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BASSA MAREA 24 Febbraio Feb 2015 1550 24 febbraio 2015

Grecia-Ue, è una guerra tra deboli

Tsipras non può fare troppo la voce grossa. Ma anche Merkel & co navigano nell'incertezza. Derivante dal fatto che nessuno conosce i possibili effetti di un'uscita di Atene dall'euro.

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Alexis Tsipras.

Per ora si aspetta giugno, grazie al tempo guadagnato con gli ultimi accordi fra Atene e l’Eurogruppo, raggiunti il 20 febbraio e formalizzati il 24.
In pratica, l’Europa ha concesso quattro mesi in più per gli attuali accordi di finanziamento, prima in scadenza a fine mese. Due cruciali passaggi sono in arrivo a luglio e agosto, quasi 7 miliardi di euro da pagare alla Bce per titoli greci acquistati a suo tempo da Francoforte. E sarà un passaggio cruciale per capire se Atene può farcela.
Per ora, due sono i dati di fondo.
OBIETTIVO: SALVARE LA FACCIA. Primo: Grecia e autorità europee sono disposte a concedere spazi che raggiungano l’obiettivo primario di entrambi, ovvero salvare la faccia. La Germania e gli altri devono poter dire che Atene paga e pagherà. Il premier Tsipras e il suo ministro Varoufakis devono poter dire, ai greci, che l’austerità non è più così dura e le condizioni del debito non sono più così severe. Questa è la diplomazia.
L’Europa sa che potrà rimetterci parecchi soldi. Ma lontano nel tempo. Ora Atene deve fare fronte ai suoi impegni. L’imminente passaggio parlamentare delle ultime intese impone, in Germania e altrove, il pacta sunt servanda. Per il rebus sic stantibus si vedrà fra vari anni, parecchi si spera.
IL PREMIER GRECO È DEBOLE. Secondo dato di fondo: la debolezza di Tsipras.
Il premier deve tenere insieme tre priorità che non possono coesistere: rimanere nell’euro, rimanere con il suo governo al potere ad Atene, cambiare davvero le regole imposte da Bruxelles, Berlino e la Troika.
È arduo difendere insieme questa “triade impossibile”, dice ora un’analisi della banca newyorkese Morgan Stanley. Una delle tre deve cadere.
TSIPRAS HA TRE OPZIONI. Prima opzione: Atene lascia l’euro, dice Morgan Stanley, e allora Tsipras salva (per quanto?) il suo governo e la promessa di cambiare l’austerità, ma è un pauroso salto nel buio che pochi greci sono disposti a fare, con una ritrovata dracma che, se riapparsa sul mercato per ipotesi a parità con l’euro, perderebbe in poco tempo almeno metà del suo valore, mentre la gran parte dei 315 miliardi di debito pubblico greco è in euro e in euro rimarrà. Sarebbe, l’uscita dalla moneta unica, una via rapida verso il default, questione di giorni, pochissime settimane al massimo.
Seconda opzione: Tsipras getta la spugna e lascia spazio ad altri uomini e a un’altra strategia (quale?), ma sembra ora difficile.
Terza e ultima opzione: il premier rinuncia a rivedere profondamente la politica dell’austerità. Il che gli consentirebbe di rimanere nell’euro e (forse) al potere.

L'uscita di Atene dall'euro non lascia tranquilli i Paesi Ue

Jean-Claude Juncker.

Quel poco che si è visto finora in quella che sarà, probabilmente, ancora lunga partita greca dice che su quest’ultimo aspetto, le regole concordate a suo tempo, che sono insieme quelle del debito e quelle dell’austerità, esiste al di là delle parole uno spazio di manovra.
Perché se Atene è di gran lunga il giocatore più debole al tavolo del poker anche gli altri hanno le loro debolezze, e quella centrale è il timore dell’Europa di che cosa potrebbe accadere subito dopo la Grexit.
Un disastro epocale per i greci. Ma per gli altri? Ci potrebbe stare un’ondata di speculazione sul debito pubblico di vari Paesi del Sud tra cui Italia e Francia, qualche scricchiolio anche per l’Olanda che ha un altissimo debito totale, privato e pubblico, un indebolimento eccessivo dell’euro, e un rinnovato clamore del neonazionalismo monetario europeo, in Francia, Italia, nella stessa Germania, e altrove.
GREXIT? POSSIBILITÀ AL 25%. Atene non può tirare troppo la corda, e l’accordo del 20 febbraio lo ha dimostrato. Gli altri europei sì, ma non c’è, dietro la loro voce grossa, grande sicurezza.
La situazione rimane molto delicata, e lo conferma se ve ne fosse bisogno anche Morgan Stanley. Secondo i suoi analisti il rischio di uscita dall’euro rimane sul tavolo con un 25% di probabilità nell’arco dei prossimi tre-sei mesi, più per qualcosa che sfugge di mano che non per precisa volontà delle parti o di una di esse. Gli scenari, dice la banca, possono essere tre: non uscita, uscita, o un certo periodo di reintroduzione dei controlli sui movimenti di capitale, ma senza Grexit.
A GIUGNO SI SAPRÀ DI PIÙ. Forse si capirà meglio a giugno. O forse le cose andranno assai più per le lunghe. Il salvataggio greco avviato nella seconda metà del 2010 è stata comunque la più grossa operazione mai fatta per tamponare un debito sovrano.
Un po’ di storia offre riferimenti. La spinosissima questione delle riparazioni di guerra tedesche dopo il primo conflitto mondiale fu messa sul tavolo alle trattative di pace di Versailles nel 1919, scandalizzando John Maynard Keynes per la sua miope esosità.
IL PRECEDENTE TEDESCO. Le riparazioni furono rinviate per la loro complessità a un tavolo ad hoc, definite nel 1921 a 132 miliardi di marchi-oro, 33 miliardi di dollari di allora e circa 400 di oggi, portati poi a 26 miliardi, circa 310 attuali, con vari default già negli Anni 20. Una cancellazione internazionale delle riparazioni nel 1931 ma non dei debiti fatti per pagare negli Anni 20, il lungo rifiuto nazista, e l’accordo nel 1953 di pagare solo a una allora impensabile riunificazione tedesca compiuta.
Ripresi nel 1990, mantenendo l’impegno del '53, i pagamenti vedevano il 3 ottobre 2010 l’ultimo bonifico – di 20 - con circa 90 milioni di dollari, legati a titoli di debito sottoscritti soprattutto da privati americani negli Anni 20. Calcolando il tutto, capitale interessi e tempo, la Germania ha pagato - dicono alcune stime - un po’ meno della metà dei 33 miliardi di dollari di allora, prima cifra concordata.

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