Economia 12 Febbraio Feb 2015 1141 12 febbraio 2015

Pensione, ecco come calcolarla da soli

  • ...

Su circa 16 milioni di pensionati italiani, oggi più di 6 milioni e mezzo guadagnano meno di mille euro lordi al mese e oltre due milioni incassano meno di 500 euro. Pochi soldi, insomma. Peccato, però, che i loro figli e soprattutto i loro nipoti potrebbero passarsela anche peggio. Come ha messo in evidenza di recente il Corriere della Sera, nei prossimi decenni scompariranno infatti le pensioni minime, oggi fissate a circa 500 euro al mese. Colpa della riforma previdenziale approvata vent'anni fa dal governo Dini (la legge n. 335 del 1995), che non prevede appunto le cosiddette integrazioni al minimo, tuttora esistenti. Ma la novità più importante portata in dote dalla Legge Dini, che ha rivoluzionato il sistema previdenziale italiano, è soprattutto un'altra: l'introduzione di un nuovo metodo di calcolo delle pensioni che si chiama sistema contributivo e che sostituirà gradualmente quello in vigore in precedenza (il sistema retributivo). In pratica, nei decenni a venire, l'importo delle pensioni pubbliche erogate dall'Inps dipenderà soltanto dalla quantità dei contributi versati durante la carriera e non più dalla media degli ultimi stipendi. Maggiori saranno gli accantonamenti previdenziali, più alta sarà la pensione. E così, chi oggi guadagna poco e versa poco, rischia di ritrovarsi in vecchiaia con un assegno da fame, addirittura inferiore alla minima. Ecco, di seguito, una panoramica sugli scenari che si aprono in futuro per chi si congederà dal lavoro tra 30 o 40 anni, con qualche consiglio utile per calcolare in anticipo la propria rendita e capire in tempo cosa aspettarsi durante la terza età. COME SI COSTRUISCE L'ASSEGNO. Per costruire le pensioni pubbliche con il metodo contributivo introdotto dalla Legge Dini, sono previsti diversi passaggi. Il lavoratore versa ogni anno i propri contributi, che si accumulano nel tempo e vengono rivalutati a seconda dell'andamento del prodotto interno lordo (pil), cioè in base alla crescita della economia nazionale. La somma di tutti i soldi accantonati, più le rivalutazioni previste per legge, vanno a costituire un montante contributivo finale, cioè una cifra sulla cui base viene calcolato l'assegno pensionistico. Per determinare l'importo esatto della pensione, infatti, il montante finale viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione, cioè un numero espresso in termini percentuali (ad esempio il 5%) che varia a seconda dell'età del contribuente. Più alta è l'età del pensionamento, maggiore è il coefficiente. Esempio: se un lavoratore si mette ha riposo a 66 anni dopo aver accumulato 100mila euro di contributi rivalutati, ottiene una pensione di appena 5.600 euro lordi all'anno, cioè 430 euro netti al mese, che si calcolano moltiplicando quanto versato durante la carriera per il coefficiente corrispondente a quell'età (5,62%). Se invece il pensionamento avviene a 70 anni, sempre con 100mila euro di versamenti alle spalle, la pensione sarà pari a 6.500 euro lordi all'anno, circa 500 euro netti al mese, che si calcolano moltiplicando la somma dei contributi rivalutati per un   coefficiente un po' più alto (6,5%). RENDITE DA FAME. Dagli esempi precedenti, ben si comprende come sia faticoso costruirsi una pensione pubblica consistente. In linea di massima, per avere una rendita di mille euro netti a 70 anni, bisogna aver accumulato e maturato durante tutta la carriera più di 200mila euro di contributi. In teoria, non si tratta di un traguardo difficile da raggiungere almeno per chi, nel corso di tutta la vita lavorativa, non ha mai conosciuto un giorno di disoccupazione e versa quanto dovuto all'Inps per almeno 40 anni, senza interruzioni. Il guaio è che le giovani generazioni di oggi, e non solo quelle giovani, spesso hanno delle carriere discontinue o precarie, cioè trovano un impiego stabile molto tardi (dopo i 35 anni) e devono affrontare lunghi periodi di disoccupazione. Chi si trova in questa condizione, dunque, versa pochi contributi e rischia di ritrovarsi in vecchiaia con una pensione pubblica assai magra, tanto più se scompariranno completamente gli assegni minimi. LA BUSTA ARANCIONE (ALL'ITALIANA). Meglio dunque che un lavoratore corra per tempo ai ripari, cercando di capire già oggi quale tenore di vita avrà in vecchiaia. Come riuscirci? In Svezia, che ha un sistema previdenziale simile al nostro, hanno risolto il problema mandando a casa di ciascun contribuente un documento che si chiama Busta Arancione e che contiene una simulazione sul futuro assegno pensionistico di ognuno, ipotizzando un determinato percorso di carriera. Anche in Italia esiste da tempo un progetto simile che, finora, è rimasto però quasi lettera morta. Ci sono già alcune sperimentazioni online che devono tuttavia essere ancora estese su larga scala. Il 2015 potrebbe finalmente essere l'anno buono per vedere la Busta Arancione all'italiana entrare a regime, soprattutto dopo l'insediamento alla guida dell'Inps dell'economista Tito Boeri, che ha sempre sostenuto la necessità di inviare ai lavoratori le simulazioni sui futuri assegni pensionistici. CALCOLI FAI DA TE. In attesa che si muova l'Inps, però, gli italiani possono farsi un'idea su cosa li aspetta in vecchiaia usando la rete di internet. Sul web è infatti disponibile un motore di calcolo   creato dalla software house Epheso.it, in collaborazione con la società di ricerca e consulenza Mefop, che si occupa di temi previdenziali ed è partecipata dal ministero dell'Economia. Si tratta di un simulatore che permette a chiunque di stimare l'importo della propria pensione futura inserendo online alcuni dati come l'età, la professione svolta, la crescita del salario attesa o la data del pensionamento. Una volta immagazzinate tutte queste informazioni, il motore di calcolo effettua una stima sull'importo dell'assegno previdenziale. UN ESEMPIO CONCRETO. Ecco un esempio concreto, che aiuta a chiarirsi le idee. Un giovane 26enne inizia la carriera oggi e rimane in attività fino a 69-70 anni senza restare mai disoccupato, avrà una pensione pubblica più che dignitosa, pari a circa il 70% dell'ultimo stipendio. Se lo stesso giovane lavora però a spizzichi e bocconi e riesce a mettere assieme appena 20-25 anni di contributi, riceverà dall'Inps un assegno pari a non più del 40-50% dell'ultima retribuzione. Chi guadagna l'equivalente di mille euro tutta la vita, insomma, rischia di ritrovarsi   con una rendita inferiore a 500 euro. Questa sì che è davvero una pensione da fame.

Correlati

Potresti esserti perso