Economia 5 Marzo Mar 2015 1356 05 marzo 2015

Popolari, adesso Renzi tratta

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Matteo Renzi A Palazzo Chigi sono ancora convinti che la cancellazione del voto capitario non porti automaticamente alla smobilitazione delle popolari. Emissari di Renzi, infatti, si sarebbero sgolati con i rappresentanti del settore (ma inutilmente a quanto pare) per spiegare che il decreto ha tempi di applicazione molto lunghi e che, soprattutto, nulla osta che una volta trasformate in Spa gli istituti possano introdurre gli scudi previsti del codice civile (tetti all’azionariato o voti multipli) per blindare il controllo a favore dei soci storici.

LE PRESSIONI DEL SETTORE
Ma alla fine il governo ha dovuto cercare la via del compromesso. Anche perché parliamo del comparto che controlla un quarto degli impieghi in Italia ed è legato a doppio filo con quello che rimane della finanza cattolica. In teoria molto vicina all’attuale premier, cresciuto tra scout e ambienti demitiani.
LA MEDIAZIONE DEL GOVERNO
Attraverso i relatori al decreto Investment act, Marco Causi e Luigi Taranto, il governo avrebbe messo sul piatto alcuni emendamenti nell’ambito della discussione in commissione Industria della Camera. Innanzitutto è previsto che sarà sufficiente la maggioranza semplice dell'assemblea dei soci per introdurre nello statuto delle banche popolari trasformate in spa il limite al diritto di voto al 5 per cento. Il tetto dovrebbe avere una durata temporale di due anni, garantendo al settore una transizione morbida. Anche perché la Banca d’Italia consente soltanto di «facilitare la transizione fra i due regimi: compiuta questa, andrebbe ripristinata la piena proporzionalità tra proprietà e controllo, uno dei principali vantaggi della società per azioni». Nel testo dovrebbero essere anche inseriti paletti per limitare l’esercizio dei diritti di recesso, in modo da stabilizzare l’azionariato.
GLI ECONOMISTI FANNO MURO
Al mondo delle popolari tutto questo potrebbe non bastare. Anche perché in questa fase l’obiettivo è quello di strappare al governo la possibilità di riorganizzare il settore attraverso un’autoriforma in quest’ottica va letto l’appello di 163 economisti che hanno chiesto al governo di abbandonare i propri propositi e di cambiare il testo inserito nell’investment compact. Nell’appello i firmatari sottolineano «la minore rischiosità delle banche popolari, che dev’essere tenuta in considerazione per evitare di snaturare una realtà che ha saputo reggere meglio di altre l’urto della crisi» oppure la lotta al credit crunch svolta dal settore, che meglio delle concorrenti «hanno saputo mantenere un legame forte con il territorio continuando a erogare credito in misura maggiore degli altri istituti».
LA FRONDA DEL PD GUARDA AL CENTRODESTRA
Quel che è certo che gli emendamenti del governo non sono sufficienti per la minoranza del Pd, che ha fatto delle popolari una sua bandiera come fatto con il Jobs Act e la difesa del bipolarismo perfetto. Stefano Fassina, ex responsabile economico del Nazareno ed ex viceministro all’Economia, non ha lesinato critiche a Renzi: «È un’apertura inutile. Noi votiamo i nostri emendamenti». Riferimento al pacchetto firmato Boccia, Fassina, Cuperlo e Civati, nel quale si propone di spostare il livello di patrimonio netto a 30 miliardi, dagli 8 previsti dalla riforma, per fa scattare la trasformazione delle banche in Spa. È facile su questo versante attendersi alleanze trasversali. Per esempio anche Scelta Civica o da Forza Italia chiedono di fissare un tetto per gli azionisti al 3 per cento del diritto di voto dopo la trasformazione in spa e di portare a 30 miliardi la soglia minima di capitale, come già aveva la minoranza Pd. Anche per questo si attende ora un ulteriore rilancio da parte del governo.

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