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FACCIAMOCI SENTIRE 9 Febbraio Feb 2015 1054 09 febbraio 2015

Imprese: il profitto va sempre messo al primo posto?

Invece del guadagno a ogni costo, alle aziende servono progetti che creino valore.

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Operai al lavoro in una multinazionale.

Le aziende possono essere gestite in tanti modi diversi.
Semplificando al massimo (e forse anche troppo) possiamo indicare due opzioni di fondo: la prima è legata a un approccio di carattere industriale.
Si privilegiano i progetti che abbiano senso industrialmente parlando. In questo caso la (buona) finanza interviene per il finanziamento di un progetto che, almeno nello spirito, è buono, solido e duraturo.
La seconda opzione prevede invece che si possa fare qualunque cosa pur di soddisfare gli azionisti nel breve periodo, per cui le aziende “non avrebbero un’anima” e potrebbero essere smontate e rimontate un po' come abbiamo visto nel famoso film Wall Street.
IN ITALIA 784 MILA AZIENDE FAMILIARI. Prima di addentrarsi nel perché di questa premessa occorre analizzare le caratteristiche del capitalismo italiano (Fonte Aidaf – Associazione italiana delle aziende familiari).
Le aziende familiari in Italia sono circa 784 mila, pari a oltre l’85% del totale di quelle esistenti nel nostro Paese.
Detto per inciso, pesano in termini di occupazione per circa il 70%.
SONO LE IMPRESE PIÙ LONGEVE. Sotto il profilo dell’incidenza delle aziende familiari, il contesto italiano risulta essere in linea con quello delle principali economie europee quali Francia (80%), Germania (90%), Spagna (83%) e UK (80%), mentre l’elemento differenziante rispetto a questi Paesi è rappresentato dal minor ricorso a manager esterni da parte delle famiglie imprenditoriali: il 66% delle aziende familiari italiane ha tutto il management composto da componenti della famiglia mentre in Francia questa situazione si riscontra nel 26% delle aziende familiari ed in UK solo nel 10%.
Le aziende italiane si distinguono anche per la loro longevità: tra le prime 100 aziende più antiche al mondo, 15 sono italiane e tra queste, cinque – Fonderie Pontificie Marinelli (anno di fondazione 1.000), Barone Ricasoli (1.141), Barovier & Toso (1.295), Torrini (1.369) e Marchesi Antinori (1.385) – sono tra le 10 aziende familiari più longeve tuttora in esercizio.
Nel segmento delle aziende di medie e grandi dimensioni (fatturato >500M€) le aziende familiari sono circa 4 mila, con un’incidenza intorno al 58% del totale e coinvolgono circa 3 milioni di dipendenti.

Ma la contendibilità è davvero l'unico focus su cui concentrarsi?

È in questo contesto che va quindi calato il recente provvedimento del cosiddetto voto maggiorato o plurimo (loyalty shares) reso possibile dal Decreto Competitività 2014 (D.L. 24 giugno 2014 n. 91 poi convertito con modificazioni nella legge n.116 dell’11 agosto 2014).
Al di là dei tecnicismi previsti dalla norma (possibilità di modificare gli statuti con maggioranza semplice qualora le aziende avessero fissato la relativa assemblea straordinaria prima del 31 gennaio 2015), è mia personale convinzione che tra favorevoli e oppositori al voto maggiorato si nasconda il modo di gestire le aziende di cui dicevo all’inizio.
Va premesso che in altri Paesi questo strumento esiste già da molti anni (Francia, Usa, Paesi dell’Europa del Nord) ed è probabilmente una delle ragioni delle differenze esistenti tra le aziende familiari “nostrane” e quelle degli altri Stati.
LA LEGGE VUOLE MAGGIORE FLESSIBILITÀ. La critica alla quale ho personalmente assistito in assemblea essendo Ceo di una delle aziende che hanno ritenuto opportuno dotarsi di questo strumento (Amplifon) è legata alla mancanza di contendibilità delle imprese, come se questa fosse l’unico valore ritenuto valido dai fondi internazionali per investirvi.
Mi sembrava che lo spirito del legislatore fosse quello di introdurre una maggiore flessibilità nella struttura del capitale per incentivare le Pmi, sopratutto di proprietà familiare, a incrementare il numero delle azioni offerte in sede di quotazione e, conseguentemente, aumentare la liquidità delle azioni quotate.
Io ritengo che, considerate le caratteristiche del capitalismo italico, si siano dotate le aziende di uno strumento per incentivare gli azionisti a investimenti di lungo periodo, in linea con le indicazioni che provengono dalle istituzioni europee e in coerenza con lo strumento già presente, anche se oggi non ancora utilizzato, del dividendo maggiorato.
Il ministro Padoan ha risposto più o meno in questi termini a un centinaio di economisti, professori universitari e Fondi di investimento che avevano sottoscritto un documento per contestarne la bontà.
AZIONISTA DI MAGGIORANZA E MINORANZA SONO UGUALI. Io non lo so se alcune imprese, come osservano i critici del voto maggiorato, lo utilizzeranno per fini esclusivamente di “potere”.
Posso parlare della mia azienda, essendomi assunto personalmente l’onere di proporre ai miei azionisti di dotare l’azienda di uno strumento simile. Io credo che quando si assume come priorità il superiore interesse dell’azienda non esista più una differenza sostanziale tra azionista di maggioranza e azionista di minoranza.
La differenza rimane in termini valoriali: si deve privilegiare la soddisfazione degli azionisti attraverso lo sviluppo di progetti industriali che creino valore solido e di lungo periodo, oppure privilegiare il profitto di breve periodo anche a costo di “violentare” l’anima dell’azienda?
TROPPA CONFUSIONE SUL TEMA. Perché i fondi internazionali dovrebbero investire nelle aziende di Paesi che si sono già dotate di questo strumento e invece scappare dall’Italia per la stessa ragione? Vogliamo parlare di “Best Practice” in termini di governance?
Non è più trasparente avere una chiara separazione tra il ruolo dell’azionista e quello del management, avere la maggioranza di consiglieri indipendenti nel board, avere la maggioranza di consiglieri indipendenti nell’Organismo di vigilanza, nel Comitato remunerazione e nomine, nel Comitato controllo e rischi, nel Comitato con parti correlate piuttosto che rincorrere la “contendibilità” come unico valore di riferimento?
Ho grande rispetto per chiunque faccia bene il proprio mestiere (compresi economisti, professori universitari ecc).
Ma si confrontino prima di sottoscrivere appelli che ormai sono talmente numerosi e toccano talmente tali e tanti argomenti che forse un problema di credibilità lo creano.

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