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MUM AT WORK 7 Febbraio Feb 2015 1400 07 febbraio 2015

Avere figli negli Anni 2000: lavoro impossibile

L'Istat: il 22% delle mamme perde il posto. La soluzione? Smartworking e telelavoro.

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Giovanna Martelli.

Avere figli in Italia negli Anni 2000 secondo l’Istat è un duro lavoro.
Anche se non si rinuncia al primo figlio (almeno per circa quattro donne su cinque), nel 2012 si rimane a una media di 1,4 figli per donna.
Non serviva l’Istat per confermare che «oltre la metà delle madri intervistate ha un lavoro e, dai dati sulle motivazioni per lavorare e sul grado di soddisfazione espresso dalle donne rispetto alla loro attività lavorativa, emerge che tengono tantissimo al loro lavoro».
IL 22% PERDE IL POSTO. Nel 2012, tuttavia, oltre il 22% delle madri occupate all’inizio della gravidanza non lo è stato più al momento dell’intervista, ossia a circa due anni dalla nascita del bambino.
E il 42,8% di quelle che hanno continuato a lavorare ha dichiarato di avere problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari.
«RITARDO CULTURALE». Giovanna Martelli - deputata del Partito democratico e consigliere del presidente del Consiglio Matteo Renzi per le Pari opportunità - spiega a Lettera43.it che «nonostante l'Italia abbia una normativa molto attenta alle politiche di sostegno della maternità, tra le più avanzate del mondo e in linea con la normativa comunitaria, bisogna riconoscere che nella realtà emerge un quadro decisamente preoccupante, influenzato anche da un evidente ritardo culturale del nostro Paese».
«MAMME SPESSO LICENZIATE». Le mamme, insomma, sono ancora fortemente penalizzate nel mondo del lavoro. «In una situazione di crisi economica che di certo non aiuta e con una scarsa possibilità di ricorrere ai servizi di cura per l'infanzia, molto spesso rimangono disoccupate oppure vengono licenziate in occasione della gravidanza».
«SÌ ALLO SMARTWORKING». Martelli indica come soluzione i modelli di smartworking (lavoro agile, tecnologico e da remoto), il telelavoro e quelle forme di organizzazione del lavoro family friendly, come il part-time e i coworking, «anche se si tratta di modalità ancora poco diffuse nel nostro Paese e che spesso incontrano resistenze sia culturali sia burocratiche».

Un alto grado di istruzione aiuta a non essere lasciate a casa

Oltre il 22% delle madri occupate all’inizio della gravidanza non lo è stato più a due anni dalla nascita del bambino.

L’indagine fotografa una situazione chiara: più la donna ha studiato e più riesce a entrare nel mercato del lavoro.
Alcuni studi hanno mostrato che, mentre per gli uomini l’istruzione è in relazione quasi unicamente con la posizione o la qualifica nell’ambito di una partecipazione al lavoro che è comunque elevata, per le donne un alto livello di istruzione aumenta molto la probabilità di accedere al mercato del lavoro.
Nel caso delle madri, l’effetto positivo del titolo di studio si riscontra non solo per avere una occupazione, ma anche per mantenerla.
Un’istruzione più elevata frena l’uscita dal lavoro: al crescere del titolo di studio, infatti, la proporzione di madri che smettono di lavorare diminuisce notevolmente.
PIÙ FIGLI, MENO ISTRUZIONE... Parallelamente le donne con più figli sono di solito quelle che hanno un livello di istruzione inferiore. All’aumentare del numero di figli avuti, aumenta la fetta di donne che ha un basso livello di istruzione (fino alla licenza media): più della metà tra le madri che hanno tre figli e oltre.
... E ANCHE MENO LAVORO. Per quanto riguarda la condizione professionale, poco più della metà delle madri risulta occupata al momento dell’intervista (52,8%).
Questa quota si modifica notevolmente se si considera il numero di figli avuti: la proporzione di occupate arriva al 57,8% per le madri al primo figlio e scende al 39% per quelle al terzo o più.
LA METÀ SE NE VA DA SOLA. Più della metà delle madri ha dichiarato di non lavorare più perché si è licenziata o ha interrotto l’attività che svolgeva come autonoma (52,5%); quasi una madre su quattro ha subito il licenziamento, mentre per una su cinque si è concluso un contratto di lavoro o una consulenza; il 3,6% ha spiegato di essere stata posta in mobilità.
Emerge una situazione eterogenea in relazione al numero di figli; sono soprattutto le madri al secondo figlio quelle che lasciano il lavoro (55,5%), mentre sono prevalentemente quelle con un bimbo che hanno subito un licenziamento (25%) o che dichiarano che si è concluso il contratto a tempo determinato (23,3%).
DIFFICOLTÀ DI CONCILIAZIONE. Analizzando i motivi si osserva che, rispetto al 2005, sono diminuite - pur restando di gran lunga prevalenti - le madri che riferiscono motivazioni riconducibili a difficoltà di conciliazione dei ruoli (dal 78,4% al 67,1%), mentre aumentano quelli riconducibili all’insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto sia in termini di mansioni che di retribuzione (dal 6,9% al 13,5%).

Oltre la metà delle madri al terzo figlio è casalinga

Secondo l'Istat le donne con più figli sono di solito quelle che hanno un livello di istruzione inferiore.

Nell’indagine svolta nel 2012 le madri che hanno avuto un figlio nel 2009/2010 risultavano occupate al momento dell’intervista nel 53% dei casi e casalinghe nel 34%; un 11% si trovava in cerca di occupazione.
Se oltre il 60% delle madri residenti al Nord è occupata, solo poco più del 37% lo è nel Mezzogiorno.
All’opposto, poco più di una madre su quattro residente al Nord è casalinga, e tale proporzione è pressoché doppia nel Mezzogiorno.
Le madri al terzo figlio o più mostrano una partecipazione molto minore al mercato del lavoro: il 39% è occupata e il 51,3% è casalinga.
UN BIMBO SOLO? SI LAVORA. Per le donne al primo figlio la situazione è molto diversa: il 57,8% ha un posto e solo il 25,9% si dichiara casalinga.
Queste, inoltre, sono anche più spesso in cerca di un lavoro (13,2%).
Al crescere dell’istruzione delle donne aumenta la proporzione di occupate: dal 37,1% delle madri con un basso titolo di studio (fino alla licenza media inferiore), si sale al 56,8% di quelle con il diploma delle superiori, fino al 74,6% delle intervistate con almeno la laurea.
SULLE SPALLE ANCHE LA CASA. Se le donne sono sempre più lavoratrici, questo non vuol dire che sono meno casalinghe.
Anche se lavorano di più, sempre sulle loro spalle pesano tutti i mestieri domestici e i carichi familiari.
Quindi le donne di oggi devono mettere insieme nelle 24 ore l’essere lavoratrice, compagna, madre e figlia (quest’ultimo non trascurabile in un contesto di spiccato invecchiamento e di welfare carente).
IL DIFFICILE È CONCILIARE. Difficoltà di conciliazione sono riportate frequentemente anche dalle madri che lavorano come autonome e dalle intervistate che hanno una posizione nella professione elevata; la possibilità di conciliare gli impegni lavorativi con quelli familiari sembra ridursi in maniera netta quando il lavoro della donna richiede presumibilmente un più ampio coinvolgimento e maggiori responsabilità.
Quasi una donna su 10 tra quelle con un figlio non progetta di averne altri a causa di problemi legati al lavoro o perché vedono delle difficoltà nella conciliazione degli impegni familiari con quelli lavorativi.

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