Economia 10 Febbraio Feb 2015 1713 10 febbraio 2015

Shale-gas, un boomerang per gli Stati Uniti

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E pensare che Barack Obama sperava di usare le alte royalties provenienti dallo Shale-gas per studiare forme di combustibili verdi e di mobilità alternativa. Per non parlare del sogno della piena indipendenza energetica da sceicchi mediorientali e caudilli sudamericani. Ma è difficile realizzare questi sogni se davanti c’è un muro formato da sauditi che aumentano la produzione del greggio e ambientalisti pronti a spiegare al mondo che il gas scisso non è ecosotenibile. SHALE-BOOMERANG. Lo Shale-gas si sta dimostrando un boomerang per gli Stati Uniti. Doveva accompagnare la rinascita della più grande economia al mondo, ma adesso - con il brent sotto i 60 dollari - la sua estrazione si sta  dimostrando insostenibile. Nel suo bollettino di febbraio l’Agenzia internazionale dell'energia ha conferma le previsioni di crescita della domanda mondiale di petrolio nel 2015. Infatti se la produzione dovrebbe aumentare leggermente meno del previsto nei paesi non appartenenti all'Opec, il consumo di greggio dovrebbe crescere quest'anno di 0,9 milioni di barili al giorno a circa 93,4 milioni di barili al giorno, «grazie ad un leggero miglioramento delle prospettive macroeconomiche». Risultato? Il prezzo nei prossimi mesi si stabilizzerà sui 55 dollari, per poi salire entro il 2020 a 73 dollari. Intanto però nel mondo si pompa sempre meno petrolio, seguendo i dettami sauditi. LA VITTORIA DEI SAUDITI. Come si evince dagli ultimi dati forniti dall’Opec, e in un gioco di incastri, pur di mantenere stabili i livelli generali, Riad ha portato l’output a gennaio a 9,68 milioni di barili al giorno, con 50mila in più rispetto a dicembre. Guarda caso la produzione dell'intero cartello sarebbe invece scesa di 53mila barili, toccando i 30,15 milioni totali. Questo perché i sauditi guadagnano anche con il prezzo del brent a 20 dollari, mentre il vicino Qatar ha un break even doppio, per non parlare del Venezuela che deve sperare che le quotazioni debbano superare i 70 dollari. Tutti gli osservatori concordano che gli sceicchi sono vicini dal realizzare il loro obiettivo: prezzi bassi per mettere fuori mercato i produttori di shale-gas statunitensi e quelli russi, che hanno una posizione migliore rispetto al più ricco mercato al mondo. Cioè l’Europa. Dal colosso del settore Baker Hughes hanno infatti confermato un fortissimo rallentamento dell'attività estrattiva in Nord America. SHALE-BOOMERANG. Secondo alcune stime, il prezzo del petrolio non dovrebbe scendere sotto gli 80 euro per rendere lo Shale-gas competitivo. Infatti i costi per l’esplorazione e per l’estrazione da rocce a profondità tra i 2mila e i 4mila metri, sono quasi doppi rispetto alle attività standard nei campi off shore e on shore. Da qui i primi segnali che il settore si avvia a subire lo scoppio di una bolla. UNA BOLLA DA 500 MILIARDI DI DOLLARI Studi recenti hanno calcolato che l’indebitamento diretto delle aziende coinvolte è di circa 200 miliardi di dollari. Anche perché le banche pretendono interessi superiori al 10 per cento. Le passività quasi raddoppiano (500 miliardi di dollari) se si aggiungono i buchi dell’indotto e il costo l’ammontare dei titoli derivati collegati al settore. Non a caso dal novembre scorso il numero degli impianti attivi è letteralmente crollato e soltanto nelle prime settimane del 2005 sono stati chiusi 28 impianti nei soli Texas e New Mexico, mentre il gigante australiano Bhp ha deciso di voler mandare in pensione il 40 per cento dei propri impianti per l'estrazione di shale gas degli Usa e il concorrente Baker Hughes ha deciso di licenziare 7mila dipendenti.

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