Maria Elena Boschi 150210154943
FINANZA 16 Febbraio Feb 2015 1122 16 febbraio 2015

Banca dell'Etruria, gli affari intrecciati del Giglio magico

La banca aretina del papà di Boschi trema, sotto inchiesta e senza acquirenti. Sul bilancio pesa la Del Vecchio di Firenze. Le avances del renziano Carrai.

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Maria Elena Boschi.

Intanto sono arrivati i commissari di Bankitalia.
Ma ad Arezzo hanno una paura fottuta che presto arrivino anche la guardia di finanza e i carabinieri.
«Finirà in un casino», predice senza francesismi un commercialista locale.
La Banca dell’Etruria e del Lazio sta (o forse stava) ad Arezzo come il Monte dei Paschi sta (o stava) a Siena.
Fatte ovviamente le debite proporzioni rapportate sul folklore storico locale.
Arezzo e la Giostra del saracino, Siena e il Palio.
BLITZ E BOCCHE SPALANCATE. Comunque sia, raccontano i pettegoli, quando i commissari di Bankitalia - Riccardo Sora e Antonio Pironti - hanno cortesemente bussato alla porta dello stanzone dove si teneva la riunione del consiglio di amministrazione di Banca Etruria, hanno trovato il vice presidente Pierluigi Boschi che stava illustrando il piano di rilancio della banca.
E quando hanno spiegato chi erano e perché erano lì, hanno visto una fila di bocche spalancate.
Più increduli che intimoriti i consiglieri della banca che credevano di averla fatta franca, che nessuno avesse l’ardire di arrivare fino a quel punto, credendo di essere sufficientemente riparati dietro parentele e amicizie con il potere politico o dietro grembiulini e compassi.
DUE LE INCHIESTE APERTE. Di inchieste sulla banca ce n’è già una che riguarda il vecchio consiglio di amministrazione, aperta dal pm aretino Roberto Rossi e che va verso la conclusione.
Adesso a Roma ne hanno aperta un’altra. Se ne occupa un altro pm che si chiama anche lui Rossi, Nello Rossi, ma non è parente del collega aretino.
Nemmeno le inchieste sono parenti tra loro. Quella aretina riguarda l’ostacolo alla vigilanza, quella romana si occupa (per ora) di insider trading per la storia del decreto sulle Banche popolari che le costringe a trasformarsi in società per azioni, che ha fatto fare ai titoli dell’Etruria, una banca ormai con le pezze nei pantaloni, quasi il 60% di incremento.
A dirla tutta non ce n’era nemmeno tutta questa euforica novità, visto che l’assemblea della Banca Etruria nell’ottobre 2014 aveva già deliberato la trasformazione in S.p.A.
CARENZA DI ACQUIRENTI. Quella di abbandonare lo status di popolare era l’unico modo per farsi comprare da qualche banca di manica larga visto che prima la Popolare di Vicenza, poi quella dell’Emilia Romagna aveva declinato l’invito a fondersi con i disastrati cugini aretini.
La Banca dell’Etruria e del Lazio è la prima banca quotata italiana a essere commissariata per gravi perdite del patrimonio.
Persino il Monte dei Paschi, con Giuseppe Mussari e compagni che ne avevano combinate più di Bertoldo, è riuscito a evitare i commissari.
Insomma, ad Arezzo devono averla fatta davvero grossa.

Sul bilancio dell’Etruria pesa la Banca Federico Del Vecchio

La sede della Banca popolare dell'Etruria e del Lazio.

In città tutti parlano della vicenda della banca, tutti ne sanno una più degli altri, ma guai a raccontarle a un estraneo.
Se le dicono a mezza bocca e, come accade in provincia, spesso le notizie più rimbalzano, più si gonfiano.
Ma non devono essere molto lontane dal vero.
Per esempio si dice che almeno un credito su quattro non fosse esigibile, che tutto è cominciato quando gli orafi non sono stati più in grado di far fronte alle garanzie che dovevano fornire per il contratto di prestito d’uso del metallo prezioso.
CRISI DEGLI IMMOBILI FATALE. La mano di coppale, come si dice da queste parti, l’ha data la crisi degli immobili. Banca Etruria aveva prestato e prestato soldi che non erano tornati indietro. O lo erano in minima parte.
Chi invece quasi 50 anni fa aveva riavuto indietro i soldi era la Banca Federico Del Vecchio, antico istituto fiorentino, controllato da alcuni decenni da Banca Etruria.
La Del Vecchio nei giorni dopo l’alluvione di Firenze del 1966 aveva dato fiducia e denaro ai commercianti colpiti dal disastro.
I fiorentini ce l’avevano fatta a ritirarsi su e avevano anche restituito i soldi, con i dovuti interessi. Si erano poi affezionati alla Del Vecchio tanto da lasciare in gestione gran è parte delle loro fortune. E in effetti oggi la banca fa wealth management: gestione di patrimoni, insomma.
PREZZO DELLA BANCA: 70 MILIONI. Che c’entra la Del Vecchio con l’Etruria? C’entra, c’entra.
La Del Vecchio da anni è in procinto di essere venduta proprio perché con il ricavato si pensa di lenire le perdite. Prezzo della banca 70 milioni.
Ma ogni compratore che finora si è avvicinato è scappato a gambe levate, perché quei soldi la Del Vecchio non li vale. Almeno a sentire chi è interessato.
Si potrebbe fare uno sconto, no?, vista la situazione... Macché. Impossibile.
Perché la Del Vecchio pesa sul bilancio dell’Etruria più o meno proprio per 70 milioni e l’Etruria non può assolutamente permettersi delle minusvalenze.
I SOLDI SONO DEI CLIENTI DELL'ETRURIA. La Del Vecchio ha un altro problema. Gran parte dei soldi che gestisce o amministra, circa 700 milioni, sono dei clienti dell’Etruria.
Se la banca fiorentina si staccasse dalla capogruppo aretina quei 700 milioni molto probabilmente non ci sarebbero più e il bilancio della Del Vecchio diventerebbe ancora più rosso, molto più rosso, dell’ultimo che ha chiuso con una perdita di 1,3 milioni, spiega l’amministratore delegato di una società di gestione del risparmio (sgr) milanese che solo pochi mesi fa si era fatta sotto per sondare l’eventuale acquisto della Banca Del Vecchio.

Acquirente ideale dell'Etruria? La Popolare di Milano

Matteo Renzi con Marco Carrai.

E adesso che succederà?
Beh, intanto i commissari di Bankitalia guarderanno i conti, faranno una due diligence e metteranno la Banca Etruria in condizioni di essere venduta o fusa.
Possibili acquirenti? A quel punto ce ne potrebbero essere: potrebbero tornare alla carica la Pop Vicenza o quella dell’Emilia Romagna, ma soprattutto la scarpa ideale per la Cenerentola Banca Etruria potrebbe essere quella della Popolare di Milano.
OCCHIO ALLA «FIORENTINITÀ». Così Banca Del Vecchio potrebbe essere venduta. Anzi andrebbe sicuramente venduta.
Nei pour parler che si sono fatti finora sui e tra i possibili acquirenti c’è sempre stata una parola magica: «fiorentinità».
Si è capito o voluto capire che un acquirente locale avrebbe avuto più facilmente via libera: per la storia della banca, ma soprattutto per la clientela molto legata al territorio e poco incline a sopportare sudditanze globalizzanti tipiche delle grandi banche del Nord.
CON UNO ''STRANIERO'' TROPPI TAGLI. E poi la Del Vecchio è la banca mecenate fiorentina visto che sostiene i musei Stibbert e del Bargello oltre all’Accademia della Crusca.
Le prime spese che una banca “straniera” taglierebbe oltre al personale: oltre 100 dipendenti per cinque sportelli.
Però, vista la situazione, non è detto che l’acquirente della Del Vecchio debba per forza essere fiorentino o toscano, anche perché non è proprio facile trovare un paperone locale pronto a sborsare (anche con lo sconto) almeno 40-50 milioni.
VOCI SU UN INVESTIMENTO ISRAELIANO. Ci potrebbero sempre essere i fondi d’investimento. E qui comincia il bello, anzi il ballo delle voci e delle malignità. Quando la capogruppo Banca Etruria cercava un compratore, nemmeno tanto tempo fa, tra i possibili pretendenti si era fatto avanti un fondo d’investimento israeliano che era arrivato fino alla data room, poi escluso.
E a Firenze e in Toscana chi è il personaggio più vicino alla finanza israeliana? Che diamine, Marco Carrai, il finanziatore e il finanziere di Matteo Renzi, l’amico del cuore del premier, l’eminenza grigia dell’Italia degli affari.

Una voce gira da mesi: Carrai pronto a comprarsi la Del Vecchio

Denis Verdini e Matteo Renzi.

La voce di Carrai pronto a comprarsi la Del Vecchio sulle ceneri dell’Etruria e con l’aiuto dei suoi amici israeliani gira tra Firenze e Arezzo da alcuni mesi, ben da prima che la banca aretina venisse commissariata.
Una voce talmente forte da costringere proprio Carrai a rilasciare una smentita al Corriere della Sera: «Mi infilano da ogni parte, ma io non ho fatto nessuna manifestazione d’interesse né nominato alcun advisor», ha dichiarato.
E allora? Allora le voci non si placano, perché il Potere fiorentino ha sempre avuto una banca di riferimento.
Il Monte dei Paschi lo è stato per secoli, ma ora l’aria è cambiata.
GIOCO DI SPONDA CON PADOAN. È vero che se il Tesoro del mite Giancarlo Padoan ne diventerà di fatto primo azionista convertendo in azioni i Monti bond che la banca senese non è in grado di ripagare, il potere locale potrà giocare di sponda comandando indirettamente.
Ma è comunque una situazione complessa e poi è un’altra partita.
Firenze ha bisogno di una banca. Da quando la Cassa di risparmio è stata acquistata da Banca Intesa, la Fondazione CrFirenze (nel consiglio c’è Carrai) ha provato a sostituirsi nell’influenza sul territorio e in politica comprando quote dell’Aeroporto di Peretola (Carrai è presidente) e sottoscrivendo prodotti del finanziere Davide Serra.
VERDINI È FINITO MALE. È stato abbastanza, ma non sufficiente. Ci aveva provato Denis Verdini con il Credito Fiorentino finito male.
Ci potrebbe provare ChiantiBanca, la settima banca di credito cooperativo italiano, quella che ha avuto in dote la parte buona (la raccolta) della banca di Verdini, ma quasi la metà dei soci sono di origine senese e questo nella Toscana dei guelfi e ghibellini per i fiorentini è un handicap.
Allora c’è la Del Vecchio, la banca dei nobili e della buona borghesia fiorentina. Se gli israeliani danno una mano, che male c’è? Tanto poi a gestirla ci pensano loro, i fiorentini vicini al Giglio magico.

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