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BUSINESS 18 Febbraio Feb 2015 0900 18 febbraio 2015

Italia-Libia, gli affari in crisi

Da Salini a Sirti: le commesse dimenticate. Dalla caduta di Gheddafi sull'asse Roma-Tripoli sono andati perduti 4 miliardi di euro.

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Lo stabilimento petrolifero della Mellitah Oil and Gas, joint venture tra Eni e Libya's National Oil Company.

E pensare che prima della Primavera araba l’Italia importava dalla Libia un quinto del petrolio e un decimo del gas estratto in quella che Gaetano Salvemini bollò - erroneamente - come una scatola di sabbia.
Ma tanto tempo sembra passato da allora. Anche perché Eni produce “soltanto” 220 mila barili all’anno, la metà di quanto faceva durante gli anni di Muammar Gheddafi.
Attraverso il gasdotto Greenstream con terminale a Gela passano 10 milioni cubi di gas, il 60% rispetto ai 25 milioni del 2010. Tanto che nel medio e lungo termine il Cane a sei zampe sembra più interessato alle piattaforme off shore che ai giacimenti nel deserto.
UN GIRO D'AFFARI DA 5 MILIARDI. Da quattro anni a questa parte - cioè da quando la Francia di Nicolas Sarkozy ha fatto cadere il vecchio regime soprattutto per motivi economici - a Palazzo Chigi quando studiano il dossier Libia pensano soprattutto di riattivare quel sistema di grandi appalti, promesso dal Colonnello a Silvio Berlusconi e mai andato in porto, proprio per la fine del raìs.
Non a caso nel 2012 il neopremier Mario Monti scelse la Libia per una delle sue prime missioni diplomatiche. Allora come oggi l’obiettivo era salvaguardare un giro d’affari che - tra grandi appalti, business petrolifero ed esportazioni - sfiorava i 5 miliardi di euro.
EXPORT ITALIANO FERMO A 1.300 MLD DI DOLLARI. Vuoi per i limiti della nostra diplomazia, vuoi per l’instabilità del Paese, nel 2014 l'export italiano non ha superato i 1.300 miliardi di dollari. Eppure il made in Italy non dispera di rimettere le mani sulle commesse promesse in passato.
La locale camera di commercio italo-libica ha sempre criticato il poco attivismo della Farnesina nel Maghreb. Ma nonostante la scarsa copertura diplomatica nel 2014 sono indicativi sia la volontà della nuova Libia di presentarsi all’Expo sia la decisione di 55 aziende italiane di registrarsi alla fiera internazionale sull’edilizia di Tripoli.

L'interscambio Roma-Tripoli vale 4 miliardi in meno

Slvio Berlusconi accolto da Muammar Gheddafi a Sirte il 10 febbraio 2004.

Ma mantenere un piede in Libia è quantomeno necessario per far valere i contratti stretti anche con il nuovo regime.
È avvenuto nel 2013 a Salini. Il general contractor si vide confermato l’appalto (concesso nel 2009 alla controllata Impregilo) per la costruzione dell’autostrada costiera (400 chilometri, lavoro a 2 mila persone, valore 963 milioni di euro), ma poi nulla è stato sbloccato.
Allo stesso modo attendono di avere novità tutte le imprese italiane coinvolte nella cosiddetta “autostrada dell’amicizia”, lunga 1.700 chilometri tra Libia Tunisia ed Egitto per un investimento di 3 miliardi di dollari.
QUELLE COMMESSE IN SOSPESO. Nel 2012 invece l’Enav (Ente nazionale per l’Aviazione civile) ricevette una maxi commessa da 1 milione di euro per formare 140 controllori del traffico aereo negli scali libici, ormai inservibili per gli assalti dei miliziani.
Nel cahiere de doleances anche i 161 milioni di euro strappati da Sirti, con la francese Alcatel, per piantare oltre 7 mila chilometri di cavi di fibre, i 35 milioni promessi a Prysmian Cables & Systems (ex Pirelli Cavi) per la fornitura e posa di cavi a larga banda nella rete del Libya General Post and Telecommunications Company (Gptc), mentre la Agusta-Westland doveva inviare 10 elicotteri e l’Alenia Alemacchi si era vista piovere 3 milioni di euro per un programma di formazione e revisione dei sistemi di propulsioni su 12 aerei SF-260.
LA BONATTI RICHIAMA I SUOI TECNICI. Nulla di tutto questo è avvenuto, tanto che una multinazionale nella costruzione di pipeline come la Bonatti ha richiamato i suoi tecnici dalla Libia, molto prima di quanto avesse fatto la Farnesina.
Più in generale l’interscambio tra Roma e Tripoli oggi tocca gli 11 miliardi di euro. Ai tempi di Gheddafi superava i 15.
Non a caso, stando ai dati forniti dalla camera ItaloAfrica, il nostro Paese esporta soprattutto prodotti energetici: gas naturale (47%) e petrolio (42%) su tutto. A riprova che l'Italia ha visto evaporare tutti gli sforzi per diversificare i suoi business in Nord Africa.

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