Economia 14 Febbraio Feb 2015 1000 14 febbraio 2015

Google non è un posto per creativi

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Vince Vaughn e Owen Wilson Lavorare a Google è il sogno di molti. Soprattutto da quando si è diffusa la voce dei compensi capogiro, come i 4mila dollari elargiti per uno stage, per non parlare degli uffici hi.tech, i mille benefit e il clima decisamente elettrizzante. Tutto così bello da meritare di essere raccontato in un film, The Internship, appunto, con Vince Vaughn e Owen Wilson. E la stessa azienda aveva promosso quest'immagine estremamente positiva con una serie di video intitolati The real Google intern’s first week, in cui si  mostra la prima settimana di stage di cinque ragazzi di diversa provenienza, dalle ore alla scrivania, alle le attività extra offerte nella sede dell’azienda a Mountain View. Eppure, secondo chi ci lavora già, non è tutto oro quel che luccica. Perché anche a Google ci sono dei motivi per essere scontenti. UN INGRANAGGIO NELLA GRANDE MACCHINA. Come il fatto che molti dipendenti sono troppo qualificati per le mansioni loro richieste, soprattutto se si è impiegati in un settore non tecnico, dove il rischio è di sentirsi solo un ingranaggio della macchina. O il rischio che lavorare a Google porti via gran parte del tuo tempo e delle tue energie: «Non è intenzionale, ma l’azienda rischia di diventare la tua vita», ha raccontato un ex impiegato. La frustrazione può nascere che nelle valutazioni dell’azienda rientrano solo i successi “misurabili”: qualsiasi miglioramento che non sia quantificabile viene completamente ignorato, se non considerato come uno spreco di tempo. «Hai migliorato la facilità di utilizzo? Nessuno se ne frega - ha raccontato un ex ingegnere del software - se non puoi misurarlo, nessuno è interessato a quello che hai fatto». DIFFICILI RAPPORTI TRA COLLEGHI. Anche i rapporti con i colleghi sono piuttosto difficili: i dipendenti dell’azienda lamentano l’impossibilità di avere un chiaro e onesto scambio di opinioni, visto che nel mondo di Big G sono poche le opinioni che contano davvero. E chi ha un contratto fisso spesso guarda dall’alto in basso chi ne ha uno a tempo, come se fosse inferiore, non abbastanza in gamba. LA MENSA GRATUITA NON BASTA. Dietro le apparenze fatte di sale ricreative e una fantastica mensa gratuita, c’è qualcosa nell’organizzazione del lavoro che lascia a desiderare, almeno secondo i dipendenti. Come il fatto che spesso i progetti, su cui magari si sta lavorando da settimane, vengono spesso cancellati all’improvviso, arbitrariamente, e senza nessuna spiegazione. PROMOZIONI NEGATE. Di peggio c’è che magari ci si vede rifiutare una promozione perché il progetto su cui si è stati impegnati per settimane non ha avuto alcun impatto positivo per l’azienda, visto che è stato annullato. O il rischio, se si passa troppo tempo a Google, di perdere il contatto con il resto del mondo della tecnologia, specie quella open source, rischiando di trovarsi tagliati fuori da impieghi futuri. PROMESSE FATTE AI COLLOQUI E POI SPARITE. Attenzione anche alle promesse fatte in sede di colloquio: «Negoziate a lungo, ogni dettaglio, fate richieste e assicuratevi che tutto sia messo per iscritto - è il consiglio di chi ci è passato - a Google fanno un sacco di promesse vaghe che poi non mantengono». E se pensate che Mountain View sia il regno della meritocrazia, vi sbagliate: anche qui, assicura chi ci lavora, gli avanzamenti di carriera non sono stabiliti da percorsi propriamente lineari. Capita invece che le persone siano promosse a posizioni manageriali non perché siano davvero capaci di guidare o gestire un team o un’area aziendale, ma perché sono furbi o semplicemente quello è l’unico avanzamento di carriera possibile in quel momento. ASSUNZIONI TUTTE UGUALI. Così, anche a Google c’è una fascia di persone che sono sì intelligenti e capaci, ma anche manager tremendi. Un altro problema è la scarsa diversità tra i dipendenti: «Assumono lo stesso tipo di persona, ancora, ancora, e ancora - racconta un dipendente - stesso background, stesse scuole, stessa visione, stessi interessi. Non esagero se dico che in tre anni a Google ho incontrato cento triatleti: e solo alcuni di loro erano davvero persone interessanti».

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