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RILANCIO 8 Febbraio Feb 2015 1000 08 febbraio 2015

Governo, Calenda: «Così potenziamo la moda italiana»

Un piano per il made in Italy da 261 milioni. Aiuti legati però agli investimenti. Perché il fashion «è cultura, non ricchezza», dice il vice ministro dello Sviluppo.

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Carlo Calenda.

Nel 1983, a 10 anni, Carlo Calenda interpretò Enrico Bottini nella riduzione televisiva di Cuore, il più famoso testo per ragazzi della letteratura italiana ottocentesca.
Dirigeva il nonno, Luigi Comencini, il regista di Pane amore e fantasia e di quel capolavoro che è Tutti a casa e il piccolo Carlo, il visino tondo e serio, riusciva a infondergli quello spirito di narratore attivo, presente e al tempo stesso distaccato, che è il tratto peculiare del protagonista del romanzo di Edmondo De Amicis (per dire: sono 130 anni che ci domandiamo se alla fine sia stato promosso) e che il Carlo di oggi sembra aver conservato anche nella carica di vice ministro allo Sviluppo economico.
SOSTEGNO AL MADE IN ITALY. In questi giorni, Calenda sta apportando gli ultimi tocchi al piano per il sostegno del made in Italy, 261 milioni di euro di cui 36 milioni nella moda e 50 per «il potenziamento delle fiere, in questi ultimi anni duramente provate dalla mancanza dei finanziamenti regionali».
Ha messo però subito in chiaro che le risorse saranno disponibili solo a patto che la moda, come ogni altro settore, mostri di saper unire le forze e di garantire una proposta industriale e commerciale valida.
NO MERGER, NO MONEY. I finanziamenti previsti per la nautica, per esempio, non sono stati erogati («In otto mesi non hanno saputo trovare un accordo»), mentre l’edizione appena conclusa di 'VicenzaOro' - fiera internazionale del gioiello - ha già dato prova dell’intesa raggiunta fra gli orafi di Vicenza e di Arezzo: un nuovo concept “boutique”, diviso per tipologie, e un piano di sbarco a Dubai nei prossimi mesi con uno spin off fieristico e 700 aziende espositrici.
Insomma no merger, no money, come sembrano aver capito subito anche gli imprenditori del tessile che espongono a Milano Unica.
RESTII A FARE FRONTE COMUNE. Indeboliti da anni di difficoltà dei distretti di Prato o Biella, ma pronti a riprendersi grazie al progressivo rientro della produzione di alta gamma in Italia dai poli dell’Est asiatico, sembrano aver trovato a loro volta un nuovo punto di coesione e una grande armonia attorno al budget stanziato per fare della kermesse milanese la prima al mondo: «Siamo ai vertici mondiali nella produzione; non è accettabile non esserlo anche nella distribuzione e promozione».
Si tratta solo di forzare un po’ l’indole individualista dell’imprenditore italiano, quel particularismo guicciardiniano che ci impedisce di fare fronte comune a costo di rimetterci.

Sostenere le tre città della moda: Milano, Firenze e Roma

Un'immagine della pre sfilata Curiel Alta Moda 2014, Roma.

Quel fiume di denaro è un argomento convincente anche per dare finalmente una fisionomia e uno scopo preciso alle tre città di riferimento della moda italiana: Milano, Firenze e Roma. Quest’ultima soprattutto.
Calenda è stato diretto: «Intendiamo sostenerle tutte, purché nell’ambito di progetti di sviluppo differenziati. AltaRoma può vivere solo come piattaforma di lancio e vetrina per i giovani talenti italiani e internazionali, mai più come intrattenimento per il generone romano».
«LE RISORSE CI SONO». Calenda, che nell’ ufficio di via Veneto, a Roma, riceve in maniche di camicia e Clark’s molto vissute ai piedi (la famiglia è di confessione valdese: può parlare di lusso fino allo sfinimento, ma è frugale per nascita), conferma che «le risorse per la moda sono finalmente dignitose, quasi un risarcimento verso il primo settore italiano che ha dovuto fronteggiare la globalizzazione e che lo ha fatto, finora, da solo».
PER LE NUOVE AZIENDE. Aggiungendo che «quasi 16 milioni saranno destinati ad azioni di incentivazione presso i department store in Giappone, Cina, Canada e nelle città degli Stati Uniti finora meno coinvolte, esposte e sollecitate nei confronti dello stile italiano, per favorire l’inserimento di marchi non ancora commercializzati».
Una strategia, dunque, mirata a sostenere anche aziende nuove o di seconda fascia.
«Abbiamo un ampio spazio di penetrazione nel settore del lifestyle medio-alto, e uno importante nell’agroalimentare medio-basso: penso a molte piccole aziende che, in mancanza di un marchio proprio, potrebbero affermarsi nel settore delle private label».
TOCCA ALLA FEDERAZIONE TESSILE. Ma in merito ai criteri di selezione dei brand che godranno di questo supporto, il vice ministro si è chiamato fuori.
Selezione e incentivazione spetteranno a Smi, la Federazione tessile moda guidata da Claudio Marenzi che a sua volta, dopo anni in sordina nell’alveo di Confindustria a trattare accordi con i sindacati e rintuzzare la concorrenza cinese sulla produzione tessile, sembra destinata a un ruolo da protagonista: «Il ministero sarà il tramite fra le tipologie di prodotti richieste dai department store, le offerte selezionate da Smi fra i suoi associati e l’ulteriore selezione di buyer e soggetti interessanti da incentivare nella proposta e nella vendita di prodotti italiani da parte dell’Ice».

Senza competitività si viene esclusi

Pitti immagine uomo è una delle rassegne di moda più famose al mondo organizzata a Firenze.

Come ai tempi di Giovanni Battista Giorgini e della prima sfilata di moda italiana a Firenze nel 1951, i buyer verranno quindi invitati a conoscere la realtà produttiva delle aziende selezionate; diversamente da allora, godranno però di un supporto significativo anche in termini di comunicazione per esporre e sostenere i brand italiani scelti.
Che, a loro volta, dovranno offrire garanzie: «La continuità del sostegno alle aziende presso le catene commerciali e i department store sarà legato alla loro capacità di gestire riassortimenti e innovazioni. Per farlo, avranno un anno di tempo a disposizione».
Esaurito quel traino, senza aver dato prova di competitività si verrà esclusi. No timing, no money.
SPINTA PER INVESTIRE. Questo sostegno a tempo determinato, dice Calenda, dovrebbe spingere i piccoli imprenditori a investire finalmente in ricerca e innovazione, dunque ad assumere.
Già direttore dell’Area strategica e Affari internazionali di Confindustria, conosce troppo da vicino il tessuto imprenditoriale italiano per non sapere come, senza risultati immediati e tangibili, è difficile che una piccola azienda investa in innovazione e in formazione, punto a sua volta fondamentale per garantire un ricambio generazionale in arti, professioni e mestieri tanto ricercati dalle aziende quanto snobbati dagli studenti a causa di una mancata comunicazione e di un appeal incerto.
SVILUPPO TECNOLOGICO. Il tessile, ed è una questione finora mai toccata, godrà infatti di una serie di incentivi legati allo sviluppo tecnologico.
Lo snodo della formazione e della ricerca («finanzierei volentieri un progetto sul tessile tecnologico. Non mi è ancora arrivato») è infatti essenziale per sostenere un piano che, una volta esaurita la spinta del marketing, non si trovi privo di una produzione distintiva e di appeal.
«Sono favorevole a un’offerta formativa nuova, purché iperspecialistica: abbiamo appena sostenuto un Master sulle fibre nobili presso l’Università di Biella», ha dichiarato, e pare ovvio che altri atenei e altri corsi potrebbero avvantaggiarsi delle stesse condizioni.
LE ISTITUZIONI ASSENTI. Indispensabili non solo per ragioni meramente economiche. La mancanza di una presenza forte, significativa, delle istituzioni, è infatti uno dei fattori che impediscono tuttora al tessuto sociale italiano di valutare la moda come un settore strategico importante e un fenomeno culturale significativo, al contrario di quanto è avvenuto in Paesi che pure con l’Italia condividono percorsi storici, etici e morali non troppo dissimili, come la Francia.
MODA=LUSSO, CHE ERRORE. L’Italia sconta infatti, tuttora, l’ostilità di una vecchia politica di sinistra nei confronti della moda come motore sociale e culturale. Al punto di aver passato pressoché sotto silenzio la colossale emorragia di posti di lavoro del comparto tessile negli ultimi 10 anni, solo in parte recuperata negli ultimi due, ma anche lo scarso appeal presso i giovani di alcuni mestieri tecnici e artigianali, fondamentali per una nuova affermazione del made in Italy.
«Il nostro errore è sempre stato accostare la moda al lusso e non alla cultura».

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