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INTERVISTA 23 Febbraio Feb 2015 1100 23 febbraio 2015

Riforma banche popolari, Bragantini: «C'è la spinta di Bce e Bankitalia»

Un decreto invasivo. Che risponde a 20 anni di inazione. E della paura che siano ostacolate operazioni tra istituti di credito. Parla l'ex membro della Commissione Draghi.

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Il presidente di Assopopolari, Ettore Caselli, in audizione alla Camera dice che il rischio è l'arrivo di soggetti dai «connotati speculativi», capaci di minare «la stabilità del sistema e del Paese». Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan risponde che «continua a pensare di avere ragione». E così la battaglia sulla riforma delle banche popolari, decisa per decreto (e quindi con criteri di urgenza) dal Consiglio dei ministri del 20 gennaio, continua.
Il testo, ora in discussione alla Camera, prevede che entro 18 mesi gli istituti di credito che superano gli 8 miliardi di euro di attivi debbano trasformarsi in società per azioni e quindi abbandonare il sistema del voto capitario (un socio equivale a un voto) per adottare il voto proporzionato alle quote di azioni detenute.
10 BANCHE VERSO LE SPA. Per i critici si tratta di una ghigliottina su una delle poche forme di democrazia nel sistema del credito, sulle banche più vicine al territorio (che in questi anni hanno contribuito di più all'erogazione del credito alle imprese) destinate a diventare bocconi appetibili per gli istituti stranieri. Però le cronache di giornale raccontano che il sistema dei piccoli soci è stato spesso usato contro gli stessi risparmiatori, permettendo il dilagare di abusi.
Sulla carta le banche interessate al provvedimento sono Banco Popolare, Ubi Banca, Banca popolare dell'Emilia Romagna, Bpm, Banca popolare di Vicenza, Banco popolare di Sondrio, Veneto Banca, Credito valtellinese, Banca dell'Etruria e del Lazio e Popolare di Bari.
UNA RIFORMA INVASIVA CONTRO L'INAZIONE. Negli ultimi tre anni, cinque su 10 - Bpm, Ubi Banca, Veneto Banca, Banca popolare di Sondrio, Banca dell'Etruria e del Lazio - hanno visto i loro vertici sanzionati dalle autorità di vigilanza o indagati dalle procure.
«La riforma del governo è invasiva», dice a Lettera43.it il consulente di Borsa Italiana, Salvatore Bragantini, ex commissario Consob e membro di quella Commissione Draghi (all'epoca direttore generale del ministero del Tesoro) che nel 1997 cercò di riformare il settore.
«Ma è la conseguenza dell'inazione: le popolari stesse non si sono volute autoriformare. E adesso, aggiunge, «penso che ci sia la spinta della Banca d'Italia e della Banca centrale europea».

Salvatore Bragantini (©Imagoeconomica).

DOMANDA. La riforma varata dal governo ha davvero i criteri dell'urgenza? E hanno delle ragioni i suoi critici?
RISPOSTA.
Sono 20 anni che si parla di una riforma. Chi non ha agito ora si prende questa riforma in bianco. Forse c'è qualcosa di esagerato: è chiaramente una riforma invasiva. Ma è la conseguenza dell'inazione. Inoltre penso che sia stata fatta anche sotto la spinta della Banca d'Italia e della Bce che temono che senza riforma alcune operazioni possano essere ostacolate. Anche se queste sono illazioni senza conferma.
D. Quali tipi di operazioni?
R
. Matrimoni che s'hanno da fare.
D. Per esempio? Veneto Banca e Popolare di Vicenza?
R. O Carige e Montepaschi.
D. Quindi è un problema di capitalizzazione di alcuni istituti?
R. Se c'è una spinta, ci sono problemi di capitalizzazione o una impostazione ideologica. Io non so perché non so nulla direttamente, ma sono considerazioni a cui possono arrivare tutti. Ma propenderei per la prima, cioè per problemi di capitalizzazione e anche sistemi di governo.
D. Pensa che si tratti di un salvataggio?
R. Non è un salvataggio. Il risultato è che alla fine qualche banca sana si unirà a una che sta male.
D. Che margine di manovra hanno le popolari sulla riforma?
R. Possono annacquarla un po', ma il decreto se lo beccano. Possono decidere per una scissione che li porterebbe sotto gli 8 miliardi di attivi. E possono ancora mettere dei limiti al diritto di voto o modificare qualcosa nel processo di governance.
D. Quando lei parla di 20 anni di inazione a chi si riferisce: alla politica o alle popolari?
R. A entrambi. La responsabilità di esseri autoriformate è delle popolari. Quella di non aver deciso è della politica.
D. Lei è stato commissario della Consob, come andò in quegli anni?
R. C'erano anche allora gli abusi, anche se non di questa entità. La Commissione Draghi, di cui io facevo parte, propose di inserire il meccanismo di raccolta delle deleghe anche alle banche popolari. E il parlamento bloccò tutto.
D. E quella volta quale fu la lobby a fare pressione?
R. Direi che fu trasversale.
D. Cosa pensa delle ultime inchieste?
R. Se le ipotesi della procura venissero confermate, significa che si ripetono cose già successe.
D. Cioè?
R. A metà degli Anni 90 una banca popolare vendeva fidi ai propri azionisti per comprare le stesse azioni della banca. La stessa cosa potrebbe essere successo a Veneto Banca. Insomma, non è la prima volta e non sarà l'ultima.
D. Poi ci sono i casi dell'Etruria, di Banco popolare di Milano, Ubi Banca: il problema della mancanza di controlli sulla dirigenza delle popolari è strutturale?
R. Diciamo che nelle banche popolari quando un amministratore delegato sbaglia è più difficile farlo smettere.
D. In molti casi rispondono più a legami politici che a quelli con il territorio?
R. Rispondono ai legami politici del territorio.
D. Pensa che le popolari stiano almeno portando avanti la loro missione di credito al territorio?
R.
Non si può generalizzare. Certo che alcune lo stanno facendo. Ma se poi io do fidi sbagliati... Diciamo che i rapporti clientelari - che al Sud chiameremmo mafiosi, ma al Nord non si può dire - nelle popolari sono molto frequenti.

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