolante. Negli ultimi giorni aveva tentato il recupero, salendo al massimo del 2015 sulla scia di dati deludenti sulla produzione americana. Poi ha imboccato nuovamente la via dei cali, chiudendo il 4 febbraio al Nymex, la Borsa merci di New York, in discesa dell’8,7%, la peggiore perdita giornaliera dal 28 novembre 2014, dopo che le scorte di petrolio americane sono salite ai massimi in almeno ottant’anni, salvo poi recuperare di nuovo il 4,2%. Volatilità è dunque la parola del momento, ma potrebbe presto diventare allarme: gli esperti temono che, in termini di prezzi bassi, il peggio potrebbe non essere ancora passato. Ecco quattro cose da sapere. 1. PREZZI IN ALTALENA E MOLTO BASSI Vediamo intanto a che punto sono le quotazioni. Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio il petrolio Wti aveva guadagnato il 19%, tornando a 53,05 dollari al barile e mettendo a segno i quattro giorni di rialzi percentuali maggiori da gennaio 2009. Un timido tentativo di ripresa dopo lo scivolone che in sette mesi ha portato i prezzi da 107 a 44 dollari al barile. Anche il Brent, il greggio estratto nel Mare del Nord, ha cercato la risalita arrivando poco sotto i 58 dollari. Tuttavia è durata poco. È bastato un nuovo rialzo delle scorte settimanali di energia americane, con quelle di petrolio cresciute per la terza settimana di fila e ai massimi dall’inizio del 1924, a fare scivolare di nuovo il barile a poco più di 48 dollari. Segno che non è ancora il momento di un ritorno alla crescita. 2. PER GLI ESPERTI I CALI NON SONO FINITI  Secondo Bob Dudley, amministratore delegato del colosso petrolifero Bp, un aumento dei prezzi non arriverà nel breve periodo: “Con il ribasso dei prezzi, si sono innescati alcuni meccanismi che hanno fatto indebolire buona parte dei nostri asset, anche per ragioni contabili. Per questo sono stati presi provvedimenti per mettere Bp nel contesto di un mondo in cui il barile potrà restare a 50 dollari per un certo periodo”, ha detto. Altri, come Nicholas Johnson, gestore di portafoglio di Pimco, attendono rialzi modesti e molto graduali: “Ci potrà essere una correzione al rialzo? È possibile. I prezzi arriveranno a circa 60 dollari nel corso dell’anno”. L’idea è comunque che i valori dell’estate siano cosa del passato. “I prezzi caleranno ancora”, ha detto il principe saudita Al Waleed bin Talal, spiegando che “se una parte dell’offerta sarà tolta dal mercato e ci sarà una certa crescita della domanda, i prezzi potrebbero salire, ma non vedremo più valori a 100 dollari al barile, che sono comunque artificiali e non è corretti”. 3. I COLOSSI PETROLIFERI REGGONO IL COLPO Il calo greggio ha pesato sui conti dei colossi petroliferi, ma i risultati del quarto trimestre, diffusi nei giorni scorsi, hanno mostrato che la temuta “Armageddon finanziaria” sul settore non c’è stata, almeno per quanto riguarda le cosiddette super major: le società, grandi e integrate, hanno da tempo alzato difese sufficienti per fare fronte ai forti cali del barile e al possibile conseguente rallentamento delle attività di produzione e raffinazione. Inoltre hanno a disposizione abbondante liquidità e hanno debito relativamente basso, dopo anni di prezzi elevati dei prezzi del petrolio, cosa che ha consentito loro di restare in attivo. Exxon Mobil, primo colosso petrolifero americano per capitalizzazione, ha visto calare l’utile del 21% e il fatturato da 110,86 a 87,28 miliardi, ma ha comunque superato le stime grazie all’attività di raffinazione.Anche Chevron, seconda big americana, ha retto il colpo: i profitti sono calati, ma la vendita di asset e la solidità delle attività di raffinazione hanno bilanciato l’impatto negativo del ribasso dei prezzi del petrolio. 4. INDUSTRIA OCCIDENTALE VERSO TAGLI PRODUZIONE Quello che potrà verificarsi in futuro, e in certa misura sta già accadendo, è un rallentamento della produzione da parte dei giganti petroliferi internazionali, cosa che la darebbe vinta ai Paesi Opec, determinati a non abbassare il loro output con l’obiettivo di mantenere la posizione di mercato a discapito dei prezzi. Bp, dopo le perdite messe a segno nel quarto trimestre, ha annunciato nei giorni scorsi che taglierà le spese per nuovi progetti previsti per il 2015 e ridurrà gli investimenti già pianificati. Anche negli Stati Uniti le aziende stanno riducendo gli impianti di trivellazione, il cui numero è calato al minimo in tre anni, stando ai dati del gruppo di servizi petroliferi Baker Hughes. Tra i primi ad agire in questo senso c’è stata Helmerich & Payne, che prevede di chiudere entro fine febbraio fino a 50 trivelle, oltre alle 11 che ha già fermato, e stima una riduzione del 20% dell’attività estrattiva collegata allo shale oil, per larga parte responsabile del recente boom produttivo americano.

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